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Meno lavoro più pomodori. L’hard Brexit sarebbe grave per Berlino

Oltre 600.000 posti di lavoro rischiano di saltare su scala globale nel caso di un'uscita disordinata del Regno Unito dall’Unione europea. La Germania è il paese più colpito 

16 Febbraio 2019 alle 06:07

Meno lavoro più pomodori. L’hard Brexit sarebbe grave per Berlino

Foto LaPresse

Berlino. Per evitare una hard Brexit e tutte le conseguenze del caso “c’è ancora tempo”, ha detto pochi giorni fa la cancelliera tedesca Angela Merkel parlando da Tokyo accanto al suo omologo giapponese Shinzo Abe. Una dimostrazione di ottimismo, quella di Merkel, quasi obbligatoria: un po’ perché la cancelliera era nel Sol Levante per dare corpo all’accordo di libero scambio fra Ue e Giappone – e una hard Brexit si muove nella direzione opposta al celebrato liberoscambismo. Un po’ perché se c’è una nazione che da mesi chiede di scongiurare l’uscita disordinata del Regno Unito dall’Unione europea, questa è la Germania. Dal referendum del 2016 gli imprenditori tedeschi dicono che la Brexit fa male, e la hard Brexit peggio.

  

A dare loro ragione è intervenuto il Leibniz-Institut für Wirtschaftsforschung (Iwh) di Halle, uno dei più importanti centri per la ricerca economica tedeschi. Elaborando i dati in arrivo da 43 paesi, i ricercatori dell’Iwh hanno stimato in oltre 600.000 i posti di lavoro che rischiano di saltare su scala globale in conseguenza di una hard Brexit. In numeri assoluti la Germania sarebbe la più colpita, con più di 100 mila posti di lavoro persi, seguita da Cina (poco meno di 60 mila) e Francia (circa 50 mila), nonché da Polonia e Italia (circa 46 mila posti di lavoro in ciascun paese). A parziale argine del fenomeno, scrivono gli economisti di Halle, gioca invece la carenza di manodopera qualificata in molte economie sviluppate – quelle cioè dove il calo demografico rende i lavoratori più esperti così rari e preziosi: “Le aziende potrebbero cercare di mantenere i loro dipendenti riducendo il loro orario e cercando sbocchi su altri mercati”. L’ipotesi dell’Iwh si basa sul presupposto che la domanda di beni e servizi dell’Ue diminuisca di un quarto nel Regno Unito dopo una hard Brext in conseguenza del ritorno dei dazi doganali che renderebbero i prodotti più cari, senza peraltro che la domanda britannica di beni provenienti da altri paesi aumenti. Così, a causa della catena di approvvigionamento su scala internazionale, i 180 mila posti di lavori persi in Europa diventerebbero 600 mila su scala globale coinvolgendo anche la lontana Cina.

   

A soffrire in particolare in Germania sarebbero i distretti industriali di Wolfsburg (Volkswagen) e di Dingolfing-Landau (Bmw) con 15 mila posti di lavoro a rischio.

    

A magrissima consolazione della sberla per il settore automobilistico, una Brexit disordinata dovrebbe provocare un generale abbassamento dei prezzi delle verdure per i consumatori tedeschi. Un fenomeno che spaventa i produttori agricoli della Repubblica federale, ha spiegato il direttore della Bundesfachgruppe Gemüsebau, Jochen Winkhoff: “I Paesi Bassi esportano grandi quantità di verdura in Inghilterra e il pericolo per noi è dover affrontare uno straripamento di prodotti nella nostra direzione”. I timori di Winkhoff non sono campati per aria. Lo conferma al Foglio Klaas Johan Osinga, dell’associazione degli agricoltori olandesi Lto: “Se un camion di pomodori o tulipani non può arrivare nel Regno Unito, non è che lo fai aspettare una settimana ma cerchi subito un altro mercato”. Il problema di tedeschi e olandesi è che non stiamo parlando di qualche camion: i Paesi Bassi sono un esportatore gigantesco di prodotti freschi, sia quelli prodotti in loco sia quelli importati da paesi più caldi e ri-esportati verso l’Ue. “Dopo la Germania e il Belgio, il Regno Unito e il nostro terzo mercato per l’ortofrutta e il secondo per bulbi e fiori”, aggiunge Osinga. Oggi la piccola ma produttiva Olanda inonda la vicina Inghilterra di prodotti di serra come pomodori, cetrioli, peperoni ma anche carne di manzo e bacon, senza dimenticare i tulipani. Ecco perché la Lto chiede una soft Brexit, “oppure un periodo di grazia di due anni per darci il tempo di risolvere la questioni degli scambi fra l’Ue e il Regno Unito”. Una posizione che industriali dell’auto e orticoltori tedeschi possono solo appoggiare.

Daniel Mosseri

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