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La piazza anti Macron è divisa e non fa poi così male al presidente

Il fronte dell'opposizione alla loi travail non è compatto e Mélenchon è il miglior avversario possibile per il leader di En Marche. Il cui declino, per ora, è relegato alla democrazia dei sondaggi

12 Settembre 2017 alle 20:12

La piazza anti Macron è divisa e non fa poi così male al presidente

Proteste a Parigi (Foto LaPresse)

Roma. Macron alla prova della “rue”, la protesta di strada. Martedì, come previsto, decine di migliaia di francesi hanno manifestato contro i decreti della loi travail, la riforma del lavoro presentata lo scorso 31 agosto dal primo ministro Edouard Philippe e dal ministro del Lavoro, Muriel Pénicaud. La prima grande manifestazione di protesta, “riuscita” secondo gli organizzatori, ha però fatto discutere più per le sue assenze e le sue divisioni che per la capacità di dare una spallata al presidente. Soltanto la Confédération générale du travail (Cgt) ha manifestato, mentre Force Ouvrière, che pure aveva partecipato in prima linea al movimento contro la loi el Khomri, la riforma del lavoro di Hollande del 2016, ha deciso di non partecipare a prove di forza contro il governo così come la Confédération Francaise générale du Travail (Cfdt) il sindacato riformista “deluso” dalla riforma, ma non abbastanza da manifestarsi a place de la Bastille.

  

Philippe Martinez, il vulcanico segretario della Cgt, è il volto sindacale più conosciuto della protesta contro i decreti voluti da Emmanuel Macron. Spesso in televisione, riconoscibile con i suoi folti baffi neri e una retorica pungente e aggressiva, novecentesca secondo alcuni esponenti della maggioranza En Marche!, Martinez ha accusato il governo di aver dato “i pieni poteri agli imprenditori” mettendo “fine al contratto di lavoro”. L’obiettivo della mobilitazione, per la Cgt, era mettere pressione all’esecutivo in vista dell’approvazione definitiva dei decreti prevista durante il Consiglio dei ministri del prossimo 20 settembre. Il fronte dell’opposizione sindacale non è riuscito a trovare un accordo nemmeno con Jean-Luc Mélenchon, il leader della France insoumise, che ha deciso di partecipare alla manifestazione di Marsiglia perché troppo ingombrante e quindi non gradito a Parigi, dove si è tenuto il corteo principale. Mélenchon ha organizzato un’altra e più politica manifestazione il 23 settembre per opporsi a ciò che definisce un “coup d’état social” e per provare a utilizzare la mobilitazione contro la riforma del lavoro come cassa di risonanza della sua “opposizione totale”, la strategia di scontro frontale che la France insoumise ha deciso di condurre occupando lo spazio mediatico, il dibattito parlamentare e, appunto, le proteste in strada.

 

Diviso anche il Front national, che non ha aderito alla manifestazione e ha evitato di prendere posizione sul tema. Florian Philippot, il vicepresidente del partito, sostenitore della linea no euro e criticato per le sue posizioni spesso vicine ai temi storici della sinistra, ha partecipato al blocco degli Champs Elysées organizzato dai circensi. “Peggio del peggiore dei gauchisti”, aveva commentato Robert Ménard, il sindaco frontista di Béziers, all’annuncio di Philippot.

 

Emmanuel Macron può quindi sorridere. La lunga concertazione intrapresa dal governo prima della presentazione della riforma aveva come obiettivo, raggiunto, dividere il fronte sindacale; l’ascesa di Mélenchon come unico oppositore è funzionale al presidente, libero, per il momento, da avversari in grado di proporre una vera alternativa di governo. Mélenchon è il miglior nemico di Macron, aveva notato il Monde, che per ora può stare tranquillo. Di questo scrive Simon Nixos sul Wall Street Journal: il presidente, nonostante il calo di consensi estivo, è in una congiuntura molto favorevole dal punto di vista politico. Ha una maggioranza più che solida in Parlamento, non deve affrontare nessun test elettorale prima delle europee del 2019, è contrastato da opposizioni divise e massimaliste. Un naufragio del macronismo (ma poi, esiste?) può ancora avvenire, ma per ora è relegato alla democrazia dei sondaggi, agli umori dell’opinione. Volubile per definizione.

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