Foto LaPresse

La crisi di Donald Trump è donna

Mattia Ferraresi
Palpeggiamenti e accuse. Il candidato repubblicano si dimena e sbraita contro i giornali, l’Fbi, il dipartimento di Giustizia, Paul Ryan e i repubblicani traditori, il destino baro, mentre i sondaggi negli stati dove si decide la presidenza crollano. Perché non sono il muro o il Gop a mettere in crisi The Donald, ma la questione femminile.

New York. Le spacconate da spogliatoio maschile che Donald Trump andava dicendo undici anni fa si sono materializzate sotto forma di accuse precise e circostanziate. Quattro donne hanno raccontato di essere state oggetto dei palpeggiamenti non richiesti di Trump in passato, uniti a varie forme di assalto predatorio. Una di loro, Jessica Leeds, ha spiegato nei dettagli un episodio di oltre trent’anni fa in cui Trump, casualmente seduto vicino a lei su un volo per New York, ha preso d’improvviso a toccarle il seno, tentando di infilare le mani sotto la gonna: “Era come un polpo”. Mindy McGillivray ha raccontato al Palm Beach Post di quella volta, nel 2003, in cui Trump le ha messo le mani sul sedere durante una festa nella tenuta di Mar-a-Lago, dove lei lavorava come assistente del fotografo ufficiale della villa. Quando lei si è voltata per vedere chi era ha incrociato il suo sguardo sornione.
La giornalista di People Natasha Stoynoff è stata aggredita durante una pausa dell’intervista con Donald e Melania in occasione del loro primo anniversario di matrimonio. La moglie era andata a cambiarsi d’abito per lo shooting, lui aveva approfittato per mostrarle le stanze più appartate della magione. Stoynoff scrive che è stato l’ingresso di un maggiordomo che annunciava il ritorno di Melania a fermare il predatore ormai lanciato sulla presa. Rachel Crooks, giovane rappresentante di un’azienda in affari con la famiglia Trump, è stata baciata proditoriamente sulla bocca dal candidato fuori da un ascensore. Era il 2005, l’anno del terzo matrimonio di Donald, lo stesso delle esternazioni da spogliatoio in cui si vanta di baciare senza chiedere il permesso, di allungare le mani, di approfittare della sua fama per abusare e poi ridurre al silenzio le vittime. Nel secondo dibattito presidenziale, l’anchorman della Cnn Anderson Cooper glielo ha chiesto esplicitamente: “Ha mai fatto queste cose?”. Lui non ha fatto una piega: “No”. Erano solo parole, dice lui, disonorevoli e becere finché si vuole, ma soltanto parole. Nulla di paragonabile a quanto fatto da Bill Clinton sotto il silenzio complice e cinico di Hillary, che avrebbe sopportato tutto pur di rimanere attaccata al potente marito.

 

Le quattro donne, che avevano subìto le tattiche trumpiane spacciate come millanteria, pura fanfaronata senza conseguenze, hanno deciso di parlare quando lo hanno visto negare l’evidenza in diretta televisiva. Su Twitter il candidato ha scritto che l’articolo del Times che ha scatenato la buriana è “totalmente inventato”, ma questa volta la polemica classica contro i mainstream media disonesti ha fatto un pericoloso salto di qualità. Gli avvocati di Trump hanno chiesto al Times di ritirare l’articolo “diffamatorio e vergognoso” e di pubblicare un’ammenda, minacciando querela se non sarà cancellata la prova che “il Times sta offrendo una piattaforma per tutti quelli che vogliono infangarmi”. Mercoledì sera l’inner circle del candidato ha discusso a lungo se far partire missive simili anche ad altri giornali che lo contestano, manovra altamente tossica per un candidato alla presidenza degli Stati Uniti ma che inquadra perfettamente il momento della campagna elettorale. Come un animale ferito, Trump si dimena e sbraita contro i giornali, l’Fbi, il dipartimento di Giustizia, Paul Ryan e i repubblicani traditori, il destino baro, mentre i sondaggi negli stati dove si decide la presidenza crollano e cede il fragile architrave del partito che era sopravvissuto ai bombardamenti trumpiani. Il paradosso è che non è stato il muro al confine con  il Messico o la frontiera chiusa per i musulmani a dare il colpo più duro (e forse decisivo) alla sua candidatura, ma la questione femminile. Quella stessa questione che Hillary, prima candidata donna di un partito maggioritario, aveva tentato invano di suscitare, in positivo, ricavandone freddezza e anche un certo grado di umiliazione, quando durante le primarie è stato chiaro che nonostante Lena Dunham e Amy Schumer le ragazze stavano con Sanders. La campagna di genere, che doveva essere il suo grande vantaggio strategico e storico, è naufragata, salvo poi ripresentarsi nella sua forma rovesciata. E’ stato Trump a riportare al centro della scena il tema che Hillary non era riuscita a sfruttare come voleva.

 

 

Di più su questi argomenti:
  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.