Gli iraniani conoscono il realismo dei leader, ma sperano nel carceriere buono

Perché l’indifferenza della comunità internazionale verso la ferocia del regime ha facilitato la festa iraniana.

4 Aprile 2015 alle 06:27

Gli iraniani conoscono il realismo dei leader, ma sperano nel carceriere buono

Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif (foto LaPresse)

Roma. “Khabar ci-é?”. Quali sono le notizie?, si sono chiesti per due settimane gli iraniani con gli occhi puntati verso Losanna. Le notizie in Iran, come in tanti altri luoghi tormentati del medio oriente, non sono un rumore di fondo che accompagna la cena, le notizie ti cambiano la vita e nessuna “khabar” è stata attesa con altrettanta intensità di quella in arrivo da Losanna. Giovedì pomeriggio la tv pubblica ha ignorato i negoziati, l’Irinn trasmetteva un documentario sulle malefatte della Cia in America latina, i ragazzi sono migrati sui social network e gli adulti su Bbc Persian.  Poi all’improvviso, con un piccolo ritardo, sono comparse su tutti gli schermi le immagini dal Learning Centre del Politecnico di Losanna: il ministro degli Esteri Javad Zarif sorrideva sicuro in mezzo agli altri dignitari e, anche se la svolta non fosse già stata annunciata su Twitter, sarebbe stato sufficiente osservare la postura di Zarif e i suoi occhi neri scintillanti, nonostante il debito di sonno, per capire che era fatta.

 

Il 2 aprile in Iran era vacanza, si festeggiava il sizdeh-bedar, il tredicesimo giorno dopo Nowruz, la giornata dei pic nic in cui si intrecciano fili d’erba e si gettano nell’acqua perché, secondo la tradizione, se i nodi si scioglieranno, si avvereranno altrettanti desideri. Così quando alle 9 passate il ministro ha parlato con il suo inglese di mondo più fluente di quello di molti dei suoi colleghi, e il suo farsi diretto, scevro di metafore e di continui rimandi all’altissimo, è sembrato che un cerchio si stesse davvero chiudendo. I vostri diritti non sono stati calpestati, le infrastrutture nucleari non saranno smantellate, ma solo riadattate, via tutte le sanzioni, torniamo tra i paesi civili hanno tradotto gli iraniani, mentre il discorso di Barack Obama veniva trasmesso dalla tv di stato. La gioia è stata incontenibile, c’è chi ha invocato il premio Nobel per John Kerry e Zarif. Nelle case si sono riempiti bicchieri di succo di melograno, Johnny Walker e pessimo vino armeno. Vali-e-Asr, il lungo viale che collega Teheran da nord a sud, si è riempito di macchine strombazzanti e bandiere e la canzone “Sar amad zemestun”, l’inverno è finito, è diventata l’inno di una notte in cui tutto, dalle cime innevate dell’Alborz, alla posizione della luna, è parso di buon auspicio.

 

Quando Hassan Rohani fu eletto nel giugno del 2013, canti e balli esplosero nelle piazze di Teheran e la polizia osservò l’invasione quasi composta mentre la gente gridava “Rohani motshakerim!”, Rohani, ti ringraziamo. La gratitudine era prematura, ma la comunità internazionale plaudeva alla sua moderazione, il nuovo presidente prometteva relazioni internazionali basate sulla razionalità insieme a una gestione economica rigorosa e Rohani brillò come un novello Gorbaciov (il termine di paragone era Mahmoud Ahmadinejad). 

 

A quasi due anni dalla sua elezione, l’Iran non è diventato un paese migliore, le esecuzioni capitali non sono diminuite, anzi sono aumentate, i prigionieri politici, inclusi Mir Hossein Moussavi e Mehdi Karroubi dell’Onda verde, restano segregati e sul fronte dei diritti civili nulla è cambiato.

 

Ma quando Javad Zarif è tornato in patria venerdì mattina è stato accolto come un eroe da una folla festante che gridava: “Motshakerim!”. Per giorni il governo ha invitato i cittadini a tributare ogni onore al ritorno dei “valorosi figli della Rivoluzione”, ma quelli che festeggiavano Zarif non erano solo figuranti o accaniti supporter del nezam (il sistema, come gli insider chiamo la Repubblica islamica). Nelle case, nelle piazze e sui social network il sollievo è autentico e contano poco per ora i distinguo polemici tra Washington e Teheran sul deal che il 30 giugno (forse) si farà.

 

Due anni fa Rohani ha convinto gli iraniani dicendo loro che le centrifughe erano importanti, ma che le loro vite lo erano di più. Alcuni sono persuasi che il regime possa davvero cambiare pelle, ma la maggior parte degli iraniani sa decodificare le promesse dei suoi realpolitiker. Nella coscienza collettiva dei figli della Rivoluzione c’è un prima e un dopo l’estate del 2009. L’indifferenza della comunità internazionale verso la ferocia del regime ha segnato un’intera generazione. Per trent’anni schiere di analisti (che non mettono piede in Iran dal ’79) hanno sostenuto che gli iraniani, salvo quelli definiti “occidentalizzati”, erano ancora soggiogati dagli ideali khomeinisti. Sei anni fa, ben prima che sbocciassero le altre primavere regionali, un altro Iran, quello che non grida “morte al grande Satana”, ha sfidato il regime in nome di ideali di cui l’occidente si ritiene depositario, ma inutilmente. Lo sconquasso regionale degli ultimi anni ha fiaccato qualsiasi sogno di regime change. L’occidente è ipocrita, sottolineano molti iraniani, disgustati dall’ipocrisia di quanti criticano Teheran e vanno a braccetto con Riad. Come ha sottolineato l’analista del Carnagie Endowment Karim Sadjapour, “nel 1979 gli iraniani hanno sperimentato una rivoluzione senza democrazia, ora sognano una democrazia, ma senza una rivoluzione”.

 

Così quando gli esuli all’estero, nella comodità delle loro vite occidentali al riparo dalle fluttuazioni del riyal quanto dalle minacce di strike ti spiegano che un accordo legittima il regime e lo rafforza e che la revoca delle sanzioni arricchirà il budget del generale Qassem Suleimani, tu, che a Teheran ci vivi, pensi: al diavolo la geopolitica, i siriani, gli iracheni, gli yemeniti, al diavolo i sauditi e tutti gli altri perché, comunque, nessuno verrà a salvarti. Tifi per il carceriere buono, quello che ogni tanto apre la finestra della tua prigione e ti porta la frutta secca invece di salutarti con il bastone. 

 

[**Video_box_2**]Gli stranieri dicono che in Iran si trova tutto, sfrecciano pure le Lamborghini e in certi centri commerciali luccicano gli ultimi Apple, Gucci e Versace, ma poi ti avvicini ed è quasi sempre tutto contraffatto. La  pasdaran s.p.a ha divorato l’economia e il bazaar pullula di prodotti scadenti di importazione cinese. Mentre gli economisti si stupivano di come il regime reggesse il peso delle sanzioni, le mamme della classe media hanno iniziato a vendere i gioielli. In Iran alcuni malati di tumore non riescono a fare la chemioterapia, non perché i farmaci siano sanzionati, ma perché le banche hanno paura di subire ritorsioni e i bambini hanno la tosse cronica perché le autorità hanno convertito molte industrie petrolchimiche in raffinerie ad hoc che producono combustile di bassa qualità altamente inquinante.

 

Henry Kissinger ha sostenuto anni fa che il problema dell’Iran è decidere se è una nazione o una causa. Il regime ha già deciso, gli iraniani no, ma anche se non credono ai miracoli, non possono che sperare nella fine dell’inverno.

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