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Amatemi, maledetti! Perché la vittoriosa Hillary non conquista il cuore degli americani?

Indagine su un’antipatica di successo, prima donna della storia candidata alla Casa Bianca, secondo alcuni troppo algida, troppo seria, troppo secchiona.

13 Giugno 2016 alle 10:35

Amatemi, maledetti! Perché la vittoriosa Hillary non conquista il cuore degli americani?

Hillary Clinton (foto LaPresse)

Su Hillary Clinton si racconta questa storiella. Lei torna col marito Bill in Arkansas e, passando davanti a un distributore, dice: «Guarda, quel benzinaio era il mio ex fidanzato!». Bill fa una smorfia ammiccante, e replica: «Pensa, se lo avessi sposato, invece di fare la First Lady saresti finita anche tu a pompare benzina». Lei allora si volta e, senza perdere minimamente la calma, risponde: «No, lui sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti, e tu ora saresti qui a riempirci il serbatoio» [Paolo Mastrolilli, La Stampa 8/6].

 

Hillary Clinton sarà la candidata del Partito democratico alle elezioni per la presidenza degli Stati Uniti il prossimo 8 novembre. Ha raggiunto la maggioranza assoluta dei delegati eletti con le primarie e dei superdelegati – cioè dirigenti del partito – che voteranno alla convention di Filadelfia del prossimo 25 luglio e che la sceglieranno formalmente come candidata del partito [Giuseppe Sarcina, Corriere della Sera 9/6].

 

Hillary Clinton è la prima donna della storia candidata alla Casa Bianca. «È una vittoria che va dedicata a ogni bambina che ha grandi sogni e che d’ora in poi saprà che tutto è possibile, persino diventare presidente degli Stati Uniti» ha detto festeggiando a Brooklyn mercoledì scorso [Arturo Zampaglione, la Repubblica 9/6].

 

Se è stato chiaro settimane fa che Donald Trump avrebbe vinto le primarie repubblicane, quelle democratiche si sono decise davvero solo negli ultimi giorni, nonostante Hillary sia stata sempre in vantaggio e favorita. Il suo sfidante, il senatore del Vermont Bernie Sanders, nonostante avesse perso matematicamente già prima dell’ultimo voto di martedì scorso, non si è ritirato e non ha nemmeno ammesso la sconfitta, come fanno normalmente tutti i candidati sconfitti per ricompattare il partito in vista delle elezioni vere e proprie. Sanders ha invece detto che lui e i suoi sostenitori porteranno avanti la loro battaglia alle elezioni di Washington, D.C. e alla convention estiva [il Post 9/6].

 

Paolo Mastrolilli: «Sanders ha dominato soprattutto fra i giovani, e in parte fra le donne, portandosi via un pezzo importante della coalizione che aveva fatto vincere Obama. Ora il presidente può aiutare Hillary a recuperarla, ma diversi elettori dicono che se Sanders non sarà il candidato, non andranno alle urne. Davanti alla possibilità di una sfida molto ravvicinata a novembre, i democratici non possono permettersi di perdere neppure un voto, e per riuscirci avranno bisogno del sostegno convinto di Bernie per Hillary» [Paolo Mastrolilli La Stampa 9/6].

 

L’endorsement di Obama è arrivato giovedì, con un video online: « Conosco Hillary Clinton e vi posso dire che non c’è mai stato nessuno così qualificato per ricoprire questo incarico. Ha coraggio, compassione e cuore per ricoprire questo incarico. E lo dico io, che ho dovuto partecipare a più di 20 dibattiti con lei». Obama ha poi incontrato Sanders per convincerlo a farsi da parte e ad appoggiare Hillary [Massimo Gaggi, Corriere della Sera 9/6].

 

Nelle scorse settimane Sanders ha accusato più volte il Partito Democratico – anche senza fondamento – di aver forzato le regole della competizione allo scopo di sfavorirlo. In realtà i dati sulle primarie democratiche mostrano che Clinton ha ricevuto molti più voti in termini assoluti, ha vinto in più Stati, ha ottenuto più delegati eletti con le primarie e ha ottenuto più superdelegati. Quelli sulle primarie Repubblicane invece mostrano come candidati di cui si è parlato molto all’inizio delle primarie abbiano preso pochissimi voti se paragonati a Trump, per il fatto di essersi ritirati presto [il Post 9/6;].

 

I numeri assoluti alla fine delle primarie democratiche:
• Hillary Clinton: 16.005.486 voti (55,63%, 2.777 delegati)
• Bernie Sanders: 12.279.680 voti (42,68%, 1.876 delegati)
• Martin O’ Malley: 110.872 voti (0,39%, 0 delegati) [4].
I numeri assoluti alla fine delle primarie repubblicani:
• Donald Trump: 13.445.461 voti (44,24%, 1.542 delegati)
• Ted Cruz: 7.729.494 voti (25,43%, 559 delegati)
• John Kasich: 4.201.695 voti (13,82%, 161 delegati)
• Marco Rubio: 3.513.387 voti (11,56%, 165 delegati)
• Ben Carson: 825.483 voti (2,72%, 7 delegati)
• Jeb Bush: 286.342 voti (0,94%, 4 delegati)
• Rand Paul: 66.746 voti (0,22%, 1 delegato)
• Chris Christie: 57.572 voti (0,19%, 0 delegati) [il Post 9/6;].

 

Per 14 anni consecutivi – e 20 in totale – Hillary Clinton è risultata la donna più ammirata dagli americani nel sondaggio ricorrente della Gallup. E allora perché ha avuto così tante difficoltà nello sconfiggere un socialista ultrasettantenne come Sanders? [Paolo Mastrolilli, La Stampa 8/6].

 

Alcuni dicono: è perché è donna, altri che è troppo algida, troppo seria, troppo secchiona. Altri ancora dicono che è troppo establishment [Anna Momigliano, rivistastudio.com 30/5].

 

Un’altra spiegazione che si dà frequentemente è che Hillary piace quando perde, ma risveglia odi ancestrali quando vince, o anche solo rischia di farlo [Paolo Mastrolilli, La Stampa 8/6].

 

Anna Momigliano: «Un tempo, quando tutto era più semplice, quando non s’era capito bene quale fosse la portata del ciclone Trump, quando un esercito di Millennials bianchi non era ancora stato sedotto da un settantenne del Vermont, un tempo, si diceva, la chiamavano “inevitable Hillary”: Hillary l’inevitabile, quasi la sua nomination democratica, se non addirittura l’elezione alla Casa Bianca, fosse già scritta, una questione d’ineluttabilità storica dalle implicazioni velatamente marxiane. Oggi c’è chi la chiama “unlikeable Hillary”, Hillary l’antipatica» [Anna Momigliano, rivistastudio.com 30/5].

 

Hillary Diane Rodham Clinton, classe ’47, di Chicago. «Moglie, madre, avvocato, attivista per le donne e i bambini, first lady dell’Arkansas, first lady degli Stati Uniti, senatore, segretario di Stato, scrittrice, proprietaria di cane, icona di acconciature, patita di tailleur, incrinatrice di soffitti di cristallo» (il suo primo tweet, il 10 giugno 2013).

 

Figlia maggiore di Hugh Rodham, dirigente di una fabbrica di tessuti e Dorothy Emma Howell, casalinga, due fratelli più giovani, Hugh e Anthony, educazione metodista: famiglia, tempio, scuola, obblighi sociali [Arturo Zampaglione, la Repubblica 9/6].

 

Partì dal Wellesley College, la severa scuola femminile nel Massachusetts, fino ad arrivare all’Università di Yale, facoltà di legge. Lì nell’estate del 1971 conobbe Bill. Sarcina: «Si trasferì a Washington, dove fu assunta nei migliori studi di avvocati; coltivò la passione politica, spostandosi gradualmente da posizioni un po’ bacchettone verso la difesa dei diritti civili, la protezione delle famiglie, dei bambini. A 35 anni era già tra i primi cento legali del Paese, su un totale di oltre un milione» [Giuseppe Sarcina, Corriere della Sera 9/6].

 

Mastrolilli: «Diventato presidente, lui le aveva affidato il progetto più ambizioso del proprio mandato, la riforma sanitaria, e lei aveva fallito, inseguita dall’odio naturale dei suoi avversari e da scandali devastanti come il suicidio del suo grande amico Vince Foster. Eppure, una volta sconfitta, la gente aveva cominciato ad amarla, forse proprio perché era diventata vera e reale. Stesso discorso per lo scandalo Lewinsky, dove la determinazione con cui aveva affrontato il dolore l’aveva resa persino simpatica, spianandole la strada all’elezione come senatrice di New York» [Paolo Mastrolilli, La Stampa 8/6].

 

La sconfitta contro Obama nel 2008 era stata un altro punto basso: lei, prima donna candidata favorita, con le referenze positive del mandato senatoriale, demolita da un giovane nero alle prime armi [Paolo Mastrolilli, La Stampa 8/6].

 

In quelle primarie del 2008, quando un giornalista le domandò «cosa ha da dire agli elettori che apprezzano il suo curriculum ma non riescono a votarla perché la trovano antipatica?», lei rispose: «Mi ferisce». Obama finse di rincuorarla: «Dai, sei abbastanza simpatica» [Anna Momigliano, rivistastudio.com 30/5].

 

Eppure, invece di voltargli le spalle, aveva accettato di servire Obama come segretario di Stato, tornando a scalare i sondaggi di popolarità. Proprio in coda al mandato, però, era arrivato l’attacco di Bengasi che ancora la perseguita, e all’inizio della nuova avventura presidenziale è esplosa la leggerezza commessa nell’usare la mail privata al dipartimento di Stato, come il nuovo scandalo che potrebbe ancora azzopparla [Paolo Mastrolilli, La Stampa 8/6].

 

Giuseppe Sarcina: «L’ex segretario di Stato ha costruito una campagna con uno schema politico e psicologico che prevedeva una leadership indiscussa, naturale: la sua. Ma l’America del 2016 si è rivelata piena di sorprese. Il percorso di Hillary si è fatto via via più difficile. Il suo programma riformista, pragmatico, accurato non è apparso sufficiente per catturare l’entusiasmo dei giovani e anche di una parte significativa dell’elettorato femminile» [Giuseppe Sarcina, Corriere della Sera 9/6].

 

Per l’editorialista del New York Times David Brooks il problema di Hillary starebbe tutto nella sua immagine di «workaholic», una stakanovista senza una vita privata e, di conseguenza, priva di un lato umano: «Sappiamo cosa fa Obama per divertirsi: golf, basket, eccetera. Sappiamo, purtroppo, anche quello che Trump fa nel tempo libero. Però quando la gente parla di Clinton, è sempre solo in termini professionali», ha scritto Brooks. «Come figura pubblica, trasmette una vibrazione esclusivamente professionale: laboriosa, calcolatrice, concentrata sul risultato, diffidente. È difficile farsi un’idea su di lei come persona» [Anna Momigliano, rivistastudio.com 30/5].

 

Hillary ha ammesso di non essere «un talento naturale della politica, come Obama o mio marito», ma cerca di compensare da secchiona. Paolo Mastrolilli: «Conosce tutti i dettagli dei temi nel dibattito politico, e offre il realismo rassicurante di “un progresso che possiamo realizzare”. Questo, però, nell’anno delle candidature insurrezionali, populiste e anti establishment, in cui lei sembra una vecchia zia un po’ pedante, capace di convincere solo le persone anziane e un po’ pedanti, in cerca di continuità e immobilità» [Paolo Mastrolilli, La Stampa 8/6].

 

C’è un’ultima domanda: suo marito Bill è un punto di forza o un punto di debolezza? Paola Peduzzi: «Le femministe che la detestano dicono che lei non può essere simbolo di niente, essendo arrivata là in alto come “la moglie di”. Dicono anche che, avendo perdonato un marito traditore impenitente, non ha fatto un favore alla causa delle donne, anzi, ha mostrato fino a che punto le donne sanno umiliarsi in nome di un senso di conservazione autodistruttivo. Dicono anche la cattiveria più grande: se non sei riuscita a farti amare da tuo marito, perché dovremmo amarti noi?» [Paola Peduzzi, rivistatudio.com 29/4].

 

(a cura di Luca D’Ammando)

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