Reinhold Mitterlehner (foto LaPresse)

Il "caso Django" avvicina l'Austria al voto e mette (ancora) in allerta l'Europa

Luca Gambardella

Il vicecancelliere Mitterlehner si dimette per i suoi rapporti conflittuali con la nuova giovane stella del Partito popolare, Sebastian Kurz. Per i sondaggi, se si andasse oggi alle elezioni, vincerebbero i populisti

Roma. Gli attriti e le faide interne al Partito popolare austriaco rischiano di innescare una nuova crisi politica a Vienna, legata a stretto giro al futuro dell'Ue. Mercoledì, il vicecancelliere Reinhold Mitterlehner, leader del Partito popolare, ha annunciato le sue dimissioni e il governo di coalizione formato da centrodestra e centrosinistra, già traballante da mesi, è prossimo al collasso. Sullo sfondo ci sono i populisti del Partito della libertà, che secondo i sondaggi raccoglierebbero oggi la maggioranza dei consensi.

 

Che la coalizione al governo a Vienna fosse sul punto di implodere per la difficile convivenza tra i socialdemocratici e il centrodestra era noto da tempo, ma stavolta la crisi innescata dalle dimissioni di Mitterlehner nasce da invidie e competizioni tutte interne al Partito popolare. Il prossimo weekend, l'attuale vicecancelliere lascerà la carica di segretario del partito al suo rivale più odiato, il giovane e telegenico Sebastian Kurz, oggi ministro degli Esteri. Kurz è noto per le sue posizioni oltranziste in tema di lotta all'immigrazione (propone di adottare il metodo australiano, quello che prevede di scortare i barconi intercettati nel Mediterraneo costringendoli a ritornare al porto di provenienza) ed è un fermo oppositore dell'ingresso della Turchia in Europa. Secondo i sondaggi, Kurz è il leader austriaco che riscuote più fiducia tra gli elettori, abbastanza per suscitare l'invidia di Mitterlehner. Così, quando martedì la televisione pubblica austriaca ha trasmesso un servizio che dipingeva il vicecancelliere come la vittima sacrificale di una faida interna al partito e intitolato "Django, i becchini ti aspettano", Mitterlehner (che dai tempi della scuola si porta dietro il soprannome di Django) si è inferocito e ha presentato le sue dimissioni.

 

Secondo gli analisti austriaci ed europei, l'unico dubbio non è se l'Austria andrà al voto anticipato, ma quando. Se il paese andasse oggi alle urne, dice un sondaggio Spectra di una settimana fa, il Partito della libertà raccoglierebbe intorno al 30 per cento dei consensi, con i socialdemocratici distanziati al 27 per cento e il Partito popolare al 20. L'unica possibilità per impedire che i populisti vadano al governo è una nuova coalizione trasversale tra centrodestra e centrosinistra, che stavolta però rischierebbe di essere ancora più precaria visti i conflitti nell'esperienza al governo degli ultimi mesi. Ma quello che tutti temono, in primis il centrosinistra austriaco e le istituzioni europee, è che i populisti formino un governo di coalizione con il centrodestra. Era già successo tra il 2000 e il 2005, quando il partito allora guidato da Jörg Haider, pur avendo preso più voti di tutti, accettò di andare al governo con il Partito popolare rinunciando alla carica di premier.

 

Stavolta le cose andrebbero diversamente. Dopo che lo scorso anno il candidato Norbert Hofer è andato vicino a diventare presidente della Repubblica, l'attuale leader populista, Heinz Christian Strache, difficilmente accetterà di lasciarsi sfuggire l'occasione di essere il primo partito sovranista in Europa a insediarsi alla guida di un governo. Per ora, il cancelliere socialdemocratico Christian Kern ha provato a rasserenare tutti e ha garantito che il governo terrà fino al voto previsto per l'ottobre del 2018. Ma in Austria sono in pochi a crederlo.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it