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Il sultano dimezzato

Dopo il golpe, Erdogan è in rotta di collisione con l'occidente. La benevola neutralità di Obama sul golpe fallito, la base di consenso del regime comunque rimpicciolita, l’economia colpita su turismo, debito e prospettive per gli investitori.

18 Luglio 2016 alle 18:05

Il sultano dimezzato

Una gigantografia del presidente turco Tayyip Erdogan durante una manifestazione dei filogovernativi (foto LaPresse)

Della lunga notte turca dello scorso fine settimana si parlerà per anni e solo gli storici del futuro potranno chiarirne gli aspetti più opachi. Tuttavia, ciò che conta in questi casi non è tanto lo stabilimento della verità oggettiva, quanto capire cosa potrà succedere ora. Il putsch militare tentato nella notte tra il 15 ed il 16 luglio è fallito essenzialmente per tre ragioni: perché ha coinvolto solo l’1 per cento degli effettivi delle forze armate; non ha neutralizzato il Presidente Recep Tayyip Erdogan che intendeva rovesciare; ed è stato condizionato dalla necessità di non provocare vittime tra i civili. L’assenza di spargimenti di sangue era infatti decisiva ai golpisti per conservare la benevola neutralità degli Stati Uniti e possibilmente acquisirne il consenso. Erdogan lo ha capito perfettamente. E così, mentre gli insorti imponevano il coprifuoco, il leader dell’Akp e le moschee invitavano all’unisono la popolazione a scendere in strada e sfidare i militari ribelli. L’esito finale è stata la resa degli insubordinati alle forze della polizia nazionale ed ai reparti rimasti fedeli al Capo dello Stato, fra i quali ha svolto un ruolo cruciale il corpo d’armata di stanza a Istanbul.

 

Erdogan ha immediatamente imputato a Fethullah Gülen, un predicatore da lungo tempo in esilio volontario in Pennsylvania, la responsabilità di quanto accaduto, ma la sua organizzazione ha criticato il pronunciamiento fin dalle prime ore di sabato, due ore dopo il Chp in cui militano gli odierni kemalisti, ma quasi un’ora e mezzo prima che lo facessero Barack Obama ed il segretario Generale della Nato, Jens Stoltenberg, in un momento in cui il colpo di stato poteva ancora riuscire. Certo, una partecipazione al complotto dei gulenisti non può essere esclusa. Ma l’impressione è che gli insorti abbiano perseguito un’impossibile restaurazione della vecchia laicità dello Stato, magari sotto la spinta dei numerosi insuccessi riportati da Erdogan tanto sul piano interno quanto su quello internazionale.

 

La repressione alla quale pare ora intento il Presidente turco non deve trarre in inganno: stanno finendo in prigione anche civili e persino magistrati che nel tentativo di putsch non possono aver svolto alcun ruolo. Il regime si sta trincerando, regolando vecchi conti in sospeso, ma al prezzo di assottigliare la base su cui poggia, circostanza che non mancherà di indebolirlo. Probabilmente, alcuni golpisti finiranno davanti al plotone di esecuzione, alienando ai turchi i pochi amici di cui ancora dispongono in Europa. Non migliorerà le prospettive della Turchia neppure l’apertura di un confronto con Washington, in qualche modo inevitabile. Non è infatti sfuggita al Governo di Ankara la circostanza che gli F16 utilizzati dai ribelli si rifornissero ad Incirlik, dove gli americani sono presenti in forze. Ed è stato notato anche come siano stati soprattutto i media statunitensi ad aver accreditato l’impressione che Erdogan stesse perdendo la partita. L’irritazione è quindi comprensibile.

 

Sulle ragioni che possono aver indotto l’America a chiudere un occhio su quanto si stava preparando esistono varie congetture. Ma l’improvvisa riconciliazione tra Ankara e Mosca non va sottovalutata. Basterebbe infatti da sola a giustificare l’ambiguità del comportamento tenuto dagli americani durante il confronto, considerato che Washington vede nella Turchia un corridoio per il gas persiano diretto al Mediterraneo, destinato a ridurre la valenza strategica delle forniture russe all’Europa, e ne esige quindi la lealtà. Vedremo fino a che punto il Sultano spingerà la sua sfida. Ma non ha carte meravigliose a sua disposizione. La stagione turistica turca è stata bruciata e molti investitori ci penseranno due volte prima di scommettere su Ankara. Basterà una sforbiciata al merito di credito da parte di una compiacente agenzia di rating a mettere in ginocchio il miracolo economico su cui si è retto Erdogan.

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