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May misura la sua tenuta dalla forza rimasta per licenziare ministri

Una giornata di "planespotting", per capire il destino di Priti Patel (si è dimessa). La strategia della sopravvivenza del premier

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

8 Novembre 2017 alle 20:48

Non succederà May

Theresa May durante la sua visita in Giappone (foto LaPresse)

Milano. Ridono tutti di noi, dicevano mercoledì molti commentatori britannici, indecisi come lo è tutto il paese sul senso da dare a questa risata collettiva e globale: ce la meritiamo, e quindi dobbiamo accettarla, o basta con questo “Britain-bashing”, guardatevi un po’ voialtri come siete conciati, noi in qualche modo ne usciremo? In questo paese che ogni giorno perde un pezzettino di credibilità proprio mentre si deve ritagliare un nuovo posto nel mondo – e ambisce ad averlo spazioso e florido – non si sa se accettare il declino o combatterlo, non si sa se ridere o se piangere. Così si vive di espedienti, e del ribollire dell’insofferenza. Mercoledì per esempio si è stati incollati a una cartina di FlightRadar24, che segnalava gli spostamenti di un aereo partito dall’Africa e diretto a Londra: quest’attività si chiama “planespotting”, e se proprio vi tocca praticarla, scegliete la modalità 3D. Su quell’aereo viaggiava il ministro per lo Sviluppo internazionale, Priti Patel, richiamata d’urgenza dal suo capo, la premier Theresa May. Tanta attesa perché? Per vedere se la May, una volta convocata la Patel, l’avrebbe licenziata, cioè per verificare di quanta forza politica è ancora dotata la May: agli occhi di molti oggi sembra incapace di mandare via persino un ministro che le ha nascosto degli affari fatti in nome del governo con Israele e che, anche in fase di confessione, ha continuato a tacere alcuni dettagli rilevanti. Patel, che infine mercoledì sera si è dimessa, è il secondo ministro a cadere in una settimana: Michael Fallon, ex titolare della Difesa, si è dimesso a causa dello scandalo delle molestie sessuali, il lato “Me Too” di Westminster, che lambisce anche la May. 

  

La commissione interna del governo sta indagando il numero due della May, Damian Green, per “comportamenti inappropriati” mentre le accuse di molestie hanno portato al suicidio Carl Sargeant, laburista gallese, sposato e padre di due figli, sospeso dal governo del Galles qualche giorno fa. Oltre alle liste di colpevoli di harassment (liste lunghe che circolano tantissimo, ma i rumors non si fanno mai più circostanziati) e alle verità taciute della Patel, c’è il solito Boris Johnson, ministro degli Esteri sempre sull’orlo del licenziamento, che con un commento su una madre britannica detenuta nelle carceri iraniane è riuscito ad aggravare le condizioni e la pena della donna. Naturalmente il problema è il regime iraniano non il ministro inglese, ma per Johnson rilasciare dichiarazioni senza scatenare polemiche è diventato ormai quasi impossibile. E le conseguenze di queste sbavature, più o meno gravi, più o meno sanzionabili, piombano sulla May, che dovrebbe governare il caos e costruire credibilità internazionale, mentre si ritrova in mezzo a un rimpasto che le è imposto dalle circostanze esterne. C’è chi dice: non aspettava altro.

 

Ma a giudicare dalle difficoltà nel trovare rimpiazzi, dalle continue indiscrezioni che filtrano dal governo e che descrivono una premier sotto assedio, imbufalita e impotente, forse ancora una volta il governo si rivela per lei un accidente.
Il rimpasto è però inevitabile, scrive George Parker sul Financial Times: “Ci vuole un senso di direzione deciso, e quando qualcuno mostra indisciplina, va ripreso in modo fermo”, dichiara un conservatore che lavorava nel governo di John Major, un altro momento della storia politica inglese che viene associato al concetto di “disordine e declino”. Molti parlamentari conservatori rumoreggiano, lanciano ultimatum, via i disonesti e gli incompetenti ripetono, o via questo premier. Lo staff della May, per contrastare il senso “come d’autunno sugli alberi le foglie”, fa sapere che la lista dei possibili sostituti è nutrita, ma appena i riflettori si spengono si dedica all’arte dell’equilibrio Brexit: Patel e Johnson sono pro Brexit, e si dice che la May non voglia alterare le forze contrapposte nel suo governo (come se davvero il modello funzionasse). E poi no, la lista dei sostituti non è nutrita, così come la garanzia di sopravvivenza del premier è data proprio dall’assenza di alternative plausibili: non essendoci la certezza su chi può essere il leader che scalza la May, anche i parlamentari più riottosi sono costretti a placarsi. Ma si tormentano, e s’arrabbiano quando qualcuno osa dire – lo ha appena fatto Steven Erlanger sul New York Times: quante polemiche – che il Regno Unito è irriconoscibile, come se tanta precarietà politica fosse una percezione, e non l’unica faccia che il paese mostra al resto del mondo.

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