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La Catalogna è un problema interno alla Spagna o riguarda anche l'Ue?

L’illusorietà di governare la complessità degli attuali sistemi politici con la apparente logica binaria dei referendum. Parla Cassese

7 Novembre 2017 alle 13:53

La Catalogna è un problema interno alla Spagna o riguarda anche l'Ue?

Foto LaPresse

Professor Cassese, continua lo scontro tra Stato spagnolo e regione catalana. Al di là dei fatti di cronaca, lei che ne pensa?

Che si contrappongono due posizioni illegali. Quella secessionista catalana e quella di Madrid, che ha fatto ricorso all’articolo 155, che non è stato scritto per queste ipotesi estreme. E, in termini generali, che si constata qui che gli Stati sono minati o indeboliti sia dall’esterno, con la costituzione delle reti globali, sia dall’interno, con regionalismi e istanze di secessione. Ancor più in generale, come nell’800, problemi di nazionalità scuotono i popoli.

 

Le piace prendere le cose da lontano.

Sì, come ha osservato lo storico inglese, Mark Greengrass, “[s]wallowing and being swallowed up, were fundamental features of Europe’s political past”. La storia degli Stati è stata una storia di integrazioni e disintegrazioni, di aggregazioni e disaggregazioni. Le nazioni stesse non sono mai state quelle unità che hanno voluto far credere di essere. Pensi soltanto a quel potente Stato multinazionale che fu l’Austria-Ungheria.

Lì dovettero insegnare una seconda lingua ai militari, perché tutti capissero i comandi nell’esercito. Gli Stati sono prodotti largamente artificiali. La “vulgata” vuole che si crei una nazione, un “idem sentire”, una lingua, poi viene lo Stato. La realtà è che spesso lo Stato è venuto prima della nazione. Poi, ha prodotto i simboli per far sentire i suoi membri parte di una nazione. Insomma, c’è stata una “fabrication des identités nationales”, come ha scritto qualche anno fa una acuta studiosa francese, Anne-Marie Thiesse, nel volume su “La création des identités nationales” (Paris Seuil, 1999). Poi, le nazioni non sono immortali: pensi alla Cecoslovacchia, nata nel 1918 e morta, per comune accordo di cechi e di slovacchi, nel 1992.

 

Questo riguarda la storia. Ma oggi?

Anche lei cade nell’errore di credere che la storia non faccia parte del presente. Ma, per accontentarla, le dirò che oggi si affacciano modi nuovi di porsi della questione nazionale (è l’espressione usata). Globalizzazione, il web e ciò che su esso corre, le migrazioni, i trasporti, la fluidità dei legami sociali, fanno passare in secondo piano gli elementi costitutivi e i simboli di una volta: lingua, sangue, costumi, territorio, tradizioni (queste spesso inventate). Fioriscono separatismi. Pensi a Slesia, Scozia, Paesi baschi, Baviera. Prima la Yugoslavia e l’Urss.

 

E la Spagna?

Questa è entrata circa 30 anni dopo (1986) nell’Unione europea (1957), un decennio dopo la morte di Franco. Si pone oggi il problema se la questione catalana sia una questione meramente interna alla Spagna o riguardi anche l’Unione. Merkel ha recentemente sollevato il problema catalano in una riunione europea, ma gli altri governi hanno lasciato cadere, anche per non mettere in mostra le loro divisioni. Paradossalmente, siamo a un punto nel quale le distinzioni tradizionali politica interna – politica estera, relazioni internazionali – affari interni sono divenute parzialmente obsolete, perché molti problemi presentano un lato esterno e uno interno (pensi soltanto al terrorismo e a internet). Singolarmente, l’Unione europea, fattore di unità, è anche un fattore di disgregazione: Scozia e Catalogna penserebbero alla secessione se non sapessero che non le aspetta l’isolamento internazionale, ma piuttosto l’ombrello europeo? Loro sanno che ormai anche le nazioni non contano, contano le aggregazioni regionali. Contano di restare nell’Unione. Così l’Unione europea, da fattore di unione, diviene fattore di disunione. D’altro lato, le nazioni e gli stati che le rappresentano temono l’effetto domino, perché quasi dovunque vi sono pulsioni secessioniste.

 

Fenomeni nuovi, che l’umanità non ha affrontato finora.

Non è interamente vero. Nei collegi medievali non si decideva a maggioranza, con la minoranza che restava parte del collegio. I dissenzienti lasciavano (“itio in partes”). Ora il fenomeno si ripete a livello di Stati. Con la differenza che l’atomizzazione avviene quando invece c’è bisogno del contrario, perché a livello mondiale i legami si stringono e le voci dei poteri pubblici piccoli finiscono inascoltate. Bisogna aggregarsi a livello di macroregioni.

 

L’Italia sta dando un buon esempio di spirito unionistico.

Non dimentichi il separatismo siciliano (1943-1950), Andrea Finocchiaro Aprile, Antonio Canepa, l’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia. Luigi Einaudi, il 7 maggio 1946, alla Consulta nazionale, quando si parlava dello statuto siciliano, pronosticava che sarebbe stato “produttivo di attriti”. Più tardi, il 31 gennaio 1947, all’Assemblea costituente, criticava le “regioni [che] hanno manifestato chiaramente il desiderio di non pagare più una imposta allo Stato, pur desiderando riceverne gli aiuti”. Consiglierei, infine, la lettura dei verbali della riunione del 31 gennaio 1948 dell’Assemblea costituente, quando si trattò di “costituzionalizzare” lo statuto siciliano. Intervennero preoccupati De Gasperi e Einaudi, rispettivamente presidente del Consiglio dei ministri e vice presidente del Consiglio e ministro del Bilancio. Trovo molti echi nei referendum lombardo e veneto.

 

In che senso?

Innanzitutto, nella loro ambiguità. La domanda era: volete voi maggiori poteri? La domanda nascosta era: volete che le imposte pagate da lombardi e veneti rimangano in Lombardia e Veneto? Ulteriore dimostrazione della illusorietà di governare la complessità degli attuali sistemi politici con la apparente logica binaria dei referendum.

 

E nel merito?

Qui, in sostanza, lombardi e veneti hanno riaperto la questione meridionale, creando una tensione non molto diversa da quella prodotta dalla ricca Catalogna, una tensione ricchi-poveri, che pone il problema del dare e dell’avere solo in termini finanziari e dimentica le istanze solidaristiche. Il ragionamento è quello che si fa con l’Unione: quanto contribuisce la Polonia o l’Italia all’Unione, e quanto eroga l’Unione alla Polonia o all’Italia? Entrate e spese sono pareggiate? C’è un “residuo fiscale”? Questo ragionamento (a parte i numeri, dei quali occorre discutere) presenta tre difetti. Primo: considera le partite del dare e dell’avere soltanto in termini finanziari, tralascia i contributi che le regioni povere danno alla nazione, in termini, ad esempio, di personale. Se si deve fare un bilancio e mettere su due colonne separate il dare e l’avere, non si può contare solo il dare e l’avere in termini di entrate tributarie e in termini di spesa. Secondo: quanto contribuiscono le regioni meno sviluppate allo sviluppo di quelle più ricche, comprando i prodotti che qui vengono fabbricati? Non c’è una convenienza delle imprese del nord ad avere un mercato nazionale? Perché uno dei primi atti dello Stato unitario fu quello di unificare le tariffe? Terzo: se si fa parte di un’unione politica, quello che chiamiamo Stato, non c’è anche un dovere di solidarietà, che può manifestarsi in molti modi, che stringe tutte le parti del “patto sociale” che chiamiamo Stato?

 

Insomma, lei fa un invito all’unità, a dimenticare le “convenienze” immediate o apparenti.

Sì, e mi faccia terminare con una invocazione – avvertimento addirittura biblico, dal Vangelo secondo Luca: “Omne regnum in se ipsum divisum desolatur”, cioè una casa divisa contro se stessa, in parti contrarie, va in rovina. E’ un invito a evitare la disunione, dentro e fuori, in Italia e nell’Unione europea.

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