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Banchetti e bigliettini. L’hard Brexit s’organizza fuori dal palazzo

Il “Vote leave” che vinse il referendum ha cambiato nome, ma ha una gran forza sul territorio. May impantanata

30 Dicembre 2016 alle 15:12

Brexit

(foto LaPresse)

Milano. Vinta la battaglia per la Brexit non rimane che cambiare la Gran Bretagna e, parafrasando lo slogan del presidente statunitense Donald Trump, renderla di nuovo grande. E’ il pensiero diffuso tra chi prese parte alla corsa al voto referendario del 23 giugno scorso nelle file di Vote Leave, la campagna ufficiale del fronte per l’uscita dall’Ue fondata nell’ottobre 2015 da Matthew Elliott, ideatore e direttore di alcuni importanti think tank britannici contro il big government, e Dominic Cummings, ex collaboratore dell’ex ministro Michael Gove, che assieme all’attuale capo del Foreign Office Boris Johnson hanno rappresentato mente e braccia dell’organizzazione. Cummings ha lasciato la politica e non rilascia interviste mentre Elliott dopo la vittoria della Brexit è diventato editor-at-large del sito BrexitCentral, nato a settembre con l’obiettivo di riportare “notizie e analisi sulla partenza del Regno Unito dall’Ue e promuovere una visione positiva e ottimistica della Gran Bretagna dopo la Brexit”.

Jonathan Isaby, direttore del sito e curatore di una newsletter quotidiana, dice al Foglio che “BrexitCentral cerca di sfruttare i vari social media per diffondere il suo messaggio plurale e cerca di offrire il più ampio spettro di opinioni politiche”, in linea con quanto fatto da Vote Leave durante i mesi di campagna referendaria. Obiettivo: allargare il bacino elettorale oltre i classici confini del nazionalismo di destra e di sinistra, andando alla caccia dell’elettorato liberale. Sempre a settembre e sempre dalle ceneri di Vote Leave – campagna più legata ai Tory con alcuni infiltrati laburisti diversamente da Grassroots Out/Leave.Eu, vicina all’Ukip – è nata Change Britain, organizzazione che vuole costruire una vasta coalizione di persone dentro e fuori la politica per garantire il rispetto del risultato delle urne. Sotto il cartello “Brexit means Brexit” si sono ritrovati gran parte dei personaggi che facevano parte di Vote Leave, da Michael Gove al laburista Graham Stringer fino a Nick Boles, uno degli amici dell’ex premier David Cameron. E’ anche arrivato un video di sostegno del capopopolo della Brexit, Boris Johnson, ora ministro degli Esteri. L’obiettivo del gruppo, guidato dalla laburista Gisela Stuart già a capo di Vote Leave, è di far pressione sul governo di Theresa May per raggiungere una hard Brexit.

Il fine di questi diversi gruppi vicini al mondo dei conservatori al governo (tra questi c’è anche Leave Means Leave, fondata da alcuni tory euroscettici guidati dagli uomini d’affari Richard Tice e John Longworth) è la realizzazione in tempi brevi, brevissimi di una “hard Brexit”, per riprendere il controllo dei confini come promesso da Vote Leave in campagna elettorale e degli accordi internazionali. “Dopo il referendum ci siamo presi una breve pausa per festeggiare, ma siamo tornati agli affari di sempre”, spiega al Foglio Jay Beecher, che da coordinatore di Vote Leave ha assunto lo stesso ruolo in Change Britain. Change Britain è presente con bancarelle in tutto il paese per difendere il leave e per Natale è stato possibile firmare delle cartoline di auguri “All I want for Christmas is Brexit” che sono state poi consegnate ai parlamentari locali. “Ci sono stati molti tentativi di respingere la voce democratica del popolo e quindi negare la democrazia. Noi di Change Britain stiamo lavorando per fare in modo che nessuno di questi tentativi abbia successo, che l’articolo 50 sia attivato presto e che il governo non ceda a una soft Brexit”, dice Beecher al Foglio sottolineando un netto no contro mercato unico e porte aperte. “Anche se crediamo che l’immigrazione e la diversity siano la chiave per una comunità di successo, capiamo anche che il volume dei migranti che entrano nel Regno Unito è insostenibile e costituisce una minaccia per la nostra economia, oltre a corrodere la nostra cultura e la nostra identità”.

Jay Beecher è stato manager della campagna di Lisa Duffy, consigliere locale di Ramsey nel Cambridgeshire, candidata alla leadership dell’Ukip. Dopo la conferenza di partito che incoronò Diane James (dimessasi poi dopo meno di tre settimane), Beecher er stato sospeso “con orgoglio” dal partito per aver parlato di problemi interni legati a clientelismo, ipocrisia e razzismo. “Come ex membro dell’Ukip ora entrato nei Tory, penso sia un imperativo lavorare tutti insieme. Mentre l’Ukip ha lavorato come fantastico gruppo di pressione per il risultato referendario che speravamo, ora solamente un governo conservatore esperto può fare della nostra partenza dall’Ue un successo. Rafforzando la nostra economia nel lungo termine, e aiutando a ripristinare l’orgoglio nazionale e fare della Gran Bretagna un paese che funzioni per tutti”, aggiunge Beecher nella sua chiacchierata con il Foglio. L’obiettivo è quello di unire il paese accogliendo anche i meno convinti della Brexit. “Nella mia città, Peterborough, è attiva la mia ex squadra di Vote Leave ma abbiamo riscontrato un crescente interesse da parte di nuovi volontari che non erano così sicuri durante il referendum ma che credono che lasciare l’Ue sia la scelta giusta per il nostro paese”, racconta Beecher. Mentre si rafforza la “hard Brexit” a livello popolare, Theresa May resta intrappolata nel tatticismo e nelle divisioni interne al suo gabinetto, spaccato tra i sostenitori dell’uscita “soft” che fanno capo al cancelliere Philip Hammond, e tutti gli altri. 

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