cerca

Game of Saud

Da due anni Bin Salman prepara la resa dei conti con i poteri forti: imam, business e intelligence. Le manovre, approvate dai trumpiani, per fare fuori con (poca) discrezione gli ostacoli

7 Novembre 2017 alle 06:00

Game of Saud

Mohammed Bin Salman quando era ministro della Difesa (LaPresse)

Roma. L’erede al trono saudita Mohammed bin Salman ha preso di mira i tre settori che sbarravano la strada verso il controllo del regno e verso la realizzazione del suo piano ambizioso di riforme: la casta religiosa, il mondo del business e i servizi di sicurezza. Questi ultimi sono da sempre spezzettati e sparpagliati tra i principi, in modo da creare di fatto un sistema di bilanciamento interno: nessuno ha, anzi nessuno aveva, la quota di maggioranza. Ma Bin Salman, con il consenso del re Salman bin Abdulaziz al Saud – dettaglio fondamentale che viene sempre trascurato – ha scardinato questo sistema e ha accentrato tutto nelle sue mani, con una lunga, paziente campagna di manovre della quale la notte tra sabato e domenica è stata soltanto il culmine. David Ignatius scrive sul Washington Post che questa svolta traumatica è stata preceduta da lunghi incontri notturni per tre giorni a Riad con Jared Kushner, genero del presidente americano Donald Trump e delegato alle missioni mediorientali. C’è da notare che Kushner e Bin Salman si erano già incontrati faccia a faccia a Washington a metà marzo quando il saudita era arrivato alla Casa Bianca insieme con tutto il suo apparato di consiglieri per la Sicurezza.

  

Torniamo al piano di neutralizzazione dei rivali. Il clero era già stato sistemato nelle settimane scorse con una campagna di repressione e una decina di arresti preventivi per mettere a tacere predicatori troppo estremisti. In questo senso l’annuncio che dall’anno prossimo le donne potranno guidare è stato un test: il consiglio degli ulema ha approvato senza protestare, adeguandosi all’interpretazione quietista della dottrina salafita che dice che il sovrano è stato messo al suo posto da Dio e quindi fa le cose per il bene del suo popolo. Nessuna voce ufficiale fuori dal coro. 

  

Il settore del business è stato sistemato sabato sera con l’arresto di al Waleed bin Talal, l’investitore più ricco del regno, con addentellati ovunque in occidente. Il messaggio è chiaro secondo il New York Times: se Bin Salman non teme di toccare persino Bin Talal, per i business più piccoli c’è soltanto da obbedire. Il settore sicurezza invece ha costretto Bin Salman a una campagna più lunga, in pratica due anni. Quella tra sabato e domenica è stata definita “la notte dei lunghi coltelli” saudita – con riferimento all’epurazione del 1934 nella Germania nazista per consolidare il potere di Hitler – ma sarebbe più corretto dire che è la fase più recente di un work in progress discreto. Ci sono storie da “Game of Thrones” che appassionano gli osservatori specializzati del regno, anche se ovviamente il palazzo saudita è un mondo opaco e non ci sono prove solide. All’inizio di ottobre un sito francese legato all’intelligence faceva il punto a proposito del colpo più importante, l’estromissione dalla vita pubblica del rivale Mohammed bin Nayef. A giugno Bin Salman ha fatto circolare un video in cui bacia la mano di Bin Nayef, erede al trono e ministro dell’Interno. In realtà lo aveva appena fatto fuori (politicamente) “e messo agli arresti domiciliari grazie a un dossier segreto in cui si parla di forniture di armi a gruppi combattenti in Siria e Iraq, presunte dipendenze da farmaci, accuse di corruzione legate a contratti con imprese straniere e anche di avere messo sotto sorveglianza membri della famiglia reale”. Il prezioso consigliere antiterrorismo di Bin Nayef, Sa’ad al Jabri, si è rifugiato all’estero per paura di essere arrestato dopo il suo siluramento nell’estate 2015. Subito dopo la cacciata di Bin Nayef, è partita una riorganizzazione feroce dei servizi di sicurezza: Bin Salman ha creato una nuova entità, la Direzione della sicurezza di stato, che ha un budget di cinque miliardi di dollari – il doppio del Gid, che è l’intelligence saudita che si occupa degli affari esteri (l’equivalente della Cia americana o dell’Aise in Italia). La nuova Direzione ha assorbito le competenze di molti apparati del ministero dell’Interno, ma risponde direttamente a Bin Salman e non al nuovo ministro, molto acquiescente e di figura. Anche tutti i contratti firmati dal ministero ora devono passare per l’approvazione di Bin Salman. Forze speciali, indagini, controllo dell’aviazione e antiterrorismo, tutti i settori sono stati tolti ai rivali, veri o potenziali, e assorbiti dal potere crescente dell’erede. Restava la Guardia nazionale comandata dal principe Mutai bin Abdullah. Ma è stato arrestato sabato notte.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi