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Da Comey nessuna prova schiacciante contro Trump, ma i dettagli possono inguaiarlo

La commissione intelligence del Senato ha pubblicato la deposizione dell'ex direttore dell’Fbi. E' un nodo importante dell'inchiesta sul Russiagate anche se non ci sono informazioni esplosive che portano dritto all’impeachment

Ieri pomeriggio la commissione intelligence del Senato ha pubblicato la deposizione che oggi James Comey, ex direttore dell’Fbi licenziato da Donald Trump, leggerà davanti ai membri prima di rispondere alle loro domande. E’ uno snodo fondamentale nel groviglio di inchieste originato dai rapporti della campagna di Trump con il Cremlino e che poi si è allargato alle presunte pressioni del presidente sugli investigatori federali. La possibilità che il presidente abbia ostruito la giustizia per motivazioni politiche è il fulcro di questo segmento del più ampio caso sulla Russia. La testimonianza di Comey è un resoconto dettagliato di tutte circostanze – sei telefonate e tre incontri di persona – in cui lui e il presidente hanno parlato a quattr’occhi, basato sui rapporti che il direttore ha scritto immediatamente dopo le sedute e ha condiviso con la leadership dell’Fbi, in modo da dare più credibilità possibile a documenti che non possono essere verificati da testimoni. Se si incontrano dettagli da romanziere (“quando si è chiusa la porta dell’orologio a pendolo…”) è perché il direttore vuole trasmettere l’idea di un ricordo vivace, preciso. Non è da una generica porta dello Studio Ovale che si affaccia il capo di gabinetto, ma da quella porta specifica dietro la quale ci sono altrettanto specifici consiglieri del presidente che stanno in attesa. Comey conferma molte circostanze già riportate dai media attraverso fonti anonime, ne corregge alcune che erano state ingigantite e rivela nuovi indizi attraverso i dettagli di un racconto che va letto fra le righe.

  

Partiamo dalle conferme. Comey ha confermato che nel loro primo incontro a cena, una settimana dopo l’insediamento, il presidente ha chiesto “lealtà” al direttore: “Ho bisogno di lealtà, mi aspetto lealtà”, ha detto Trump. Sono seguiti lunghissima attimi di silenzio imbarazzato. Quando più tardi Trump è tornato sull’argomento, Comey ha offerto “onestà” al presidente, che in modo sibillino ha spiegato: “Questo è quello che voglio, onesta lealtà”. Il direttore gliel’ha concessa, notando sul suo memo che probabilmente avevano inteso l’espressione in due sensi diversi. Era più che altro – dice – un modo per chiudere la conversazione. L’ex direttore ha confermato anche che, in un incontro nello Studio Ovale ai margini di un briefing dell’intelligence, il presidente gli ha chiesto di lasciare perdere l’inchiesta su Michael Flynn. Qui Comey mitiga alcuni resoconti della stampa, specificando che – almeno secondo la sua interpretazione – Trump ha fatto pressione perché insabbiasse l’indagine sulla falsa testimonianza resa da Flynn riguardo agli incontri con l’ambasciatore russo, non per convincerlo a far saltare l’intera inchiesta sulla Russia. Entrambe le circostanze sono problematiche, ma non tutti gli insabbiamenti sono uguali (peraltro la testimonianza dà un’altra conferma inedita: esisteva un fascicolo sulla falsa testimonianza). Per cautelarsi, Comey scrive che non è certo che lui e Trump intendessero la stessa cosa. La deposizione riporta che il presidente ha parlato dell’inchiesta russa come di una “nube” che gli impediva di fare il suo lavoro, e ha chiesto a Comey cosa potesse fare per togliere questa nube. Insistentemente ha domandato che l’Fbi comunicasse all’esterno che il presidente non era sotto inchiesta, e Comey lo ha sempre indirizzato alla leadership del dipartimento di giustizia, come da procedura. Infine, ha confermato l’informazione che, senza nessuna esigenza giustificabile, Trump ha diffuso nella lettera di licenziamento: per tre volte Comey ha detto al presidente che non era personalmente sotto inchiesta, senza che questi lo avesse esplicitamente chiesto.

 

In un documento scritto con la massima cautela, che non contiene prove schiaccianti ai danni di Trump, i dettagli possono fare la differenza. Il caso esemplare è la descrizione dell’incontro nello Studio Ovale del 14 febbraio. I capi dell’intelligence sono riuniti attorno alla scrivania per un briefing, alla fine del quale Trump chiede di essere lasciato solo con il direttore dell’Fbi. Comey descrive il momento in cui, mentre tutti stanno lasciando la sala, il procuratore generale, Jeff Sessions, s’attarda accanto alla sua sedia, tanto che il presidente gli deve chiedere di lasciarlo solo con il direttore. Lo stesso accade qualche istante dopo anche a Jared Kushner, che passando si era fermato a scambiare due parole con Comey. Perché è importante? La risposta c’entra con la definizione del reato di ostruzione alla giustizia. Secondo il dipartimento di giustizia, questo avviene quando un soggetto “in modo corrotto (corruptly) tenta di influenzare, ostruire o impedire la corretta amministrazione della giustizia”. “Corruptly” è l’avverbio che designa l’intenzione malevola, calcolata, cosciente, commessa in vista di uno scopo preciso. Se il presidente ha una conversazione su un’inchiesta in corso con il capo dell’Fbi, la cosa è sospetta ma non avviene necessariamente “in modo corrotto”. Ma se un presidente congeda esplicitamente, davanti a testimoni, il procuratore generale – a cui il capo dell’Fbi risponde – per parlare a tu per tu con il direttore dell’Fbi di un’inchiesta in corso, le possibilità che esista, oltre al fatto, anche l’intenzione di influenzare l’indagine crescono enormemente. La deposizione di Comey è costellata di passaggi come questo: piccole note di cronaca che nascondono implicazioni legali molto più vaste.

 

Infine, il contesto. Non ci sono informazioni esplosive che portano dritto all’impeachment, ma Comey descrive un pattern di comportamento di Trump, che tende a esercitare qualche forma di controllo su un potere che dovrebbe essere indipendente. Accanto alla ricostruzione dei fatti, Comey descrive anche le sue reazioni, il modo in cui ha interpretato certi atteggiamenti, quello che ha pensato sul momento, le sue riflessioni a mente fredda. Tutto l’impianto narrativo trasmette l’idea di un Trump in costante pressing per ottenere favori che il direttore non può fargli, ed è in quest’ottica che Comey fa una considerazione altrimenti irrilevante: sotto la presidenza Obama non gli era mai venuto in mente di scrivere a caldo un resoconto al termine delle loro – invero pochissime – conversazioni private.

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