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C’è nebbia sulla Manica: l’Europa è isolata

Una cortina di ferro è calata su un continente in fuga e su una classe politica paralizzata. O si cambia o a sparire sarà veramente l’Unione.

27 Giugno 2016 alle 09:48

C’è nebbia sulla Manica: l’Europa è isolata

«C’è nebbia sulla Manica: il continente è isolato». Quando il Times di Londra pubblicò questo titolo negli anni Trenta, gli inglesi non ci trovarono nulla di illogico o arrogante: se la nebbia impediva la navigazione nel Canale, era ovvio che a essere tagliata fuori non era la Gran Bretagna, ma l’intero continente [Alessandro Plateroti, Il Sole 24 Ore 25/6].

 

Con il referendum del 23 giugno, la metafora sul difficile rapporto tra Londra e il resto dell’Europa continentale è tornata di straordinaria attualità. A Bruxelles, come a Parigi, a Roma e a Berlino, si grida al tradimento. Politico e finanziario. Plateroti: «Brexit è la nebbia che si alza dalla Manica, la cortina di diffidenza che rischia di isolare non tanto l’Inghilterra, culturalmente e storicamente isolazionista, quanto una comunità europea incapace di spiegare a se stessa e ai mercati non solo come intende uscire dal tunnel, ma nemmeno come si è arrivati a questo punto di non ritorno nelle relazioni europee» [Alessandro Plateroti, Il Sole 24 Ore 25/6].

 

Intanto le croci sulle schede di 638 mila britannici o lo 0,008% dell’umanità – la differenza decisiva fra Remain e Leave – hanno messo in moto spostamenti di migliaia di miliardi su tutti i mercati finanziari del pianeta e sulle risorse di centinaia di paesi. Adesso serviranno settimane per trovare le risposte a tutte le questioni che si apriranno, anche perché il risultato del referendum avrà probabilmente moltissimi effetti indiretti fuori dal Regno Unito. Le conseguenze economiche, per esempio, potrebbero essere le più svariate, e così quelle di referendum simili che potrebbero essere indetti nei prossimi mesi per emulazione [il Post 24/6].

 

Intanto quello che sappiamo. I cittadini britannici hanno deciso di lasciare l’Unione Europea con un referendum in cui ha votato il 72,2 per cento della popolazione e il 51,9 per cento di questa ha scelto Leave. Il primo ministro David Cameron, che aveva voluto la consultazione ma aveva fatto campagna per la permanenza nell’Unione Europea, ha annunciato le sue dimissioni entro tre mesi. Sarà sostituito da un nuovo primo ministro più in sintonia con il clima Brexit scelto dal partito conservatore [il Post 24/6].

 

La possibilità di uscire dalla Ue era stata inserita nei Trattati, ma con la speranza di non doverla esplorare fino in fondo. Il primo riferimento legale è la clausola di recesso contenuta nell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, firmato nel 2007 ed entrato in vigore nel 2009: prevede il distacco volontario e unilaterale di un paese dall’Unione. In questo caso la procedura richiede prima la notifica al Consiglio dei capi di Stato e di governo e poi l’apertura ufficiale dei negoziati sulle modalità dell’uscita. Modalità che dovranno essere approvate dal Parlamento europeo e dallo stesso Consiglio a maggioranza qualificata. L’iter che passa dall’articolo 50 pone una scadenza temporale, rinnovabile, di due anni. Periodo che fu sufficiente a concludere il negoziato per l’uscita della Groenlandia dalla Comunità economica europea nel 1983. Forse per staccarsi da Londra ci vorrà più tempo ma l’estensione dei termini richiede il consenso unanime di tutti gli stati Ue [Maria Serena Natale, Corriere della Sera 25/6].

 

Cameron aveva espresso l’intenzione di delegare al suo successore, da designare dopo l’estate, la formalizzazione dell’uscita. Gli eurodeputati hanno invece già preparato una specifica risoluzione per far imporre subito al premier dimissionario la notifica di Brexit perché «qualsiasi ritardo prolungherebbe l’incertezza». Il testo sarà approvato domani mattina in una sessione straordinaria dell’europarlamento e Schulz la porterà nel pomeriggio al summit dei capi di Stato e di governo a Bruxelles. Conterrà la richiesta di far togliere immediatamente la delicata responsabilità dei servizi finanziari al commissario Ue britannico, Jonathan Hill, per evitare conflitti d’interesse. L’europarlamento sta valutando anche una soluzione interna per i dubbi di opportunità provocati dai 73 eurodeputati britannici, destinati a lasciare il seggio solo con l’uscita effettiva del loro paese. Ed è stata convocata una riunione straordinaria della Commissione europea per affrontare i problemi tecnici relativi al futuro degli oltre 1.100 suoi euroburocrati britannici e delle agenzie comunitarie per i farmaci e per la supervisione bancaria con sede in Gran Bretagna [Ivo Caizzi, Corriere della Sera 25/6].

 

L’ideale per Londra sarebbe condurre in parallelo i negoziati su modalità di uscita e nuovi rapporti commerciali. Ma dopo lo schiaffo Brexit, Bruxelles non è in vena di concessioni e preferisce separare i due percorsi. Con la firma del nuovo trattato scaturito dai negoziati, le regole comuni valse fino ad oggi per imprese e cittadini saranno sostituite da norme contrattate su base bilaterale tra il Regno Unito e la Ue. Londra acquisirà allora lo status di paese terzo, sul modello di paesi come Svizzera e Norvegia [Maria Serena Natale, Corriere della Sera 25/6].

 

La City e Canary Wharf sono due quartieri di Londra che oggi ospitano un milione di persone variamente attive nella finanza, dove si fanno il 40% delle operazioni in valuta del mondo (sono la piattaforma principale per l’euro), quasi un terzo degli scambi di derivati e il 18% delle risorse dei fondi più speculativi. Solo New York ha una maggiore potenza di fuoco. Fubini: «L’enorme polmone finanziario di Londra adesso è minacciato: il suo “passaporto” sta scadendo dopo il referendum dell’altra notte». Il «passaporto finanziario» dà il diritto a chi opera nell’Unione europea, più Norvegia, Liechtenstein e Islanda, di svolgere attività in altri paesi dell’area anche a distanza. È l’equivalente di Schengen, l’accordo di libera circolazione delle persone, applicato alla gestione del risparmio, al credito, o alle operazioni sui mercati. Se il Regno Unito non accetterà più stranieri liberamente sul proprio suolo perderà anche il «passaporto finanziario» [Federico Fubini, Corriere della Sera 25/6].

 

Venerdì scorso la banca d’affari americana Morgan Stanley ha fatto sapere al suo staff di Canary Wharf che sta progettando un parziale trasloco in località europee con «passaporto»: parte delle operazioni dovrebbero andare a Dublino e parte a Francoforte. Non sarà il solo esempio. Hsbc, la più grande banca britannica e una delle maggiori al mondo, rischia di dover tornare presto sulla propria decisione di lasciare il quartier generale a Londra invece di spostarlo a Hong Kong. Anche Goldman Sachs, la maggiore banca d’affari di Wall Street, ha iniziato a ripensare la propria geografia europea. Ad alcuni dei dipendenti è stato comunicato che è allo studio l’ipotesi di spostare alcune operazioni su Madrid. Né aiuta la certezza ormai diffusa sui mercati che Londra perderà il suo giudizio a pieni voti di affidabilità sul debito pubblico: le grandi banche vogliono svolgere le loro attività più rischiose solo in stati molto solidi, perché i loro governi sono in grado di fornire una garanzia di salvataggio se qualcosa dovesse andare molto storto [Federico Fubini, Corriere della Sera 25/6].

 

Ma la stessa Unione europea orfana di Londra deve affrettarsi e correre ai ripari. Perché mentre Nigel Farage, leader del partito eurofobo Ukip, annunciava che «l’alba si era alzata sul Regno Unito indipendente», a Parigi il partito di Marine Le Pen, il Front National, chiedeva un referendum al fine di arrivare a un Frexit. Tra un anno si vota per le presidenziali e Marine Le Pen ha già impostato la sua campagna elettorale: predicare l’abbandono dell’Unione europea (per i francesi un obiettivo più ambizioso di quello inglese, poiché loro si devono liberare anche dell’euro e di Schengen) [Bernardo Valli, la Repubblica 25/6].

 

Da venerdì mattina non c’è dunque movimento populista europeo che rinunci a chiedere un referendum. L’olandese Geert Wilders, del Partito per la Libertà (Pvv), chiede il Nexit per i Paesi Bassi. Matteo Salvini ritiene che sia arrivato il suo turno. Come per i colleghi danesi. Per Frauke Petry, capo del partito eurofobo e xenofobo, Alternativa per la Germania, «il tempo è maturo per l’Europa delle nazioni». Valli: «L’Unione non rischia di implodere, non ancora, ma i populisti sono ormai bloccati soltanto a ridosso dei loro obiettivi. Di stretta misura. Perché crescono, si espandono, si moltiplicano sotto nuovi slogan e nomi. Mietono consensi tra le classi popolari che un tempo votavano la sinistra. Il Front National ispira molti movimenti. È un esempio di successo. Oscilla sul trenta per cento dei consensi e ha davanti i grandi partiti, di centrodestra e di centrosinistra, frantumati in numerose correnti e popolati di capi che si accapigliano» [Bernardo Valli, la Repubblica 25/6].

 

Ora tutti temono, e giustamente, che la via inglese possa essere adottata da altri: ed è evidente che la paura quasi inconfessabile è che la Francia possa seguire lo stesso percorso. Ma, comunque la si pensi, Brexit è di sicuro la manifestazione più eclatante di un continente in fuga. Parsi: «Se qualcosa accomuna i popoli europei oggi, ben più del passaporto color melanzana e di una serie di regolamenti e normative percepite da tanti, a torto o a ragione, come diktat se non capestri, questo è l’essere dei fuggitivi. Uomini e donne in fuga da un establishment, europeo e nazionale, che non lascia altra possibilità che quella della fuga, perché di ascoltare, includere, rappresentare non è più capace. Lo aveva ben formalizzato tanti decenni fa Otto Hirschman, nel suo schema exit/voice: abbandono o protesta. Quando all’interno di una qualunque organizzazione le possibilità di voice (di richiedere un cambiamento con qualche chance di essere ascoltati) è preclusa, non resta che l’exit, l’andarsene» [Vittorio Emanuele Parsi, Il Sole 24 Ore 25/6].

 

Liera: «L’Unione europea è una organizzazione estremamente fragile perché contiene un rischio non trascurabile di catastrofe tipico delle “creazioni” di classi di intellettuali auto-referenziali. In questa situazione, le instabilità come quelle create da Brexit sono benvenute: molto meglio divorziare ora che ostinarsi a mantenere una stabilità forzata e artificiale che prima o poi esplode in un disastro di proporzioni drammatiche. L’esempio da non seguire è quello della ex-Jugoslavia. Un tentativo di “far convivere insieme” sotto un unico Stato e una finta stabilità popoli di etnie, culture, tradizioni e religioni diverse che è drammaticamente terminato con una guerra sanguinosa e genocidi di massa. Qui poi andrebbe chiarito come mai il comune buon senso giudichi sempre positivamente i fenomeni di unificazione, anche violenti (ad esempio il Risorgimento italiano), mentre le divisioni pacifiche come Brexit siano guardate con un certo ribrezzo» [Marco Liera, youinvest.org 26/6].

 

(a cura di Francesco Billi)

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