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A Londra i fan della Brexit gongolano senza farsi troppo notare

“Il bel rumore dello schiaffo di Atene dimostra che l’Europa non funziona”. L’offensiva al grido “Change or go”

12 Luglio 2015 alle 06:18

A Londra i fan della Brexit gongolano senza farsi troppo notare

Londra. Sentirsi greci per un attimo. Con tutte le dovute distinzioni s’intende, perché i britannici si vedono molto avanti e ritengono gli ellenici molto indietro rispetto all’ingiusto mezzo che l’Unione europea vorrebbe imporre ai suoi stati membri in termini di competitività, autonomia, controllo della spesa pubblica. Ma non importa, domenica scorsa il Davide greco ha messo all’angolo un Golia che ha un po’ i tratti della burocrazia europea, un po’ quelli del superpotere tedesco, e solo questo conta per i sostenitori della Brexit.

 

“Sono molto felice del risultato, il voto di Atene accresce le nostre possibilità di andarcene”, gongola il veterano arciscettico Bill Cash, che nel 1993 guidò la ribellione contro l’allora primo ministro John Major sul Trattato di Maastricht. “Quello era la radice del problema ora è molto peggio, solo che mentre negli anni 90 eravamo considerati un gruppo di eccentrici oggi la realtà ci dà ragione”, articola lentamente il deputato conservatore parlando con il Foglio, che spende parole di apparente approvazione per il modo in cui il premier David Cameron sta gestendo il dossier europeo: giusto insistere sulla sovranità nazionale, benissimo le radici parlamentari della democrazia britannica, eccellente il richiamo al problema dell’immigrazione. “Solo che non c’è alcun elemento che faccia pensare che ce la farà a realizzare i suoi piani”, taglia corto Cash, soddisfatto del filo da torcere che lui e i suoi compari stanno dando al primo ministro. L’Europa è irriformabile, tocca andare fuori dall’Europa il prima possibile. “Secondo me il nostro referendum ci sarà a fine 2016 – prosegue Cash – visto che nel secondo semestre del 2017 c’è la presidenza britannica di turno della Unione europea”.

 

I dieci comandamenti

 

Negli ultimi anni, grazie anche alla parlantina “amichevole e accattivante” di Nigel Farage, leader degli indipendentisti dell’Ukip, la galassia euroscettica ha guadagnato terreno in tutto il continente. L’ex broker inizialmente ha funzionato bene come ragazzo-immagine del movimento anti Ue, ma poi non ne ha saputo cogliere la vera sostanza, trasversale e avversa al populismo. “Sono i backbenchers conservatori a portare avanti da sempre la vera battaglia, l’Ukip è saltato sul nostro carro, ma poi ne ha fatto tutta una questione di immigrazione”, lamenta Cash, che al limite si vede più vicino a Douglas Carswell, unico deputato dell’Ukip a Westminster e non a caso ex Tory.

 

Secondo il gruppo Conservatives for Britain, un deputato conservatore su tre finirà per sostenere la campagna per il “no” al referendum sulla permanenza nell’Ue, ma prima di arrivare a quel punto si respira un’atmosfera quasi costruttiva – o almeno si fa finta – in cui l’obiettivo primario è sostenere i negoziati di Cameron a Bruxelles e scongiurare il rischio di “unione sempre più stretta” che fa rabbrividire molti di loro. Non solo a destra. Una come Kate Hoey, storica deputata di Vauxhall, sostiene che l’antieuropeismo è una battaglia tutta di sinistra. Con alcuni colleghi ha creato i Labour for Britain per promuovere un dibattito all’interno del partito dopo che gli aspiranti leader hanno detto di essere sì a favore delle riforme, ma anche di voler fare una campagna per il “sì” separata rispetto a quella di Cameron. “Ridare al nostro Parlamento il diritto di fare le sue leggi, di avere completo controllo della nostra economia, di decidere tutto quello che riguarda il nostro paese” sono le priorità per Hoey, critica nei confronti del disprezzo che i dirigenti laburisti hanno riservato agli elettori della working class preoccupati da temi volgari come i benefit e l’immigrazione. Il suo gruppo ha ricevuto generosi finanziamenti da John Mills, imprenditore e vicepresidente di Business for Britain (Bfb), la battagliera confindustria euroscettica. “Noi sosteniamo fortemente il referendum, pensiamo che sia il solo modo per mettere il nostro rapporto con l’Ue su basi più solide”, spiega Robert Oxley, direttore della campagna di BfB: “Ci è molto chiaro che rispetto a restare in un’Ue non riformata è molto meglio uscire”. Non c’è rapporto di Standard&Poor’s che tenga, nessuna minaccia di instabilità è sufficiente a convincere a desistere.

 

I rivali della confindustria eurofila Cbi, Confederation of British Industries, si sfiatano a dire il contrario – suscitando le critiche del ministro dell’Industria, Sajid Javid – ossia che l’unica soluzione per prosperare economicamente sta nell’essere pienamente membri dell’Unione europea e che rimanere fuori equivarrebbe a subire politiche senza poter decidere, ma i leader del Bfb restano indifferenti. “Se il negoziato di Cameron va in porto, dà una mano a tutta l’Unione europea, ma noi vogliamo un’Unione più competitiva economicamente, nel lato politico non vogliamo essere coinvolti”, prosegue Oxley, citando “Change, or go”, un rapporto economico commissionato assieme al Daily Telegraph (che lo sta pubblicando a puntate come fosse un feuilleuton) con tanto di dieci comandamenti: niente rafforzamento dell’unione, meno burocrazia, competenze su sociale e occupazione agli stati membri, abolizione delle direttive dannose per il settore finanziario, tutele per chi non è nella zona euro, accordi commerciali più aggressivi, tagli al bilancio europeo, applicazione delle leggi britanniche sulla trasparenza, controllo sulle politiche di immigrazione e possibilità di veto nazionale sempre e comunque.

 

“Change, or go” contiene un po’ di numeri suggestivi, di quelli che rimangono impressi anche se sono stati smentiti da più parti: con la Brexit ogni famiglia risparmierebbe mille sterline l’anno. “La gente vuole sia la rinegoziazione sia il referendum”, prosegue Oxley, secondo cui però “alcune persone non sono molto ottimiste sulle possibilità di riuscita del primo processo”. Anche la stampa, a suo avviso, è a favore del “cambia o vai via” e anche Rupert Murdoch sotto sotto. “Lasci stare il Financial Times, quelli volevano che adottassimo l’euro”, scherza Oxley.

 

L’Ue è “un atroce disastro”

 

Finora Cameron, che ha scelto come consigliere sull’Ue Matts Persson del think tank euroriformista Open Europe, si sta muovendo bene a Bruxelles secondo Petros Fassoulas, uno abituato a difendere l’Europa con cadenza greca e flemma inglese nel corso di accesi dibattiti televisivi con i duri e puri della Brexit. Ma il voto greco, roba da far riflettere anche quella maggioranza di britannici che approva l’Unione europea senza lo slancio dell’europeista continentale, non rischia di accendere nuove passioni e nuove perplessità? “Certamente la reputazione dell’Unione europea e della sua capacità di gestione è molto danneggiata e l’instabilità nella zona euro ci conferma che abbiamo fatto bene a restare fuori almeno da quella”, osserva Alan Sked, professore di Storia alla London School of Economics. E’ stato lui a fondare l’Ukip nel 1993, ma con certe derive populiste di Farage non vuole avere nulla a che fare. “Al momento l’Ue è un atroce disastro, questo susciterà molti dubbi negli elettori, al di là della piccola operazione cosmetica che Cameron intende fare”, spiega il docente, felicissimo che il risultato del referendum greco abbia scosso i piani di Bruxelles che, a suo avviso, stava pianificando “un piccolo cambio di regime, un colpetto di stato” ad Atene in caso di vittoria del “sì”.

 

[**Video_box_2**]Anche Bill Cash, uno che nel 1975 ha pure votato sì all’Europa assieme al 67 per cento dei britannici, sul tema della sovranità nazionale si scalda: “Non sto scagionando la Grecia da ogni colpa, ma sono stati superati i limiti, i toni usati da Berlino e da Bruxelles sono stati inaccettabili”. “Noi britannici abbiamo salvato l’Europa due volte in cento anni grazie alla nostra determinazione e alla nostra democrazia”, spiega fiero, aggiungendo che no, l’unica è uscire e mettersi a commerciare da bravi vicini con gli altri paesi, scappare da questa Europa tedesca in cui solo Berlino prospera e decide. “Se deve esserci un’Ue, che sia almeno equilibrata e giusta”, conclude Cash. “Ma non cambia, meglio andare via”.

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