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Immigrazione, modello May o modello Merkel?

La premier britannica segue le pulsioni identitarie degli elettori, ma avrà non pochi problemi ad attuare la Brexit e limitare le libertà di movimento. La cancelliera tedesca persegue la sua politica di accoglienza e apertura, ma perde consensi. Due modelli a confronto. Parla Chandran Kukathas, London School of Economics.

 

18 Ottobre 2016 alle 15:41

Immigrazione, modello May o modello Merkel?

La cancelliera Merkel riceve Theresa May a Berlino (foto LaPresse)

La storiografia traballante degli antichi la vorrebbe attribuita a Socrate. “Cittadino del mondo” è senz’altro un’espressione in disuso, per quanto romantica, ma sono le cronache della conferenza del partito Conservatore tenutasi a Birmingham, evento decisamente poco fascinoso, che impongono di rispolverarla. L’esegesi è un obbligo: il dibattito è più aperto che mai. “Se credi di essere un cittadino del mondo, sei un cittadino di nessun luogo. Hai mal interpretato il significato di cittadinanza”, ha bacchettato severa Theresa May, nuovo primo ministro britannico. Chandran Kukathas, a ogni modo, è decisamente un “cittadino del mondo”, anche se non usa esplicitamente il termine per descriversi: è la sua biografia che lo fa per lui. Nato in Malesia e cresciuto in Australia, dove è immigrato da bambino con la famiglia, approda per la prima volta nel Regno Unito come dottorando a Oxford.

 

Oggi vive a Londra, dove insegna Teoria politica alla London School of Economics (Lse). Eppure non ha la cittadinanza britannica, “per scelta, anche se temo mi toccherà richiederla al più presto”. Il suo libro più famoso è “Arcipelago liberale. Una teoria della diversità e della libertà” (Liberilibri, pp. 460), una sorta di compendio della sua filosofia liberale e globalista che cerca di “offrire una teoria generale della società libera, in presenza di circostanze di diversità”. Kukathas parla al Foglio mentre è in Italia per tenere una conferenza su “Libertà e immigrazione”, ospitata dal seminario Mises dell’Istituto Bruno Leoni: “La May sta cercando di dare un segnale forte al suo paese, sta cercando di dire che il voto sulla Brexit viene preso molto seriamente dal suo governo. Ma sta anche cercando di dire che sa che l’immigrazione è il tema fondamentale del nostro tempo”

 

L’immigrazione è il tema con cui si vincono le prossime elezioni, insomma, e la May l’ha capito. Per questo strizza l’occhio agli elettori dello Ukip, un partito destinato allo sfacelo ora che ha raggiunto il suo scopo (lasciare l’Unione europea) e niente sembra più riuscire a tenerne insieme le fazioni eterogenee: persino il suo leader, Nigel Farage, ha abbandonato la nave. La scorsa settimana l’Economist ha scritto che sul tema dei migranti l’Europa è lacerata da due etiche contrapposte, personificate dalle due donne più potenti d’Occidente. L’etica della responsabilità (leggi pragmatismo elettorale) è ciò che ha spinto il governo di Theresa May a chiedere che le aziende inglesi rendano noti i nomi dei propri dipendenti stranieri, e che dal 2025 l’Nhs (il sistema sanitario nazionale) non assuma più personale non britannico. L’etica della convinzione è invece quella che guida da oltre un anno la filosofia dei confini spalancati di Angela Merkel, nobile negli intenti ma politicamente controversa, con l’Afd che erode sempre più consensi alla destra della cancelliera. “Dopo l’iniziale euforia per il senso di generosità diffuso – Kukathas – la Germania sta iniziando a sentire lo sconforto per le scelte del proprio governo”, sono pochi i paesi in cui i migranti vogliono davvero andare: Svezia, Germania e Regno Unito sono in cima alla lista. Paesi come la Francia, con un mercato del lavoro rigidissimo, o l’Italia, con un’economia stagnante inospitale anche per gli italiani, non sono attraenti. Le pressioni migratorie, dunque, sono indirizzate sopratutto su Londra e Berlino, che stanno dando le proprie personali, e diversissime, risposte.

 

L’etica della convinzione è la stessa che ha fatto dire ad Angela Merkel che non ci sarà accesso al mercato unico, per il Regno Unito, se non accetterà anche la libertà di movimento dei cittadini Ue. Insomma “Brexit means Brexit” paradossalmente sembra essere più il motto della cancelliera che di Theresa May, che insiste per un accordo che permetta ai britannici di commerciare con l’Europa senza dover accettare quote migranti o obbligazioni di alcun tipo. “Ma la libera circolazione della forza lavoro, quindi delle persone, non si può distinguere dalla libera circolazione di beni e servizi!”, dice il politologo della Lse. Sono due facce della stessa medaglia, anzi quattro, come le libertà fondative dell’Unione. “Prendi come esempio l’istruzione – dice Kukathas – la Gran Bretagna ne è uno dei maggiori esportatori al mondo. Esporta istruzione e vende servizi educativi, permettendo a studenti di qualsiasi nazionalità di entrare nel paese per seguire i propri corsi. Ora, questa è libera circolazione di persone o di servizi? Non si può averne una senza avere anche l’altra. E vale anche per altri tipi di beni. Sarà quasi impossibile per il Regno Unito negoziare un accordo che gli permetta di accedere al mercato unico senza accettare la libera circolazione di persone.” Si prospettano tempi difficili, insomma. “Abbiamo un disperato bisogno di leadership”. E di scegliere che etica seguire.

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