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Obama sta con l’Iran. E contro l’Iran

In Yemen aiuta i sauditi e la guerra panaraba per procura contro Teheran. In Iraq segue il piano del generale iraniano Suleimani. Rischi delle acrobazie.

27 Marzo 2015 alle 06:18

Obama sta con l’Iran. E contro l’Iran

Le macerie delle case distrutte da un attacco aereo vicino all'aeroporto di Sanaa (foto LaPresse)

Roma. Da poco dopo la mezzanotte di giovedì l’America è in guerra contro l’Iran e – allo stesso tempo – in guerra a fianco dell’Iran. In Yemen l’Amministrazione sostiene l’Arabia Saudita – che ha scatenato una coalizione araba contro la minoranza Houthi; è un intervento che può essere letto come un atto di guerra contro una milizia che è appoggiata e diretta da Teheran. In Iraq l’Amministrazione ha sciolto le riserve delle ultime quattro settimane e sta bombardando Tikrit, la citta nell’Iraq centrale controllata dallo Stato islamico: quindi sta direttamente appoggiando un’operazione militare in cui l’Iran è un alleato importantissimo con le sue milizie sciite locali. Il presidente Obama aveva scelto in medio oriente una linea ponderata e cauta: ora quella realpolitik cede il passo alle acrobazie.

 

In entrambi i paesi, Yemen e Iraq, l’intervento americano è dichiarato: nel primo caso Washington fornisce aiuto logistico, intelligence e anche “targeting assistance”, vale a dire che individua i bersagli degli Houthi da colpire e distruggere – che è uno dei ruoli più importanti, gli aerei di dieci diversi paesi arabi poi si occupano del resto. A Tikrit gli aerei americani (e anche quelli francesi) colpiscono invece senza intermediari, su richiesta del governo iracheno. E’ vero che per conservare una facciata di legittimità a tutta la campagna di Tikrit da ieri le milizie sciite – le stesse che minacciano una pulizia settaria contro i sunniti del posto e hanno già bruciato un po’ di case come punizione – hanno lasciato la prima linea e si sono attestate poco lontano. Ma si tratta pur sempre di una manovra militare diretta da un generale iraniano, Qassem Suleimani, che si fa fotografare assieme ai capi dell’esercito iracheno e le cui apparizioni sempre più frequenti e sempre meno formali creano ovazioni tra i fan sui social media (pensare che un tempo lui è stato un discretissimo pianificatore di interferenze iraniane nei paesi dell’area, una creatura dell’ombra, tanto che era chiamato “lo spettro”).  Lo stesso Suleimani è dietro al progetto recente di espansione dell’egemonia iraniana in Yemen, che in pochi mesi ha trasformato una ribellione locale nel nord in un movimento che ha preso quasi tutto il paese, ha costretto alla fuga il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi (riparato a Riad) e ha scatenato la reazione dei paesi arabi.

 

Questa guerra di Aden è un capitolo anticipato di uno scontro latente e più ampio  tra il blocco di potere sunnita e il revival sciita (titolo di un saggio essenziale di Vali Nasr sul ritorno al potere degli sciiti), che da anni grava sul medio oriente e a tratti si manifesta con violenza estrema, dal Libano alla Siria all’Iraq al Bahrein. Ieri fioccavano le dichiarazioni di alleanza e lealtà all’uno e all’altro fronte, a disegnare con più chiarezza la mappa del confronto: l’Egitto e il Pakistan (potenza nucleare) promettono aiuto militare a Riad in caso di necessità, il Sudan ha dimostrato la sua fedeltà con tre raid aerei quasi simbolici (tre su oltre centocinquanta), la Turchia di Recep Tayyip Erdogan pure appoggia i sauditi. Persino alcuni gruppi di ribelli siriani hanno fatto arrivare la loro solidarietà. Dall’altra parte l’Iraq guidato dagli sciiti filoiraniani si schiera contro l’interferenza (mentre americani, francesi e iraniani si stanno occupando dello Stato islamico sul suo territorio nazionale), Hezbollah minaccia, l’Iran critica l’intervento in Yemen “che può destabilizzare la regione” e dice che “quest’operazione deve fermarsi”, senza specificare per ora cosa accadrà in caso contrario.

 

Tutto questo succede mentre a Losanna, in Svizzera, sono in corso i negoziati sul programma nucleare dell’Iran: il segretario di stato americano, John Kerry, dice con aplomb quasi surreale che l’argomento Yemen è stato a malapena sfiorato durante le dodici ore di colloquio di ieri con il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif. Associated Press scrive che gli americani hanno concesso agli iraniani che le centrifughe che produrranno il (poco) combustibile nucleare per l’energia civile possano lavorare all’interno di bunker sotterranei fortificati (come d’uopo in ogni programma civile al di sopra di ogni sospetto).

 

Il raggiungimento del patto sull’atomica tra Iran e occidente sta per avvicinarsi alla scadenza – doveva essere a fine marzo, verosimilmente slitterà di qualche mese –  ed è il grande traguardo che l’America ha inteso raggiungere da quattro anni a discapito del resto. L’accordo rischia però di arrivare in un medio oriente ormai sconvolto da guerre e bombardamenti che vannoda Kobane, sul confine tra Siria e Turchia, ad Aden, sullo stretto di mare di Bab el Mandab. La violenza sta avendo effetto pure sul prezzo del greggio, che da luglio 2014 aveva imboccato una tendenza al ribasso costante e invece ieri è aumentato di quattro punti percentuali.

 

[**Video_box_2**]La guerra dei dieci alleati arabi in Yemen – operazione “Tempesta decisiva” – è la terza volta in meno di un anno in cui paesi arabi che siedono su scorte immense di armamenti costosi scelgono di intervenire, invece che fremere di sdegno diplomatico o delegare l’azione ad altri (gli americani). Quest’estate ci sono stati gli strike aerei degli Emirati arabi uniti e dell’Egitto in Libia contro gli islamisti di Tripoli – mai confermati ufficialmente. Poi c’è stata la campagna aerea contro lo Stato islamico, cominciata come gesto poco più che simbolico per non far sembrare gli strike aerei un’iniziativa occidentale e – dopo il video dell’uccisione del pilota giordano catturato a Raqqa – diventata una campagna durissima con la Giordania in prima linea. Nella storia recente però non s’era ancora formata una coalizione araba così larga e forte (forte sulla carta, per ora). E’ chiaro che il messaggio che si vuole lanciare non riguarda soltanto gli Houthi, ma i loro sponsor iraniani: avete di fronte una lega di nazioni. E già si parla di intervento di terra, nei prossimi giorni. “Tempesta decisiva” per adesso è ancora sospesa a mezz’aria tra questo senso dell’obbligatorietà dell’azione militare – “non potevamo lasciare che i filoiraniani si mangiassero via lo Yemen”, è il ragionamento più diffuso – e il rischio di una escalation incontrollata che può portare la guerra fuori dallo Yemen.

 

Grande è la confusione sotto il cielo arabo, la situazione è dunque ottima per lo Stato islamico e al Qaida. La guerra a Tikrit rende attuali le profezie sgangherate di al Qaida in Iraq, che dieci anni fa parlava di un’alleanza tra Iran e Stati Uniti (oggi quasi vera, alla luce del sole), e la guerra in Yemen apre possibilità insperate per i due gruppi, che si ergono a protettori dei sunniti e quindi hanno soltanto da guadagnare in una guerra settaria.

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