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Primarie d’America

Eccoci in New Hampshire, lo stato degli indecisi (e degli anziani ricchi)

I candidati battono ogni angolo per conquistare il voto dell’ultima ora. Le strategie dei favoriti, Trump e Sanders. Se un giornalista si avvicina a un candidato, gli attivisti lo scostano: si parla solo con gli elettori.

9 Febbraio 2016 alle 06:15

Eccoci in New Hampshire, lo stato degli indecisi (e degli anziani ricchi)

Bernie Sanders durante l'ultimo dibattito tra i democratici (foto LaPresse)

Dal nostro inviato a Manchester (New Hampshire). I candidati alle primarie per la Casa Bianca hanno invaso il New Hampshire con frotte di attivisti in camicia di flanella dopo i caucus dell’Iowa, ma alcuni di loro da un anno a questa parte hanno visitato ogni sala concerti, ogni fast food, ogni mensa, ogni pizzeria finto italiana, ogni pub, ogni parrocchia, ogni redazione e ogni sede della Ymca anche quando i riflettori della stampa nazionale erano puntati altrove e di primarie ci si occupava più nel mondo delle idee che nei boschi del New England. John Kasich ha fatto 186 eventi in New Hampshire, Chris Christie è indietro di un solo punto nel conteggio e Carly Fiorina è poco distante. Hillary Clinton, Donald Trump, Ted Cruz e Marco Rubio hanno battuto ogni angolo dello stato, per non parlare di Bernie Sanders, un quasi genius loci che fino a poche settimane fa era dato nei sondaggi con un abisso di vantaggio su Hillary, ma alla vigilia delle primarie il divario non appare tanto abissale. “Nessun candidato democratico proveniente da uno stato che confina con il New Hampshire ha mai perso le primarie”, ha messo la mani avanti Bill Clinton, soprassedendo sulla rivalità con il Vermont, lo stato adottivo di Bernie. Anche personaggi che hanno lanciato campagne già tramontate, tipo Lindsey Graham, hanno organizzato centinaia di eventi nello stato più conservatore del New England, noto per la leggendaria indecisione degli elettori. L’Iowa ha la forza simbolica della danza inaugurale, il New Hampshire mette alla prova la tenuta psicologica del “ground game”. Fino all’ultimo giorno, talvolta anche all’ultima ora prima dell’apertura dei seggi, almeno un terzo dei votanti non ha ancora deciso a chi dare la preferenza.

 

Questa abitudine ha reso le “prime” primarie – tecnicamente quelli dell’Iowa sono caucus: ci si divide in gruppi, si discute, si vota con i bigliettini, se finisce in parità si tira la moneta e vince Hillary – imperscrutabili anche per i sondaggisti più accorti, non c’è algoritmo che prevede l’imprevedibile.  Gira in questi giorni una vignetta con l’elettore medio del New Hampshire appollaiato sulla sommità di una montagna innevata che implora il cielo di illuminarlo sulla preferenza da esprimere nell’urna, mentre più in basso il candidato medio con ramponi e piccozza arranca per raggiungerlo e convincerlo.

 

Sono primarie semiaperte, significa che chi è registrato nella lista di un partito non può votare i candidati del partito avversario, ma gli indipendenti, circa il 40 per cento degli aventi diritto, possono presentarsi al seggio e votare chi vogliono. In termini pratici vuol dire che ogni voto conta, ogni elettore viene raggiunto, arringato, bombardato da spot mandati in loop e da attivisti mandati porta a porta, se necessario viene anche rassicurato e coccolato. Se alla fine di un evento elettorale un giornalista avvicina un microfono al candidato che stringe mani, gli addetti stampa lo fulminano con lo sguardo e la sicurezza li invita a non fare domande, ma se è un elettore a chiedere un chiarimento viene preso sottobraccio, gli vengono rispiegati i punti oscuri, il candidato ascolta con pazienza i suoi dubbi e, nel caso, anche le sue rimostranze, e tutto questo dialogare scolora in un selfie. Anche gli attivisti hanno spesso ordini di scuderia simili. Domenica al rilassato comizio di Rubio prima del Super Bowl un giovane attivista ciarliero s’intratteneva con disinvoltura assieme ad alcuni cronisti. Una collega più anziana lo ha rimproverato: “Dobbiamo parlare agli elettori, non ai giornalisti”.

 

[**Video_box_2**]L’elettore del New Hampshire va profilato e trattato con estrema cura. Da queste parti la simpatia generale va ai democratici, ma non quanto in Massachusetts o in Vermont, bastioni liberal, e la popolazione è mediamente più anziana perfino di quella della Florida, bastione dei pensionati. Manchester, la città più grande dello stato, colpisce più per l’imponenza dei cimiteri che per quella dei parchi giochi. Qualcuno, sfoggiando un umorismo irlandese che non è estraneo qui, ironizza sul famoso motto dello stato, “Live free or die”, per descrivere la situazione anagrafica. Per i candidati si tratta dunque di convincere persone tendenzialmente anziane, per la stragrande maggioranza bianche, moderate, tradizionalmente indecise e ricche (il reddito medio è oltre 66 mila dollari, la media nazionale è 51 mila) a votare per loro, e se la composizione demografica può spiegare almeno in parte l’apparente forza di Trump nei sondaggi, lui che è bianco e ricco, smodato nei toni ma non nel radicamento nella cultura dell’establishment liberal, tornano già meno i conti per quanto riguarda Sanders. Il quale, infatti, alla vigilia del voto la butta sui concerti nel campus con Emily Ratajkowski sul palco per galvanizzare i giovani disaffezionati, quelli che nemmeno avrebbero contemplato la possibilità di votare, mentre la macchina di Hillary cerca di fare breccia presso l’elettorato femminile della sua generazione, e usa un combattivo Bill come garante della credibilità politica. Questo popolo anziano, ricco, bianco, che preferisce addirittura la morte a una vita senza libertà ha bisogno di rassicurazioni e spiegazioni dettagliate per superare la sua leggendaria indecisione.

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