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Perché Donald Trump non è d'accordo con la sua strategia

Russia e Cina minacciano i “nostri valori”. Il National Security Strategy è un inno all’ordine liberale che il presidente rottama a parole

Mattia Ferraresi

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ferraresi@ilfoglio.it

19 Dicembre 2017 alle 20:12

Perché Donald Trump non è d'accordo con la sua strategia

Donald Trump (foto LaPresse)

New York. Il National Security Strategy è un documento programmatico non vincolante che dagli anni Ottanta il governo americano pubblica periodicamente per illustrare le linee strategiche fondamentali per difendere la sicurezza nazionale. Si tratta di un prodotto della burocrazia di Washington destinato innanzitutto a se stessa, solitamente fitto di espressioni codificate e formule standard, ma questo presenta, per la Casa Bianca, l’occasione politica per esibire una presunta nuova dottrina strategica, anche quando a dominare è la continuità con quella esistente. Barack Obama ha aggiunto i cambiamenti climatici come minaccia prioritaria alla sicurezza nella relazione del 2015 e nel 2010 il suo consigliere della sicurezza nazionale, Susan Rice, si era premurata di far sapere che la strategia rappresentava un “drastico cambiamento di rotta” rispetto al suo predecessore. Capita spesso che prima della pubblicazione il presidente non riveda per intero questo documento redatto nell’ambito del consiglio per la Sicurezza nazionale. Doug Feith, allora sottosegretario della Difesa, ha raccontato che né George W. Bush né il segretario della Difesa, Donald Rumsfeld, avevano letto il National Security Strategy del 2002, dove si delineava fra l’altro la dottrina della guerra preventiva. Per queste e altre ragioni il presidente di solito evita di suggellare la pubblicazione di un documento complesso e talvolta contraddittorio con un discorso. Donald Trump non conosce l’espressione “di solito”, e dunque lunedì ha tenuto un discorso per illustrare la nuova postura americana di cui parla dalla campagna elettorale, fatta di “America First”, rispetto del valore assoluto della sovranità, interesse nazionale preminente sugli ideali universali da esportare, ridiscussione dei trattati commerciali, sicurezza economica e ricostruzione della grandezza americana come chiave strategica fondamentale. Il confronto fra il discorso e il documento di 55 pagine rivela il problema fondamentale di questa manovra: il presidente non è d’accordo con la sua stessa strategia. Un lapsus teleprompteri rivela sinteticamente il conflitto. Nel discorso il presidente doveva dire che la strategia dell’Amministrazione è quella del principled realism, ma dalla sua bocca è venuto fuori che il nuovo corso si basa su un principle, realism. L’aggettivo principled, quello che conferisce una dimensione ideale a rapporti altrimenti fatti di puri calcoli e interessi, si è freudianamente eclissato per un attimo. Per contro, nel documento si parla dell’ordine del mondo liberale da difendere, il globo viene diviso lungo linee ideologiche fra “chi ha cuore la dignità umana e la libertà e chi opprime gli individui e impone l’uniformità”, si castigano duramente le potenze che lavorano per “creare un mondo antitetico ai valori americani” e con passaggi d’intonazione reaganiana, connotati in termini morali, suggerisce linee strategiche per creare un mondo più libero, non soltanto per avere un’America più ricca e great. H.R. McMaster, consigliere per la Sicurezza nazionale che non viene dalla scuola “America First”, ha lavorato molto al documento, e si vede. Alla domanda se Trump abbia letto o leggerà integralmente il testo, il portavoce del consiglio di sicurezza ha detto imbarazzato: “Non lo so”.

 

Le potenze revisioniste

 

Il Nss si concentra su Russia e Cina, etichettate come “potenze revisioniste”, che “hanno preso a riaffermare la loro influenza a livello regionale e globale. In breve, stanno mettendo in discussione i nostri vantaggi geopolitici e stanno cercando di cambiare l’ordine internazionale a loro vantaggio”. Nel documento strategico Vladimir Putin e Xi Jinping, normalmente concepiti e presentati come partner strategici con cui negoziare, si trasformano in distruttori dell’ordine a trazione americana che minacciano, intimidano, rubano la proprietà intellettuale e violano la sovranità altrui. Tutte le contravvenzioni puntualmente elencate sono epifenomeni del peccato originale che accomuna le potenze revisioniste: la minaccia all’egemonia liberale.

 

Attacco a Pechino

 

L’avversario fondamentale delineato nel Nss è la Cina, nominata 23 volte nel documento. Non compare l’accusa di “aggressione economica” e Pechino non viene definita un “competitor strategico”, come era trapelato durante la stesura della bozza, ma il concetto è chiaro. Sono elencate non soltanto tutte le strategie sleali che il paese usa per danneggiare l’economia americana (si parla di furti della proprietà intellettuale per “centinaia di miliardi di dollari”), ma si denuncia anche il modo in cui la Cina impone il suo volere su altri paesi. Il Nss afferma che è responsabilità dell’America proteggere i paesi oppressi dal giogo cinese, posizione che non s’accorda granché con i proclami sull’“America First”. La postura aggressiva è anche il risultato del recente innesto di diversi falchi anticinesi nel consiglio per la sicurezza nazionale.

 

La manipolazione russa

 

Il Nss del dal presidente che rubrica l’inchiesta sulle interferenze russe alle elezioni come una “caccia alle streghe”, circondato da consiglieri e maggiorenti repubblicani che gli suggeriscono di licenziare lo special counsel, Robert Mueller, ammette tranquillamente la malevolenza del Cremlino: “Attori come la Russia usano strumenti informatici per indebolire la legittimità delle democrazie. Gli avversari mettono nel mirino media, processi politici, reti finanziarie e dati personali”. Un’ironia notevole per il presidente accusato di aver tratto vantaggio proprio dalle iniziative russe che censura.

 

Il commercio internazionale

 

Nel discorso, Donald Trump ha castigato come al solito i “leader di Washington che hanno negoziato accordi disastrosi” con i partner commerciali e “non hanno mai chiesto ai nostri alleati più ricchi di pagare la loro parte nella difesa”, ma nel documento la tirata solita contro tutti i trattati commerciali compare con una distinzione cruciale: “Gli Stati Uniti distinguono fra la competizione economica con paesi che seguono giusti principi di libero mercato e paesi che hanno ben poco rispetto per quei principi”.

 

Per tentare l’impresa di conciliare le posizioni realiste-isolazioniste di Trump e il vocabolario intriso do ideali della sua National Security Strategy, gli osservatori si sono appellati non solo a Freud, ma anche a certi seguaci di Leo Strauss che teorizzano l’esistenza di un doppio registro in ogni comunicazione politica. Eliot Cohen, politologo e già consigliere di Bush, ha sintetizzato ironicamente: “Il National Security Strategy è una schifezza incoerente. Ma almeno sta incoraggiando il mondo della politica estera a sviluppare le sue abilità nella critica letteraria. Prossimo passo: Derrida”.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    20 Dicembre 2017 - 12:12

    Caro adeben tocca avere pazienza .Il Foglio è anti trumpiano per statuto ( elefantino?) .

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  • adebenedetti

    19 Dicembre 2017 - 22:10

    Siamo alle comiche. Le sue non quelle di Trump. Parli di Lisa Bloom e dei 750.000 dollari che si volevano dare ecc. ecc. LEI non e` in sintonia con i media americano che in questi 11 mesi di presidenza hanno dato al 91% in senso negativo le notizie riguardanti il Presidente. Lei e` piu` Realista del RE raggiunge il 99.99%. Bravissimo

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