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"Non dobbiamo scusarci per come siamo", dice de Winter parlando di Occidentofobia

Il rifiuto da parte degli islamisti del nostro stile di vita ha un nome, e ce lo spiega l’intellettuale olandese – di Paola Peduzzi

2 Aprile 2016 alle 02:18

"Non dobbiamo scusarci per come siamo", dice de Winter parlando di Occidentofobia

Una via di Molenbeek

Milano. C’è un termine che non viene utilizzato con grande frequenza: occidentofobia. E’ il rifiuto da parte degli islamisti di accettare i valori e lo stile di vita dell’occidente, i nostri. Leon de Winter, scrittore e intellettuale olandese, lo ha ripreso in un articolo di questa settimana su Politico Europe, citando uno studio del 2013 del professor Ruud Koopmans del Berlin Social Science Center. “Non è un termine molto comune – dice de Winter al Foglio – perché le parole implicano sempre una scelta, una decisione. E’ per questo che spesso i politici evitano di pronunciarne alcune, perché le parole possono sembrare anticonformiste e loro si troverebbero nella situazione di assumersene la responsabilità, e non vogliono”. Responsabilizzarsi: ecco che cosa sarebbe utile, invece che cercare sempre giustificazioni di qualsiasi tipo alle azioni dei terroristi islamisti. “Non dobbiamo scusarci per come siamo, per le nostre società ricche, libere e rispettose degli altri, non dobbiamo inventare chissà quali motivazioni socio-economiche che spieghino perché veniamo attaccati – dice de Winter – Abbiamo fatto degli errori, certo, ma con tutta probabilità abbiamo fatto soprattutto cose giuste: non ci sono mai state tanta prosperità e tanta sicurezza nel mondo occidentale quanto oggi, e questo spiega perché milioni di persone vogliono venire a vivere qui, tra noi. C’è istruzione, ci sono opportunità per lavorare, per creare, perché mai dovremmo chiedere scusa?”.

 

Il filone del giustificazionismo è invece molto navigato. In un articolo della New York Review of Books dal titolo per l’appunto “Perché il Belgio?”, Didier Leroy, esperto di terrorismo dell’Accademia militare reale belga, ha perlustrato nel dettaglio tutte le motivazioni sociologiche possibili. Ci sono almeno 470 foreign fighters che dal Belgio sono andati a combattere (o hanno tentato di) con lo Stato islamico, e ci sono molti giovani radicalizzati in varia misura, che “stanno vivendo una crisi di identità”, dice Leroy, secondo il quale “si sottostima l’elemento psicologico” che ha a che fare con la famiglia e con le esperienze adolescenziali. “Sono convinto – ha spiegato Leroy – che possiamo comprendere molto meglio le motivazioni dei terroristi esaminando la situazione famigliare, se ci sono state tensioni o violenze in famiglia. Non parlo soltanto della violenza fisica dei padri, che lascia ferite visibili ed è facile da identificare. Sono le ferite invisibili, probabilmente indotte dalla violenza morale e verbale delle madri, che possono gettare nuova luce in certi comportamenti estremi”. Se alle colpe delle madri – chi altro? – si aggiunge “il testosterone”, dice Leroy, il quadro è completo: “Se togli le barbe, il Corano, le bandiere nere da molti video dello Stato islamico, resta un filmato che assomiglia ai video hip hop americani”. Togliere le barbe e il Corano: è questo il punto. Leon de Winter dice che tutti i giovani, anche quelli europei, devono sopravvivere a una situazione economica e famigliare spesso difficile. In Spagna, la disoccupazione govanile ha raggiunto il 50 per cento, “ma i cittadini spagnoli non si fanno esplodere nelle metropolitane”.

 

Secondo Leon de Winter, i musulmani che vivono in Europa e in occidente “dovrebbero essere grati, dovrebbero ringraziare Dio ogni giorno per la possibilità che hanno di vivere in queste terre libere, con le opportunità che ci sono qui. Invece sono arrabbiati. Invece si sentono umiliati. Si sentono discriminati. Ci accusano di islamofobia. E noi dimentichiamo che invece la descrizione del loro rifiuto è l’esatto contrario, è l’occidentofobia”. Non c’è un modello di vita più bello del nostro, secondo lo scrittore olandese, che passa molto del suo tempo dall’altra parte del mondo, a Malibu, così si prende anche il meglio del continente al di là dell’Atlantico. Per questo, perché è convinto che la bellezza del nostro modo di vivere sia la nostra forza, de Winter è ottimista. Ottimista in un modo che non si sente di frequente, anzi, quasi mai. Certo, riconosce che “ci sono stati dei passi indietro in alcuni campi”, quando gli chiedo se il ruolo meno combattivo degli Stati Uniti di Barack Obama abbia delle responsabilità nel desiderio imperante di chiedere scusa di tutto, spiega che “l’altro lato della medaglia delle nostre società così aperte e liberali è che non ci sentiamo più in dovere di difendere i risultati ottenuti”. Per questo troviamo sempre qualche giustificazione all’arrabbiatura e all’odio degli islamisti che vivono in mezzo a noi. “Ma è un fenomeno temporaneo”, dice de Winter, e lo dice con una sicurezza e una perentorietà contagiose. “Abbiamo la tendenza a criticare tutto di noi, ma sono convinto che i cittadini soprattutto, ma anche i leader politici, abbiano ben compreso che dobbiamo difenderci, che i risultati delle nostre battaglie sono meritevoli di una missione di difesa, di una missione vigorosa”. A tutto campo, dice.

 

In realtà in Europa come in America si stanno consolidando tendenze opposte, che portano alla disunione, alla solitudine, all’isolazionismo. L’Unione europea rischia di spaccarsi con la Brexit ed è già spaccata al suo interno in mille rivoli che si scagliano contro l’unità. Negli Stati Uniti, un candidato presidente dice che la Nato non serve a nulla e che è meglio non avere troppo a che fare con gli alleati europei. Ma de Winter non ci crede. “L’isolazionismo è un termine del passato, oggi ci sono troppe informazioni, troppi flussi di gente, di idee, di stimoli per poter davvero credere che isolarsi sia possibile. Non lo è. Siamo anzi tutti sempre più convinti che non dobbiamo avere paura di celebrare la società che abbiamo creato. Ritirarsi o arrendersi o scusarsi non sono opzioni praticabili. Anzi ci impegneremo sempre più a difenderci tutti assieme”.

 

Siamo solo in un periodo di transizione. Ed è questa trasformazione – per il meglio – che Leon de Winter ha deciso di raccontare scrivendo una serie per la televisione in dieci puntate. Si svolge a Bruxelles, “nella famosa bolla di Bruxelles, con le sue mille lingue, le istituzioni, le tanti voci, il centro del nostro mondo”. Racconta la storia di un commissario europeo olandese, una donna, e di un oligarca russo-ucraino, e a pochi giorni dal referendum olandese sull’associazione tra Ue e Ucraina – si terrà il 6 aprile – la trama sembra quasi uno scherzo. “Ovviamente si faranno paragoni con ‘House of Cards’ o serie del genere – dice de Winter – ma ci sono tante storie intime nella serie, non è soltanto la rappresentazione di giochi di potere. C’è il rapporto della commissaria con la figlia, per esempio, la vita di una ragazza nella bolla”. Questo “mosaico di storie” sarà pronto per Natale, il messaggio è che “siamo in transizione, nulla oggi sembra sicuro”, ma domani lo sarà. De Winter è ottimista, fa soltanto un sospiro quando dice: “Abbiamo appena iniziato a girare, il giorno prima degli attentati di Bruxelles”.

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