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Il Sudamerica che dipende dal petrolio prova a crearsi delle vie di fuga

L’impatto della crisi petrolifera internazionale sull’America Latina e le possibili soluzioni da prendere. Parlano gli ambasciatori in Italia di Messico, Venezuela e Costa Rica.

4 Marzo 2016 alle 20:10

Il Sudamerica che dipende dal petrolio prova a crearsi delle vie di fuga

“In Messico diciamo che il mais ce lo ha regalato Gesù Bambino e il petrolio ce l’ha regalato il diavolo. E dicevamo pure che da noi il petrolio era la cosa più importante dopo la Vergine di Guadalupe. Ma per fortuna grazie alla politica di apertura economica oggi non è più così, e malgrado la crisi e il crollo dei prezzi del greggio l’anno scorso siamo riusciti lo stesso a crescere del 2,5 per cento”, dice Juan José Guerra Abud: appena nominato ambasciatore del Messico in Italia, dopo essere stato tra 2012 e 2015 ministro dell’Ambiente, e prima ancora capogruppo del Partito Verde Ecologista Messicano alla Camera dei Deputati.

 

“Il crollo dei prezzi del petrolio è stato dovuto a una guerra economica che gli Stati Uniti hanno consapevolmente scatenato sia contro i Paesi dell’asse bolivariano, come Venezuela, Bolivia e Ecuador; sia contro quegli altri Paesi che pure stavano sfidando la sua egemonia, come Cina, Russia e Iran. Nella nostra valutazione, il male che reca al mondo la caduta dei prezzi del petrolio è più del bene, ma in Venezuela diciamo che non c’è male che per bene non venga. La situazione difficile che stiamo affrontando ci sta aiutando a capire che non possiamo dipendere solo dal petrolio, e che dobbiamo diversificare l’economia”, dice Julían Isaías Rodriguez Diaz, ambasciatore del Venezuela in Italia, dopo essere stato vicepresidente durante il primo mandato di Hugo Chávez.

 

Così hanno parlato non solo due diplomatici, ma anche due autorevoli rappresentanti del mondo politico di quelli che sono le due maggiori potenze petrolifere dell’America Latina. E appunto dell’impatto che sull’America Latina sta avendo la crisi petrolifera internazionale hanno parlato in un incontro organizzato dall’Osservatorio Mediatrends America – Europa, e che per casualità ha finito per tenersi proprio mentre la polizia brasiliana perquisiva la casa di Lula in seguito a uno scandalo scatenato da una storia di tangenti alla società petrolifera di Stato Petrobras. Insomma, dopo che la scoperta del greggio nell’Atlantico Meridionale era sembrata la definitiva consacrazione del decollo brasiliano, anche per la maggior potenza della regione il dono del petrolio si è poi rivelato una disgrazia.

 

Con loro c’era anche Cristina Eguizábal Mendoza: ambasciatrice in Italia del Costa Rica, che come si è premurata di ricordare subito il petrolio invece non lo ha. Il Costa Rica, infatti, è tra i paesi per i quali il calo dei prezzi del petrolio ha rappresentato un vantaggio; l’opposto del Venezuela, un Paese in cui la coesistenza tra crollo dei prezzi del greggio e gestione populista della politica ha causato una situazione molto difficile.

 

[**Video_box_2**]Già in una precedente conversazione col Foglio Rodríguez Díaz aveva ammesso dati molto negativi, ma adesso il governo ha appena confermato un’inflazione del 180 per cento e una contrazione del Pil del 5,7 per cento. Ovvie le obiezioni alla visione complottista per cui la guerra petrolifera al Venezuela sarebbe iniziata “fin da quando Chávez è diventato presidente”. Non è che piuttosto è stata la guerra dei sauditi al fracking Usa a provocare il crollo dei prezzi? Al Foglio Rodríguez Díaz obietta che ovviamente molto “dipende dai punti di vista”, ma che la tempistica dell’andamento dei prezzi è secondo lui decisiva. Grazie a questa crisi però il Venezuela starebbe iniziando una benefica diversificazione dell’export, in cui appaiono il granito, i gamberetti e il cacao. In prospettiva ci sarebbero anche lo sfruttamento di grandi risorse di oro e diamanti, il turismo e lo sviluppo di un programma di autosufficienza alimentare.

 

In Messico questo futuro è già iniziato. E mentre l’ambasciatore del Venezuela ritiene che scopo della guerra petrolifera sia quello di costringere il Venezuela a privatizzare, quello del Messico ritiene che proprio l’apertura economica abbia permesso al Paese di diversificare. “Abbiamo trattati commerciali con 80 Paesi. Negli anni ’80 il nostro export era rappresentato al 60 per cento dal petrolio. Oggi è per il 90 per cento manifatturiero”.

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