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Il ministro del Lavoro francese ci spiega la prima rivoluzione di Macron

La necessità di superare il mito del posto fisso. "Cosa serve per combattere la disoccupazione? Più competenza"

Claudio Cerasa

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cerasa@ilfoglio.it

28 Novembre 2017 alle 06:00

Il ministro del Lavoro francese ci spiega la prima rivoluzione di Macron

Muriel Pénicaud

Parigi. “La nostra non è solo una riforma, è una rivoluzione culturale”. Parigi, Rue De Grenelle numero 127, Macronlandia. Il ministero del Lavoro francese, Muriel Pénicaud, riceve alcuni giornalisti italiani e distribuisce a tutti un opuscolo di cartone. Quattro pagine, dieci punti, dieci disegni. “Questa è la nostra rivoluzione, se volete ne possiamo parlare”. Al ministro Pénicaud passa cinquanta minuti a chiacchierare, a dialogare e a rispondere e a replicare alle domande, anche a quelle del Foglio, e prova a spiegare perché, per capire quello che sta succedendo in Francia con Macron, non si può non partire da quello che sta succedendo con la riforma del lavoro. Le parole chiave sono qua: protezione, competenza, Europa, i concetti della riforma sono quelli noti e sono più o meno questi. Rendere i grandi sindacati meno centrali nella contrattazione e scommettere sulla contrattazione di secondo livello. Rendere più semplici le assunzioni a tempo determinato. Snellire il tessuto burocratico delle aziende con meno di cinquanta dipendenti. Stabilire una tabella di compensazioni monetarie in caso di licenziamenti scorretti per rendere più facili anche le assunzioni. Quello che è stato fatto finora è noto, ma con il Foglio il ministro del Lavoro aggiunge qualcosa in più e offre qualche dettaglio. Il ministro fa notare che la Francia è uno dei paesi europei che hanno meno problemi sul terreno della produttività ma ammette che non può esistere una riforma del lavoro ben congegnata se questa non prevede anche la possibilità di far lavorare meglio, con più efficienza e con più retribuzioni i lavoratori. Dice che il prossimo passo sarà quello di riformare la formazione professionale e i sussidi per la disoccupazione – “Questi punti sono cruciali per il progetto di rivoluzione culturale che abbiamo in testa perché il compito di uno stato e di un governo che funziona è quello di scommettere sulle competenze”.

   

“Dai dati che abbiamo – prosegue Pénicaud – sappiamo che il numero di disoccupati con un basso livello di formazione oggi è pari a tre volte il numero dei disoccupati con un livello di formazione alta: 18,6 per cento contro 5,6 per cento”. E poi ci offre una notizia interessante quando lascia intendere che una volta concluso l’iter di approvazione della riforma sul lavoro il governo proverà a estendere la normativa anche al settore pubblico. Il ministro osserva gli interlocutori con lo sguardo di chi vuole rivendicare un successo francese, “un nuovo modello di rapporto tra stato, imprenditori e lavoratori” dicono a Rue de Grenelle, e prova a spiegare da dove nasce l’esigenza di una riforma “copernicana”. Il posto fisso a tutti i costi, sostiene il ministro, è un mito da superare: “Sempre più cittadini oggi sono consapevoli degli sviluppi della globalizzazione ma il modo migliore per governare questi processi non è fermarli ma è anticiparli e dominarli”. Nel corso della conversazione, il ministro Pénicaud, classe 1955, un bel tipo con un passato da collaboratrice per il ministro Martine Aubry (leader storica della sinistra del partito socialista), un’esperienza da direttore delle risorse umane alla Danone, ricorda spesso che non c’è passaggio della riforma che non è stato fatto senza aver consultato i sindacati. Pénicaud ammette di aver fatto in fretta ma ammette anche che nonostante il poco tempo il governo ha passato circa 300 ore a discutere con le parti sociali e che senza di loro forse il governo non sarebbe riuscito a fare i passi in avanti di cui aveva bisogno questa riforma. Il messaggio del ministro Pénicaud è sottile ma è chiaro. Per governare la globalizzazione e migliorare gli equilibri della democrazia bisogna avere idee forti e decise. Per poter imporre le idee forti è necessario fare di tutto per avere il minor numero dei nemici. Per avere il minor numero di nemici quando riformi il lavoro, specie in un paese come la Francia dove da decenni si prova a riformare il lavoro senza successo, la strada forse è soltanto una: non solo sfidare i corpi intermedi (sindacati e non solo) ma provare a riformarli con la stessa forza con cui si prova a cambiare un paese. Lezione forse utile anche per l’Italia.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    28 Novembre 2017 - 17:05

    Forse sono rimbambito per età ma mi pare ricordare che la Cupola ( azzeccata parodia di Pannella) ha sentenziato che la legge elettorale per la formazione del parlamento ac primo ministro non può prevedere il ballottaggio,conseguenza Macron è un fenomeno e Gentiloni un fesso -come quelli che lo hanno preceduto- che ha il potere di un parcheggiatore. "Venga avanti dottò... " luigi de santis

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    28 Novembre 2017 - 15:03

    Più competenza, lapalissiano. La competenza, in qualsiasi settore, però, peccato ma è così, non s'acquisisce col diritto, sacrosanto, allo studio. L'esperimento populista delle cosiddette lauree triennali, l'ha allontanata, la moltiplicazione delle "offerte formative" l'ha polverizzata, l'avversione ideologica all'alternanza scuola / lavoro nega la possibilità di realizzarla, il rifiuto, sempre presente del concetto di merito e di selezione l'affossa. La competenza richiede un percorso precedente d'impegno, fatica, perseveranza, tenacia e volontà di rendersi capaci di "saper fare" e non rientrare nella massa di quelli "disposti ad ogni lavoro, ma specializzati in nulla". La competenza deve però trovare una giusta, adeguata, gratificante collocazione nel sistema paese. Ma la mentalità del: "Mi manda Picone" è ancora così diffusa che si crede Picone possa supplire alla competenza. Conclusione: il problema è culturale. Farne carico agli ultimi governi è da … incompetenti.

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    • Nambikwara

      Nambikwara

      28 Novembre 2017 - 16:04

      "Il problema è culturale": continuiamo così a buttarla sul culturale : bella parola, il solito scudo italiano quando non si sà più cosa dire e infatti gli ultimi governanti vanno in Francia per apprendere: in Italia siamo tutti "culturisti" delle chiacchiere di quelle siamo competentissimi. E' chiaro che sia ieri che oggi la classe politica non ha mai brillato per competenza (scelte politiche) ma è altrettanto vero che quelli di prima non hanno gridato alla rivoluzione e, prima, non eravamo gli straccioni (ultimi) di Europa come oggi: questi sono i fatti e non chiacchiere e una altro, orribile, fatto è che si sono alternati nel marasma degli ultimi 6 anni (una eternità per i tempi che viviamo) 4 governi senza eleggerne 1; neanche la Spagna a suo tempo ha fatto come i nostri incompetenti( e stava , se possibile, peggio di noi).

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  • Nambikwara

    Nambikwara

    28 Novembre 2017 - 13:01

    C'è bisogno di andare in Francia per "apprendere" che è necessaria la competenza, ovvero quanta più possibile di essa, per superare la disoccuppazione giovanile? C'è bisogno di varcare le Alpi per migliorare la produttività mutifattoriale (che ingloba quella "da lavoro"? E' cosi necessario la traduzione in francese per tagliare le spese improduttive, ovvero fare una "analisi del valore" di tutti i costi che lo Stato spende? A tutte le domande la risposta è SI: se avessimo una più competente visione da parte del ministro del lavoro, se la scuola non fosse affidata a un principiante e non fossimo gli ultimi a "produrre" laurati ( per ricoprire tutti i posti di lavoro non ripetitivi liberati dalla cibernetica), se non avessimo licenziato tutti coloro che hanno affrontato la "spending", se non avessimo utilizzato e non utilizzeremo in futuro la parola d'ordine col "francesismo" Bonuspourtoutlemonde allora la risposta iniziale "SI" sarebbe stata un NO.

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  • giantrombetta

    28 Novembre 2017 - 08:08

    Ottimo lavoro, caro direttore. Già che c’e’ lo giri agli addetti stampa di Renzi e Poletti. Chissà che non riescano a darci almeno un occhiata, tra una dichiarazione e l’altra in cui si dicono entusiasti seguaci di Macron. Ancorché poi perseguano quotidianamente scelte politiche opposte. A proposito, il ministro di Macron le ha fatto notare che intende promuovere una radicale riforma del lavoro ancorché la Francia sia tra i paesi che hanno minori problemi per gli indici di produttività. Almeno il Foglio può ricordarci ogni giorno che l’Italia sta invece in coda, riguardo agli indici di produttività ? Tal Cottarelli lo denuncia da anni, ma anche per questo se ne sono subito liberati. Per far spazio ai guru del biotestamento e dello jus soli, fattori primari di quella crescita economica senza la quale continueremo a sopravvivere facendo debiti.

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