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I calcoli di Trump

Non solo Ohio e Florida. Il piano di contenimento di Donald in caso di sconfitta in uno stato cruciale

15 Marzo 2016 alle 06:18

I calcoli di Trump

Donald Trump (foto LaPresse)

New York. Ieri lo staff di Donald Trump ha bruscamente rimosso il responsabile della campagna elettorale dell’Illinois, Kent Gray, colpevole di aver fatto troppo poco e troppo male nell’organizzazione della campagna elettorale nello stato. Al suo posto è stata messa una diarchia di pretoriani di Trump. Per uno che ha costruito una parte della sua fortuna sui licenziamenti, la cacciata di un collaboratore locale a poche ore dal voto non è una notizia di rilievo, ma in questo caso offre un indizio sulla linea strategica che il candidato sta tenendo in questa giornata campale delle primarie repubblicane, dove si vota in cinque stati, per un totale di 367 delegati a disposizione. L’incidente dell’Illinois mostra che gli occhi di Trump non sono puntati esclusivamente sulla Florida e sull’Ohio, le prede più ambite di questo novello Super Tuesday meno ricco dell’originale in termini di delegati ma politicamente cruciale.

 

Vincere negli stati di Marco Rubio e John Kasich significherebbe non solo sbarazzarsi di due concorrenti ma anche far deflagrare la strategia di ponderata spartizione dei voti promossa dall’establishment repubblicano per impedire a Trump di raggiungere quota 1.237 prima della convention di luglio. La media dei sondaggi fatta da RealClearPolitics dà Trump in vantaggio di oltre 18 punti in Florida (99 delegati), mentre l’Ohio (66 delegati) è in sostanziale parità, con una leggera tendenza in favore del governatore Kasich. La giornata di oggi inaugura la stagione degli stati “winner take all”, dove chi ottiene la maggioranza semplice dei voti si aggiudica l’intero pacchetto dei delegati dello stato, e mentre Trump ha cancellato all’ultimo un evento in Florida per fare la volata nel più ostico Ohio, i suoi uomini lavorano di calcoli per tenere il passo senza necessariamente vincere nelle due piazze principali.
La matematica dice che Trump può permettersi di perdere contro Kasich, ma in quel caso diventa determinante il voto in Illinois (69 delegati) e in Missouri (52), stati in cui Trump ha un vantaggio contenuto. Da qui la particolare insistenza sulle operazioni in Illinois e il piccolo parapiglia interno nel cuore del piano di contenimento di Trump nel caso le cose andassero male altrove. Lo stato non è un vero “winner take all”: l’intera somma dei delegati viene assegnata soltanto se un candidato vince in tutti i diciotto distretti dello stato, perciò la capillarità è una caratteristica fondamentale per tentare di conquistare l’intero bottino. Come in Missouri, le primarie sono aperte, non occorre essere registrati nelle liste repubblicane per votare, cosa che fin qui ha premiato l’elettorato trasversale di Trump. La North Carolina, infine, distribuisce i 72 delegati in modo proporzionale. Se Trump perde in Ohio, ma vince in Florida, Illinois, Missouri e prende una buona fetta di delegati in North Carolina avrà bisogno di conquistare circa la metà dei delegati disponibili da qui alla fine della corsa, obiettivo più che raggiungibile. Diversa la situazione in caso di una sconfitta in Florida, dove Trump si sente abbastanza tranquillo da cancellare i comizi mentre contemporaneamente Sarah Palin, che stava girando il Sunshine State per conto del frontrunner, è dovuta rientrare in Alaska per un grave incidente in motoslitta che ha coinvolto il marito Todd. I sondaggi sono impietosi nei confronti di Rubio, al quale ieri è toccato pure leggere il suo stesso necrologio politico a opera di quella specie di grande elettore del giornalismo di Washington che è Mark Leibovich. Il lungo racconto della “fine del Marco-mentum” anticipato dal New York Times Magazine non ha un lieto fine, e tutti questi dati e indizi da passare al vaglio delle urne aumentano l’importanza di stati un po’ più trascurati nel racconto elettorale. Simboli e dati politici sono importanti, ma è sulla conta dei delegati che si costruisce la nomination.

 

Leggermente più chiara la situazione in casa democratica, dove Hillary Clinton è in vantaggio in tutti gli stati in cui si vota, ma la grande rimonta di Bernie Sanders in Michigan è stata una lezione sugli eccessi di confidenza. Gli ultimi sondaggi danno il senatore socialista in ripresa in Illinois, lo stato dove Hillary è cresciuta e dove il sindaco di Chicago, il purissimo distillato del clintonismo Rahm Emanuel, è una presenza radioattiva. Sanders se ne va in giro vantandosi di non avere il suo endorsement.

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