Matteo Renzi con Vladimir Putin (foto LaPresse)

S'incrina l'unanimità Ue

Perché l'Italia non vuole fare più “la passante” sulle sanzioni alla Russia

Marco Valerio Lo Prete
Renzi chiede un confronto sulle misure anti Putin. Quella sollevata dalla diplomazia italiana non è questione di mero bon ton. Al centro del contendere ci sono le sanzioni economiche che l’Ue impose nell’estate 2014 alla Russia, immediatamente dopo l’abbattimento del volo di linea MH17. Bruxelles s’interroga sulle ragioni economiche. Parla l’ambasciatrice tedesca.

Roma. Le sanzioni dell’Unione europea alla Russia, comminate nell’estate 2014 durante la crisi ucraina, non possono essere considerate “un automatismo”. Non possono esserlo più, perlomeno. Ieri sera Matteo Renzi ha detto “non siamo passanti e quindi chiederemo ai nostri alleati come stanno andando”. E’ bastato che il governo accennasse a questa considerazione di “metodo” sui rapporti con Mosca per agitare la vigilia del Consiglio europeo di domani e dopodomani a Bruxelles. Creando tra l’altro discrete frizioni tra Roma e Berlino. Innanzitutto perché s’incrina la diplomazia della “voce unica” dell’Europa nei confronti di Vladimir Putin. Inoltre perché, scriveva ieri il Financial Times, Renzi starebbe in questo modo puntando il dito verso un atteggiamento ambiguo della cancelliera Merkel.

 

L’agenda del vertice dei capi di governo di domani, con il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk e il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, prevedeva all’ordine del giorno temi di non poco conto: immigrazione, unione economica e monetaria, mercato unico e rapporti con il Regno Unito. Le relazioni con Mosca erano confinate alla voce “varie ed eventuali”. Mercoledì scorso, però, i diplomatici italiani hanno pronunciato un “no” destinato a far rumore: “No” cioè al prolungamento, con il semplice avallo dei tecnici, alle sanzioni alla Russia; secondo la Farnesina, il nuovo via libera aveva bisogno almeno di un passaggio “politico”.

 

Quella sollevata dalla diplomazia italiana non è questione di mero bon ton. Al centro del contendere ci sono le sanzioni economiche che l’Ue impose nell’estate 2014 alla Russia, immediatamente dopo l’abbattimento del volo di linea MH17 che segnò il momento più acuto della crisi ucraina. Poi, nel marzo 2015, fu deciso di legare la fine di tali sanzioni al pieno rispetto degli accordi di pace di Minsk, e comunque di farle proseguire fino a fine gennaio 2016. Al vertice di giovedì e venerdì, dice al Foglio l’ambasciatrice tedesca a Roma, Susanne Wasum-Rainer, “era previsto il rinnovo, senza dibattito, delle sanzioni. L’Italia ha insistito perché invece questo dibattito si tenesse. Noi avremmo auspicato che gli accordi presi dopo lunghe discussioni venissero rispettati. Anche perché tornare al business as usual con Mosca è al momento impossibile”. Sono parole da cui traspare un certo disappunto, ma l’ambasciatrice ci tiene a precisare che anche a Berlino si è convinti di una cosa: “Dobbiamo portare avanti una strategia duplice: dialogo più pressione economica. La Russia è un paese che crea problemi, ma allo stesso tempo è un paese senza il quale è impossibile risolvere quegli stessi problemi”.

 

Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha già fatto capire che l’Italia non si opporrà per il momento alla prosecuzione delle sanzioni. E di questo sono convinti anche i più attenti osservatori tedeschi. Eppure Roma ha deciso di inviare un segnale che ha fatto sobbalzare sulla sedia un po’ tutti. “Non vedo alcuna ragione per imporre un qualche ritardo” alla prosecuzione delle sanzioni, ha dichiarato per esempio Linas Linkevicius, ministro degli Esteri della Lituania.

 

Al momento sono almeno tre le scuole di pensiero su ciò che avrebbe spinto Roma a infilare questo granellino di sabbia nell’imponente meccanismo che da oltre un anno limita l’accesso dei colossi imprenditoriali russi (inclusi quelli energetici con partecipazione statale) al mercato dei capitali europei, impone un blocco sull’importazione e l’esportazione di armi, come di beni europei a duplice uso. Per non dire del congelamento degli asset e delle restrizioni sulla libertà di movimento di oltre 130 persone e 37 entità coinvolte nella limitazione della sovranità ucraina.

 

Una prima tesi è quella di carattere più “politicista”. “Mere ragioni di politica interna” – dice al Foglio una fonte diplomatica di Bruxelles – hanno spinto Renzi a mostrarsi più aperturista nei confronti di Mosca. Il riferimento implicito è al mantenimento di un’intesa di fondo, almeno sui temi che riguardano la politica estera e dunque l’interesse nazionale, con il centrodestra e in particolare con l’ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, come noto in più che cordiali rapporti con Vladimir Putin.

 

Un’altra tesi è quella avanzata ieri dal Financial Times. “Renzi la scorsa settimana ha bloccato il tentativo di prolungare le sanzioni perché irritato per l’insistenza tedesca” nel procedere con il progetto di gasdotto chiamato Nord Stream 2. Qual è il problema del tubo che collega Vyborg in Russia e Greifswald in Germania, passando in acque internazionali? “Gli italiani ritengono che il progetto Nord Stream 2, sostenuto da membri importanti dell’esecutivo tedesco, contraddica lo spirito della campagna di sanzioni e rappresenti il tentativo di una potente Germania di anteporre i suoi bisogni economici a quelli collettivi del suo blocco diplomatico”. Una fonte italiana ha parlato così al quotidiano della City: “Siamo fermi sulle sanzioni, ma allo stesso tempo un certo numero di paesi e società private sono in condizioni di raddoppiare la capienza del Nord Stream”. Un riferimento implicito al progetto da 11 miliardi di dollari che la società moscovita Gazprom ha annunciato a settembre per collegare la Russia alla Germania passando per il mar Baltico e coinvolgendo i gruppi tedeschi Basf ed E.On, la francese Engie, l’austriaca Omv e l’anglo-olandese Shell. Il tutto, tra l’altro, mentre si è eclissato definitivamente (anche per pressioni comunitarie) il progetto South Stream che invece vedeva in prima linea il colosso italiano Eni.

 

La carta americana

 

Una posizione sovrapponibile a quella italiana, nelle scorse settimane, era stata espressa dalla Casa Bianca. Robin Dunnigan, numero due dell’Amministrazione americana per la Diplomazia energetica, ancora a inizio novembre aveva così commentato il progetto Nord Stream 2 che consentirà a una parte del gas russo di aggirare l’Ucraina e quindi i diritti di transito incassati da Kiev: “Occorre chiedersi: perché qualcuno sostiene l’Ucraina con una mano, e con l’altra mano invece sembra strangolarla?”. A conferma di ciò, ieri è intervenuto il presidente polacco, Andrzej Duda, non certo sospetto di essere tenero con Putin: “Questo non è solo un progetto economico – ha detto commentando l’idea del Nord Stream 2 durante una visita in Ucraina – Si tratta di un progetto politico. E’ dunque impossibile accettarlo”.

 

[**Video_box_2**]La terza ipotesi interpretativa di questo primo smarcamento di Roma dal blocco a guida tedesca non contraddice le prime due ipotesi, piuttosto le integra. Nell’ultimo anno e mezzo il presidente russo Putin è passato dall’essere considerato “un pariah” delle relazioni internazionali a un novello Mr. Wolf della geopolitica, uno che risolve problemi insomma. Le sanzioni furono concepite per gestire la crisi ucraina e, anche se in queste ore saranno diligentemente rinnovate, in alcuni ambienti sono ormai  considerate anacronistiche. Berlino, per esempio, ha dovuto prendere atto, dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi, del vistoso riavvicinamento tra il presidente francese François Hollande e Putin sul dossier siriano. Adesso osserva come l’Italia, per tendere una mano a Mosca, sia disposta a una fuga in avanti, giocando pure la carta dell’annoso sospetto americano verso la Ostpolitik di Berlino.