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I fratelli Kouachi ce l’hanno quasi fatta. Charlie Hebdo non ha più vignettisti

“Il trapianto di palle è quello che funziona peggio”. Erano sette i disegnatori satirici nella testata francese. Cinque sono stati uccisi il 7 gennaio 2015. Gli altri due si dimettono questa settimana.

28 Settembre 2015 alle 16:55

I fratelli Kouachi ce l’hanno quasi fatta. Charlie Hebdo non ha più vignettisti

Roma. C’erano sette vignettisti a Charlie Hebdo. Cinque sono stati uccisi il 7 gennaio 2015: Charb, Cabu, Honoré, Tignous e Wolinski. Gli altri due, Luz e Pelloux, si dimettono questa settimana. Il mensile Causeur titola: “Charlie Hebdo fa hara-kiri”, giocando con il suicidio giapponese e il precedente nome della testata satirica francese. Si è quasi conclusa, fra omicidi e abbandoni, la parabola del periodico satirico decimato a gennaio dall’attentato terroristico nei locali della redazione a Parigi.

 

Due giorni fa l’annuncio del medico Patrick Pelloux, che firmava vignette da dodici anni. “Se ho deciso di smettere di scrivere su Charlie Hebdo è perché c’è qualcosa che è finito”, ha spiegato alla radio Pelloux, che il 7 gennaio scorso, dopo l’irruzione dei fratelli Kouachi in redazione e l’uccisione di dodici persone, fu uno dei primi ad arrivare al giornale e a comunicare con il presidente François Hollande. Qualche settimana fa, in un’intervista con Vanity Fair, Pelloux aveva detto: “Non sono più lo stesso, anzi, non so più chi sono. Ho visto tutti i miei amici con i proiettili in testa o nell’addome. Gli assassini volevano massacrare il sorriso. E’ stato un atto politico nazista”. Sono false le voci che vedono Pelloux in rotta con la direzione. Sempre a Vanity Fair, infatti, Pelloux aveva detto: “Dobbiamo parlare dell’islamofascismo. Siamo in guerra, una guerra subdola. E Charlie ha i mezzi”.

 

Lo scorso luglio, il direttore e vignettista, “Riss”, aveva però annunciato che non avrebbe più dissacrato Maometto. La notizia fece scalpore. Il direttore e Luz sono stati accusati di piegarsi al terrorismo. “Il trapianto che funziona peggio è il trapianto delle palle”, ha ironizzato con perfidia Jeanne Bougrab, la compagna del direttore assassinato Stephane Charbonnier.

 

La verità è che Charlie Hebdo è passato dal nom de plume allo pseudonimo. Dal soprannome alla clandestinità. Lo ha spiegato così nei giorni scorsi il direttore Riss al Monde: “Dopo tutto quello che accadde, è comprensibile che la gente voglia fare un passo indietro e proteggersi”. L’envie de se protéger. Dimissioni dettate dunque dal terrore. La sfida, prosegue Riss, è adesso quella di “trovare nuovi vignettisti che abbiano lo spirito di Charlie Hebdo, ma molti hanno paura, vogliono restare anonimi”.

 

[**Video_box_2**]Molti dipendenti del settimanale non escono senza scorta della gendarmeria. La giornalista franco-algerina Zineb El Rhazaoui è circondata da sei poliziotti e ha detto a Mediapart che dorme “in un luogo diverso quasi ogni notte”. Negli ospedali, i sopravvissuti all’attentato vengono curati e ricoverati sotto falso nome, per una maggiore sicurezza. Domenica scorsa, sul palco del Monde Festival, è arrivato il direttore di Charlie Hebdo pochi minuti dopo che gli ospiti avevano già preso posto in sala. Una visita a sorpresa, perché l’arrivo di Riss non era stato annunciato in anticipo per motivi di sicurezza.

 

A gennaio, la Francia era tutta Charlie. Unita per salvare la libertà di espressione. Otto mesi più tardi, quasi nessuno si dichiara più tale. Lo spiega bene la filosofa Elisabeth Badinter, moglie dell’ex ministro della Giustizia, nel documentario “Je suis Charlie” che sta per uscire fra qualche giorno nei cinema: “Se i nostri colleghi nel dibattito pubblico non condividono una parte del rischio, allora i barbari avranno vinto”. Charlie Hebdo oggi è stanco. Chi può dargli torto? Ma gli altri?

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