Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama (foto LaPresse)

Perché Barack Obama è un Roosevelt mancato

Alessandro Corneli

Un presidente democratico, una grave crisi cominciata subito dopo la propria elezione e una forte carica di riformismo. Fin qui il parallelo regge. Poi però all'attuale Amministrazione è mancato un progetto coerente che non fosse solo un mazzo di speranze, così come obiettivi precisi e definiti in politica economica ed estera.

Il parallelo può essere calzante. Franklin Delano Roosevelt entrò alla Casa Bianca nel marzo 1933 nel pieno di una crisi finanziaria ed economica esplosa nell’ottobre 1929. Barack Obama ha iniziato il suo primo mandato nel gennaio 2009, a quasi tre anni dall’inizio di una crisi finanziaria ed economica da molti definita più grave della prima. L’uno e l’altro furono portati alla presidenza sull’onda di una forte domanda di cambiamento, ma con la differenza che FDR doveva rispondere principalmente ai suoi elettori mentre su Obama si appuntavano le attese di tutto il mondo, perché l’America di Roosevelt era ancora immersa nell’isolazionismo mentre quella di Obama era (è) incardinata in quella globalizzazione che essa stessa ha  promosso e consolidata grazie a un altro presidente democratico, Bill Clinton, che il 12 novembre 1999 aveva abrogato la legge Glass-Steagall con cui Roosevelt aveva intaccato profondamente, il 16 giugno 1933, il sistema finanziario degli stati Uniti, separando le banche di investimento dalle banche commerciali. Eliminando questa barriera e incoraggiando le banche a concedere mutui subprime sono state poste le premesse per la crisi maturata durante il 2007 e culminata il 15 settembre 2008 con il fallimento della Lehman Brothers.

 

Ma c’è un’altra differenza profonda. Roosevelt entrò alla Casa Bianca con un pacchetto di progetti, elaborato dal suo brain-trust, che resero i suoi primi “cento giorni” un unicum nella storia. Poiché la crisi era esplosa il 24 ottobre 1929 con il “giovedì nero” della Borsa che aveva sgonfiato di colpo la bolla speculativa nella quale erano stati attratti circa 30 milioni di americani su una popolazione di 120 milioni. Roosevelt operò congiuntamente sul piano finanziario, separando le banche con attività finanziaria da quelle con attività commerciale, sul piano industriale, con un grande piano di lavori pubblici, sul piano sociale, con sostegni alla disoccupazione e l’assunzione massiccia di operai e tecnici per lavori che diremmo “socialmente utili”, di rapida esecuzione, volti soprattutto alla salvaguardia dell’ambiente. Operò inoltre sulla spesa pubblica, con tagli agli stipendi dei dipendenti federali e alle pensioni provocate dalla prima guerra mondiale e, soprattutto, modificò la parità aurea del dollaro che fu svalutato di quasi il 40% per favorire le esportazioni pur in un contesto mondiale di crescente protezionismo. Per bloccare la speculazione, varò il  Securities and Exchange Act che istituiva una commissione di controllo sulle operazioni di borsa con una norma specifica che vietava la cessione di azioni senza il pagamento di almeno il 55% del valore della transazione. Sul piano fiscale, aumentò le imposte sui redditi più elevati, provvedimento intorno al quale si coagularono le accuse di interventismo statale sull’economia (“socialismo”) e che poi indussero la Corte Suprema, nel 1935 e 1936, ad annullare alcuni dei provvedimenti che erano stati presi. Situazione poi sanata a mano a mano che il Presidente riusciva a nominare nuovi giudici. Di fatto, la disoccupazione, dai 12,5 milioni del 1932, scese a 7,5 milioni nel 1937. È vero che poi risalì e fu definitivamente sconfitta solo con il balzo della produzione provocato dall’entrata in guerra.


C’è un particolare spesso trascurato nella ricostruzione della storia della Grande Recessione. Roosevelt viene contrapposto al suo predecessore repubblicano Herbert Hoover che viene presentato come campione del laissez-faire. In realtà, non solo molti economisti che consigliavano Hoover trasmigrarono nello staff di Roosevelt, ma gran parte dei provvedimenti del New Deal furono una continuazione e un ampliamento di quelli presi dal presidente repubblicano: aumento della spesa federale, che raddoppiò tra il 1929 e il 1933, registrando deficit annuali superiori a quelli della presidenza rooseveltiana; Hoover venne incontro alle richieste degli agricoltori, che rappresentavano una parte importante dell’economia e della popolazione; sostenne i salari (contro le imprese che li stavano riducendo e stavano licenziando) per non provocare una caduta dei consumi e della produzione, addirittura difese il ruolo dei sindacati. Per tutti questi aspetti, l’interventismo statale fu comune, nei fatti, ad entrambi i presidenti, solo che Roosevelt ne teorizzò la legittimità e, soprattutto, intervenne, con la Glass-Steagall, sul piano finanziario, imponendosi alla Fed che era stata creata nel 1913.


[**Video_box_2**]Di fronte alla crisi del 2008, Obama ha manifestato, accentuandola, la stessa continuità rispetto a George W. Bush: ha lasciato mano libera alla Fed poiché la sua riforma del sistema finanziario, attraverso la legge Dodd-Frank, approvata il 14 luglio 2010, ha solo parzialmente ristabilito una separazione tra le attività finanziarie e quelle commerciali delle banche e si è concentrata sulla moltiplicazione dei controlli, dividendoli tra diversi organismi, come dimostra la farraginosità di un documento di oltre duemila pagine. Sono state comunque aumentate le garanzie per i risparmiatori. In buona sostanza, Obama ha proseguito la linea adottata dalla presidenza Bush di salvare anzitutto le banche con denaro pubblico e di rifornirle di dollari nella convinzione che questi sarebbero poi calati sull’economia produttiva e avrebbero ridotto la disoccupazione. Che infatti è calata dal 10 al 6 per cento, ma molti posti di lavoro sono scarsamente retribuiti, e altri concentrati negli Stati che si sono lanciati nel nuovo Eldorado dello shale gas e dello shale oil, che già danno segnali di affaticamento. Non solo: durante questi sei anni di presidenza Obama, il debito pubblico è più che raddoppiato, passando da 8.950 mila miliardi di dollari a 18.100 mila miliardi. Un Quantitative easing di questa portata ha prodotto un topolino poiché l’incremento dell’occupazione risulta, anche se può fare invidia all’Europa, troppo basso rispetto al volume della massa monetaria che è stato riversato sul sistema. Nonostante l’aumento dell’occupazione e del Pil, infatti, nessuno negli Stati Uniti crede che la crisi sia stata definitivamente superata a otto anni dal suo inizio. La timidezza di Obama, di fronte a una Fed che si è dimostrata molto più potente di quanto fosse ai tempi di Roosevelt, e quindi la sua remissività di fronte al potere finanziario, sono forse il compromesso che ha consentito all’attuale presidente di ottenere il via libera alla sua riforma sanitaria. Un risultato sociale di indubbio valore, ma slegato dal rafforzamento strutturale del sistema produttivo americano, che ora deve sostenere anche un dollaro rivalutato: altra divergenza rispetto a Roosevelt che puntò sul rafforzamento dell’economia reale, anche se vi riuscì solo in parte.


La carica di riformismo con cui Obama entrò alla Casa Bianca si è gradualmente affievolita, sia per la mancanza di un progetto coerente, che non può ridursi a un mazzo di speranze, sia per la mancanza di obiettivi precisi e ben definiti (Ronald Reagan, ad esempio, puntò al crollo dell’Impero del male), che non possono essere sostituiti da attività multidirezionali e oscillanti (verso la Russia per l’Ucraina, verso l’Iran, la Siria, Israele, Libia e la stessa Cina). Forse il mondo era più semplice ai tempi di Roosevelt, ma c’è da dire che allora, intorno al presidente, c’era una squadra. Obama, invece, è piuttosto solitario. Eppure la sua popolarità sta tornando a crescere.

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