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La tentazione politica dei generali americani, al tempo di Trump

Perché il ruolo dei militari in questi anni di guerra ibrida mista a diplomazia si è fatto sempre più politico.

25 Maggio 2016 alle 06:15

La tentazione politica dei generali americani, al tempo di Trump

Foto LaPresse

Roma. Foreign Policy scrive che alcuni generali americani stanno prendendo un ruolo più attivo nella politica del paese, e che sono spinti a farlo dall’eccezionalismo della campagna del candidato repubblicano Donald Trump. Si interpellano gli ex generali con le stesse speranze con cui in Italia si interpellano i “tecnici”: come autorità credibili che possono correggere le derive considerate demenziali della conversazione politica. L’ex generale David Petraeus – l’ufficiale americano più stimato di questa generazione, uscito ammaccato da uno scandalo personale – ha di recente scritto un editoriale sul Washington Post per avvertire che i politici indulgono in una retorica “tossica” contro i musulmani e questo è suonato come un colpo chiaro menato contro Donald Trump, che sostiene il divieto d’ingresso negli Stati Uniti per i musulmani e l’obbligo di iscrizione a un registro per chi è già residente. L’ex capo di stato maggiore, l’ammiraglio Mike Mullen, ha partecipato ad alcuni incontri discreti con il sindaco di New York, Michael  Bloomberg, per parlare di un possibile ticket presidenziale. Un consigliere di Mullen dice che l’ex ammiraglio ha considerato l’ipotesi in modo serio, ma poi Bloomberg ha lasciato cadere l’idea di partecipare alla campagna. Un altro protagonista delle guerre americane in Iraq e in Afghanistan, il generale dei marine James Mattis – detto “Mad Dog”, per il temperamento aggressivo – ha studiato la possibilità assieme ad alcuni dirigenti del Partito repubblicano di correre contro Trump, anche lui con discrezione. Anche Mattis ha poi lasciato perdere, ma la rilevanza dei generali americani come portatori di un raziocinio che non è più considerato pertinente alla politica è evidente. A fine marzo il Pentagono ha dovuto chiedere al sito Defense One di correggere una notizia a proposito del capo di stato maggiore, Joseph Dunford, che aveva definito la Nato come “importante, senza discussioni”. Sembrava una risposta diretta a Trump, che aveva definito l’alleanza atlantica “obsoleta”.
La questione dell’appello ai generali in congedo è diventata così urgente che Dunford il mese scorso ha ordinato ai generali in servizio di tenersi assolutamente fuori dalla politica, anche se molti argomenti di questa campagna – torture e sicurezza nazionale, bombardare a tappeto lo Stato islamico, tagliare i fondi alla Nato – sembrano fatti apposta per essere commentati da professionisti. Un paio di generali, prima dell’ordine, avevano risposto al candidato repubblicano Ted Cruz, commentando in modo critico l’idea di bombardare lo Stato islamico fino a che non rimanga “sabbia che brilla nel buio”. Anche Trump aveva annunciato bombardamenti a tappeto, e ha reagito piccato, dicendo che quando sarà presidente “sarà proibito ai generali apparire in televisione”.

 

Il ruolo dei militari in questi anni di guerra ibrida mista a diplomazia si è fatto sempre più politico. E’ stato per esempio il generale Dunford, in aereo e di ritorno da un incontro a Bruxelles, ad annunciare ai cronisti americani venerdì scorso che l’America punta a un impegno militare a lungo termine in Libia, e sono parole che l’Amministrazione Obama si guarda bene dal commentare o smentire: Dunford sta facendo un lavoro politico. Come pure è stata squisitamente politica sabato scorso la visita del capo del Centcom, Joe Votel, alle prime linee in Siria. Il generale americano più alto in grado in medio oriente è andato di persona, assieme a una pattuglia di giornalisti, dalla Cnn al Washington Post, a incontrare le forze miste siriane e curde che ieri hanno cominciato l’offensiva per liberare l’area a nord di Raqqa, capitale dello Stato islamico. Non c’era bisogno che andasse, ma è un messaggio per le altre nazioni presenti nell’area, Russia inclusa.

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