François Hollande con Barack Obama (foto LaPresse)

Ambiguo, falso, irresponsabile. Quanto sono furiosi i francesi con Obama

Paola Peduzzi
Parigi vorrebbe fare da sola le missioni che ritiene utili. Ma deve scontrarsi con le reticenze degli americani. Che per di più criticano gli alleati europei

Parigi. “Frasi false e irresponsabili”. Le dichiarazioni di Barack Obama sulla Libia, “il peggiore errore” della sua presidenza, non sono state prese bene dagli alleati europei, che nel 2011 si trovarono al posto di guida della coalizione “leading from behind” degli americani. A Parigi i toni sono duri, alcune fonti diplomatiche usano espressioni invero poco diplomatiche, la tensione è evidente. Gli americani hanno da sempre un ruolo storico nel mondo, un potere di influenza. Ora non lo esercitano più con l’energia del passato, ma allo stesso tempo sono molto critici con gli avversari. Troppo da digerire per i francesi che cercano solidarietà e appoggio, dopo che sono stati colpiti sul loro terreno due volte in un anno. In Francia prevale il senso di frustrazione: Parigi vorrebbe fare da sola le missioni che ritiene utili, ma non ha mezzi a sufficienza, ha bisogno del sostegno degli americani, i quali invece tendono a non considerare una minaccia globale quel che avviene nel Mediterraneo. Certo non una minaccia imminente per gli Stati Uniti. Così in Europa l’insofferenza nei confronti di Obama è in crescita: nella diplomazia italiana resistono gli occhi luccicanti al solo citare il presidente americano, il suo fascino inesauribile è ancora contagioso, ma ora che Obama arriva in Germania, il 24 e il 25 aprile, il clima è ben diverso rispetto al passato, certo lontanissimo da quando, nel 2008, gli elettori (senza voto) più emozionati e sfegatati del mondo erano gli europei.

 

L’intervista che il presidente americano ha rilasciato a Jeffrey Goldberg dell’Atlantic – la dottrina Obama – è citatissima in molte conversazioni parigine. Camille Grand, ex diplomatico, direttore della Fondation pour la recherche stratégique, uno dei think tank francesi più influenti sulla politica estera, parla senza troppi fronzoli di “schizofrenia americana”. In quella intervista, Obama dice che l’America non può salvare tutto il mondo, che è necessario scegliere dove impegnarsi con una buona dose di realismo, che gli alleati devono responsabilizzarsi e non pensare che ci saranno sempre gli americani a venire in aiuto. Parla dei sauditi esplicitamente – Obama va a Riad prima di arrivare in Europa – ma anche e soprattutto dei “freeriders” europei nella Nato, in particolare inglesi e francesi, responsabili dell’“errore libico”. Scrocconi. “L’ambiguità americana è fonte di grande frustrazione”, dice Camille Grand, che spiega che Obama “ha innescato una competizione tra i vari paesi europei. Della crisi economica parla soltanto con i tedeschi, del terrorismo parla soltanto con i francesi, e via così, per ogni nazione”. Grand sorride mentre immagina per ogni capitale europea “il proprio momento di piacere”, l’attimo in cui ognuna di essa si è sentita il partner unico ed esclusivo dell’America di Obama, ma l’effetto finale è un misto di preoccupazione e di rabbia.

 

Altre fonti diplomatiche lo confermano: “Che cosa avremmo dovuto fare in Libia, qual era l’alternativa a un intervento, c’era un regime che stava minacciando di sterminare la propria popolazione, c’era il consenso dell’Onu all’intervento, avremmo dovuto aspettare?”. La Libia-più-grande-errore è uno sfregio imperdonabile, che riapre ferite più lontane, quella cocente degli aerei francesi pronti a partire per la Siria, dopo che Washington aveva insistito sull’urgenza “morale” di una missione contro il regime di Bashar el Assad che aveva utilizzato le armi chimiche, fermati all’ultimo da una telefonata di Obama al presidente François Hollande: la campagna è sospesa. Quello è stato il momento in cui Parigi, che da sempre ambisce a un ruolo di primo piano nel mondo, ha cambiato la sua percezione nei confronti di Obama, conferma un fonte diplomatica: nessuno zuccherino dato in seguito ha poi dato completo piacere. E se proprio vogliamo parlare di errori, perché non guardiamo alla questione israelo-palestinese? Il discorso al Cairo di Obama appena insediato alla Casa Bianca, il grande sforzo diplomatico con l’iniziativa del segretario di stato John Kerry, poi basta, un sostanziale raffreddamento, Obama “ha chiuso la boutique, encefalogramma piatto”. L’America dice di volersi un po’ allontanare dal ruolo di guida, vuole responsabilizzare gli alleati, però un ruolo vuole mantenerlo, e allora “fa intervenire i russi” o decide “in modo autonomo” sui dossier più delicati. Come dice Camille Grand, “non si può essere allo stesso tempo gran sostenitori del ‘leading from behind’ e dare di scrocconi agli alleati”, bisogna scegliere. Soprattutto bisogna fidarsi.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi