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Prendere l’Europa alla lettera

“Questa Commissione non considera il bastone come la sua filosofia”, ma “esistono misure che saranno usate se necessario”, ha detto Pierre Moscovici. Analisi comparata delle missive di Bruxelles (e del messaggio all’Italia).

26 Ottobre 2016 alle 18:40

Prendere l’Europa alla lettera

Pierre Moscovici (foto LaPresse)

Pierre Moscovici ieri ha ridimensionato il significato della lettera inviata dalla Commissione all’Italia, che prefigura la possibilità di un rigetto del progetto di bilancio per il 2017. “Né minimizzare né esagerare”, ha detto il commissario europeo agli Affari economici: “E’ necessario prendere queste lettere per quel che sono: un elemento normale” del processo di valutazione dei bilanci nazionali. “Questa Commissione non considera il bastone come la sua filosofia”, ma “esistono misure che saranno usate se necessario”, ha spiegato Moscovici. Tuttavia, al gioco del “cerca le differenze” tra la lettera all’Italia e quelle agli altri sei paesi, si scopre che i rilievi sollevati al governo di Matteo Renzi sono più seri. A Spagna e Lituania, che sono senza governo, è stato chiesto di inviare una versione “aggiornata” della legge di bilancio quando ci sarà un nuovo esecutivo. Belgio e Portogallo “sono nelle regole, ma attendiamo informazioni precise per poter confermare questo sentimento”, ha detto Moscovici. Per contro, nelle lettere a Italia, Cipro e Finlandia è indicata esplicitamente la procedura (l’articolo 7 del regolamento 473/2013) che consente alla Commissione di chiedere una nuova versione del progetto di bilancio entro il 31 ottobre.

 

La motivazione è la stessa per i tre peccatori: l’obiettivo in termini di aggiustamento strutturale – il deficit al netto di una tantum e ciclo economico – è “ben al di sotto” di quello richiesto dalle regole. Ma anche nel gruppo dei peggiori l’Italia è messa peggio. Helsinki ha invocato la flessibilità su riforme e investimenti. Nel caso di Nicosia ci sono divergenze sulla valutazione dell’output gap. Per Roma invece, anche tenendo conto di tutte le scappatoie, i conti non tornano. La deviazione non è più dello “zero virgola” ma di un punto di pil: un peggioramento strutturale dello 0,4 per cento contro un miglioramento dello 0,6. Se la Commissione dovesse accettare come “eccezionale” tutto lo 0,4 per cento di pil destinato a terremoto e migranti la deviazione rimarrebbe comunque “significativa”: oltre lo 0,5 per cento che il Patto consente ai paesi per rimanere “broadly compliant”.

 

Come sempre, tra matrici tecniche e interpretazioni politiche “intelligenti”, una soluzione può essere trovata. La Commissione non vuole mettere in difficoltà Renzi prima del referendum: non si può permettere un’altra crisi nel momento in cui l’Ue si sfalda per la Brexit o il “no” vallone al Ceta. Ma il messaggio della missiva andrebbe ascoltato, o almeno non lasciato cadere: non saranno manovre espansive sul lato della domanda a rilanciare il pil. Il metodo neokeynesiano, ci sta dicendo l’Europa, sta lasciando l’Italia all’ultimo posto per crescita, ma al primo per debito. E prima o poi, se non la Commissione, saranno i mercati a punirla in modo doloroso.

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