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La maledizione di O. J. Simpson e le radici del malessere americano

La serie “The People v. O.J. Simpson” ripercorre il processo del 1995, tra questione razziale e circo mediatico a vent’anni dalla sentenza e dopo numerosi choc collettivi.

13 Febbraio 2016 alle 06:18

La maledizione di O. J. Simpson e le radici del malessere americano

O. J. Simpson

Che finisca tutto in tv è la cosa più naturale che si possa immaginare, perfino tardiva – non fosse che l’operazione, anziché la ricucinatura gossippara d’una grande storia, a puro scopo di lucro, si rivela una stimolante rappresentazione, in equilibrio tra commedia e tragedia, di come sia stata l’America di fine Novecento. E di come si specchi in quella d’oggi. Torturata, allora come adesso, da turbolenze sociali che viaggiano in direzioni stravaganti e contraddittorie, nemmeno si trattasse, scimmiottando un noto pessimista del posto, di un gigantesco “vizio di forma”. In questa occasione stiamo parlando della serie televisiva sul processo a O. J. Simpson, che richiamerà l’attenzione di chiunque voglia capire cosa si nasconda sotto il tappeto di quella brutta storia. Andata in scena nella Los Angeles di metà anni Novanta, all’imbocco della decadenza che avrebbe dilapidato in fretta anche il patrimonio emozionale di quella città.

 

Rinfreschiamoci la memoria. Orenthal James Simpson è un 47enne ex campione di football, diventato incredibilmente popolare, prima sul campo di gioco e poi sul grande e piccolo schermo. Bello, sfrontato e piacione, O. J. negli anni Settanta incarna un modello prematuro di nero di successo, apparentemente superbo, ma in realtà prono alle logiche di mercato che gli impongono una servizievole subalternità, in cambio della quale gli viene rilasciato il lasciapassare per il bel mondo. In lui nessuna traccia di coscienza sociale o di razza, ma tutt’al più la positiva incarnazione di una possibilità di riscatto, a patto di stare al gioco e ai compromessi. La vita privata di O. J. si rivela, col passare del tempo, popolata da luoghi oscuri, il cui epilogo tragico è il duplice omicidio dell’ex moglie Nicole Brown, da cui è divorziato da un paio d’anni, e di Ron Goldman, un cameriere capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato, incaricato di riportare a Nicole un paio d’occhiali dimenticati al ristorante, la sera del 12 giugno 1994. Sulla base delle tante denunce per maltrattamenti presentate da Nicole contro di lui, Simpson è subito l’unico sospettato del duplice delitto. Per proteggersi dai media, O. J. per alcuni giorni trova rifugio a casa dell’amico Robert Kardashian e il 17 giugno, invece di rispondere alla convocazione della polizia, si allontana dalla città a bordo di un suv Ford Bronco bianco. La polizia intercetta il veicolo e per ore va in scena il celebre inseguimento al rallentatore sulle autostrade di LA, seguito in diretta tv da 100 milioni di spettatori e considerato un grande frammento simbolico della società californiana di fine millennio. Infine, rinunciando all’annunciato proposito di spararsi in testa, O. J. si consegna alle autorità, sottoponendosi al processo per omicidio che si apre il 24 gennaio ‘95, circondato da un parossistico interesse da parte dei media e del pubblico. Che presto fa la conoscenza coi protagonisti della rappresentazione: la giuria, 12 membri di cui sette afroamericani, gli inquisitori Marcia Clark e Christopher Darden e il “dream team” difensivo, composto da Johnny Cochran, Alan Dershovitz, Robert Shapiro e dal solito Kardashian. A condurre il procedimento viene designato un personaggio che il più arguto sceneggiatore non avrebbe saputo inventare: il giudice Lance Ito, un flemmatico istrione d’origine giapponese, divertito dal bailamme di celebrità che lo stava travolgendo.

 

 

“If it doesn’t fit, you must acquit”

 

L’accusa tira subito in ballo moventi come la gelosia e l’indole violenta dell’imputato. Ma la difesa smonta sistematicamente le prove a carico di O. J., denunciando l’inammissibilità di quasi tutti i reperti e puntando forte sulla carta razziale: O. J. come vittima dei pregiudizi di chi considera il nero, anche uno famoso, come il sospettato naturale di un delitto. La svolta arriva col famoso episodio del guanto: il detective Mark Furman, già responsabile di gravi episodi di discriminazione razziale, viene accusato d’aver fabbricato una falsa prova a carico dell’imputato: i guanti che sostiene d’aver ritrovato sul luogo del delitto e indossando i quali O. J. avrebbe commesso il crimine. Quando, di fronte alla corte, O. J. prova a infilare un guanto che si rivela palesemente troppo piccolo per la sua mano, il processo si sbriciola. Ai posteri si tramanda la frase dell’avvocato Cochran: “If it doesn’t fit, you must acquit” (se non calzano, dovete assolverlo), che anticipa il verdetto di innocenza, sancito dalla giuria il 3 ottobre, tra lo sconcerto generale, per quanto contraddice lo svolgimento dei fatti. Dershowitz dichiara: “Non siamo stati noi a vincere. E’ l’accusa che ha perso, commettendo i peggiori errori”. Poco tempo dopo, il processo civile preteso dai familiari delle vittime ribalta il verdetto, giudicando Simpson responsabile dei due omicidi e assegnando alle famiglie un risarcimento milionario. Quindi nel 2007 Simpson viene arrestato a Las Vegas, con l’accusa d’aver rubato da una stanza d’albergo dei cimeli sportivi che, secondo lui, gli appartenevano. O. J. incassa una condanna esemplare: 33 anni di prigione, con la prospettiva di finire la vita dietro le sbarre, con un provvedimento che pareggia spudoratamente i conti rimasti aperti 12 anni prima.

 

Il serial “The People v. O.J. Simpson” è ispirato a “The Run Of His Life”, il libro che Jeffrey Toobin del New Yorker dedicò alla vicenda. Il trattamento televisivo è stato scritto da Scott Alexander e Larry Karaszewski, il team di sceneggiatori di “Ed Wood” e “The Man On The Moon”. I 10 episodi fanno parte di “American Crime Story”, il progetto del canale FX che ogni anno estrarrà dall’armadio lo scheletro di un grande caso giudiziario. Le regie sono, tra gli altri, di un innovatore della serialità come Ryan Murphy (“Nip/Tuck”) e di un maestro del black cinema come John Singleton. Il cast è notevole: Cuba Gooding Jr. lavora duro d’impersonificazione per assumere l’aplomb d’inconsapevole incredulità che contraddistingue O. J. Simpson per tutta la durata dal processo, a cominciare dalla fuga sulla Bronco bianca. David Schwimmer, uno degli eroi di “Friends”, è Robert Kardashian, l’avvocato armeno-americano amico di O. J. e suo instancabile sostenitore, nonché genitore dello sbarazzino trio di ragazzine piene di “k”, Kourtney, Kim e Khloe, che anni dopo diventeranno uno dei più bizzarri tormenti americani. Poi c’è la crew legale che anima il leggendario processo: il giudice Ito (Kenneth Choi), il collegio difensivo col bianco Robert Shapiro (John Travolta) e il nero Johnnie Cochran (Courtney B. Vance) e quello accusatorio guidato dalla bianca Marcia Clark (Sarah Paulson) e dal nero Christopher Darden (Sterling K. Brown), presto impegnati in una rovente love story che farà impazzire i media. Autentiche guerre culturali si dipartono dall’aula di Downtown LA e di lì si rifrangono in tutta America, ogni giorno arricchite da nuove issues, a cominciare dalla crociata scatenata da Johnnie Cochran contro il locale Dipartimento di polizia, accusato di corruzione, discriminazione e violenza generalizzata ai danni degli afroamericani.

 

La verità, quella esposta dai fatti e dalle relative dinamiche, diventa presto un fattore trascurabile: “The People v. O.J. Simpson” è costruito su questa tesi. A contare sono altri valori e altre volontà. Del resto, in quei giorni l’informazione americana comincia a parlare senza peli sulla lingua di una giustizia a due velocità, che plasma i propri andamenti sui mezzi economici di chi è coinvolto. Che pagare sia la scorciatoia per l’impunità diviene evidente allorché la potenza di fuoco del collegio difensivo di O. J. domina un’accusa esitante, contraddittoria, eccessivamente tentata dal trasformare il processo in una riflessione etica sul maschilismo. Un proposito “accademico”, questo, che costa al team Clark-Darden una brutta sconfitta e che non sottrae la vicenda di O. J. Simpson alle connessioni con la tensione razziale che in quel momento si sta rinvigorendo. Ciò che due anni prima l’episodio di Rodney King ha reso inoppugnabile agli occhi dell’opinione pubblica, ovvero – come scriverà 20 anni dopo Ta-Nehisi Coates – che il corpo, l’entità fisica afroamericana sia esposto al rischio di distruzione in una società che lo guarda con ostilità, si arricchisce di un’altra nozione sconcertante: nell’America del 1995 il valore economico surclassa il valore morale, prova ne sia che anche un cittadino “svantaggiato” in quanto afroamericano, se dispone dei quattrini per comprare i servigi di un buon collegio avvocatizio, può aspirare all’impunità. Alla fine, nella frizione tra fama, potere del denaro e impunità, celebrato episodio dopo episodio da “The People v. O.J. Simpson”, il personaggio più tragico della vicenda è il meno ricordato: Nicole Smith, la donna massacrata nell’epilogo di una relazione a base di sopraffazione.

 

 

La ricchezza e la pacificazione razziale

 

Sullo sfondo di questa squallida storia, si staglia una nazione che ricomincia a sussultare per gli scompensi provocati dalla mancata pacificazione razziale. I riots di LA, i saccheggi e il caso O. J. Simpson, sono i detonatori di un’instabilità di cui nessuno ha voglia di ricominciare a occuparsi. Del resto, quale paese sarà mai disposto a ragionare sulla propria vocazione al linciaggio? L’attenzione popolare e la partecipazione di personaggi pronti a sfruttare l’occasione, trasformano il caso Simpson in una performance nella quale, uno dopo l’altro, i nodi più intricati della società americana arrivano al pettine: il bianco non è uguale al nero; i codici legali sono porosi; la violenza sulle donne è un tema così angoscioso che l’opinione pubblica preferisce evitarlo; e la poltiglia luccicante del successo è cosparsa di trappole. Uno dei pezzi forti della serie di FX è il duello Cochran-Clark, impegnati a battagliare su una causa che moralmente li disgusta entrambi ma che professionalmente li inchioda al dovere di distruggere l’avversario. Sanno che il circo mediatico se ne sbatte delle prediche, che ha le orecchie tappate riguardo al valore evocativo di questa storia, che insegue la perversione, si crogiola nel fango, acclama i colpi a sorpresa. Cochran vince la partita giocando la carta della razza, ma di lì in poi si disinteressa del modo in cui le istituzioni americane indagano i torti commessi dagli afroamericani. Il suo trionfo è garantire a un “eroe” come Simpson un margine d’intangibilità grande quanto la gratitudine del pubblico nei suoi confronti. Marcia Clark, invece, fallisce nel disegno di trasformare il massacro di Nicole Brown in uno scandalo morale, invocando l’esame di coscienza del maschio e lo smascheramento di una società che ammetta una simile vergogna. L’America che segue il confronto si gode il brivido dell’assistere a come si uccide nel dorato mondo della celebrità. E a come, commesso il delitto, ci si possa sottrarre alle proprie responsabilità.

 

Quella è l’America del 1995. Prima dei social network, con internet gracile e la tv che governa e promulga. Rivivere il processo ora, con l’intensità di questi telefilm, contribuisce a portare alla luce le radici del malessere che avvolge l’America di oggi. Vent’anni e numerosi choc collettivi sembrano passati invano: la brutalità della polizia verso i neri e il proliferare degli abusi domestici restano temi centrali delle cronache del presente. Tutto continua a ruotare attorno a quel principio americano del trovare la via che porta al potere. Al saper piacere. All’avere successo. Allo scalare la vetta. E poi, di lì, guardare giù in basso, dove ci sono gli altri, lontani. Sfuocati. Al punto che basta un attimo di distrazione per ritrovarsi a calpestarli.

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