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Il caos su Transizione 5.0 è un escamotage per stare sotto il 3 per cento?
Dopo diversi mesi di psicodramma, il governo ha rifinanziato le degli incentivi 5.0 che aveva tagliato a fine marzo. Il sospetto è che il governo stia cercando di far passare un piccolo espediente contabile per evitare che questa nuova misura possa produrre impatti di finanza pubblica sull’anno 2025
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3 APR 26

© foto Ansa
E’ tornato al centro del dibattito politico Transizione 5.0, ovvero quello che è il principale strumento di incentivazione per gli investimenti in innovazione ed efficienza energetica per le imprese italiane. Dopo aver tagliato i fondi Pnrr per 3,7 miliardi che erano stati appostati su questa misura per usarli come copertura della legge di Bilancio, e dopo aver chiuso in anticipo assai frettolosamente a novembre l’incentivo per poi riaprire altrettanto frettolosamente lo sportello per la presentazione delle domande, e dopo non aver finanziato i cosiddetti esodati di Transizione 5.0 a febbraio, ovvero quelle oltre 7 mila imprese che avevano fatto affidamento sulle rassicurazioni del governo sul fatto che le coperture sarebbero state trovate per chi, proprio grazie alla riapertura dello sportello, aveva fatto domanda e ottenuto il via libera agli investimenti. Insomma, dopo diversi mesi di vero e proprio psicodramma, di fronte alle giuste rimostranze degli imprenditori per le promesse che parevano tradite, il governo è tornato sui suoi passi e, con un inatteso colpo di reni, ha finalmente (ri)finanziato le code degli incentivi 5.0 rimettendo gli 800 milioni che aveva tagliato a fine marzo e aggiungendone altri 200. Tutto bene, insomma? Beh, si direbbe di sì.
Tuttavia c’è un “ma”. Perché anche su questa vicenda, che sembra trovare il lieto fine, non si riesce a trattenere un cattivo pensiero. Proviamo a spiegarci. L’incentivo Transizione 5.0, per il suo meccanismo di fruizione, pur essendo erogato tramite un credito d’imposta diluito nel tempo, esplica i suoi effetti sul bilancio pubblico in modo immediato secondo i criteri di classificazione Eurostat. Ovvero, a valere sull’anno di prenotazione, che per le sue code è il 2025. Il motivo per cui il governo ha avuto molta difficoltà a rifinanziare con risorse nazionali le code sulla Transizione 5.0 non stava tanto nella scarsità di risorse a disposizione, quanto nel fatto che queste coperture avrebbero inciso sul deficit 2025 e lo avrebbero fatto piuttosto pericolosamente in un momento cruciale, cioè proprio quando il governo, e in particolare il ministro Giorgetti è estremamente impegnato a portare il deficit sotto la soglia del 3 per cento del pil. Un obiettivo molto importante non solo per uscire dalla procedura d’infrazione europea, ma soprattutto per ottenere maggiori spazi di bilancio nel 2026, potendo scorporare le spese per la difesa dal computo del deficit, giusto per fare un esempio. Il problema è che il dato provvisorio dell’Istat segna per il 2025 un deficit del 3,1 per cento e il governo sta cercando, rifacendo i calcoli, di scendere al 3 per cento per quando, il 21 aprile, l’Istat dovrà notificare il dato definitivo.
Ora la domanda viene spontanea: come pensa il governo di rifinanziare la Transizione 5.0 senza mettere in serio pericolo l’obiettivo di contenimento del deficit 2025 che sta già facendo fatica a portare al di sotto del 3 per cento? Il sospetto è che il governo stia cercando di far passare un piccolo espediente contabile. E’ probabile che, sotto il profilo formale, il governo non stia in realtà finanziando Transizione 5.0, ma stia cercando di finanziare una nuova misura, chiamiamola incentivo “X”, che individua come beneficiari esattamente coloro che non sono stati soddisfatti da Transizione 5.0, proprio in virtù della mancanza di risorse. Con tale escamotage il governo cerca di evitare che questa nuova misura possa produrre impatti di finanza pubblica sull’anno 2025. Tutto potrebbe essere anche sensato e ben congegnato. Tuttavia, c’è da sperare che il governo abbia ben interloquito con Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea. Diversamente, questa vicenda rischia di finire un po’ come con il Superbonus, quando proprio Eurostat chiese al governo italiano di correggere ex post la contabilizzazione dell’incentivo, con un impatto sulla finanza pubblica che comportò l’esplosione del deficit nel 2022 e nel 2023. Insomma, vedremo presto se questo escamotage passerà inosservato. Intanto aspettiamo il 21 aprile per capire, se senza l’impatto di Transizione 5.0, l’obiettivo di stare sotto il tetto del 3 per cento nel 2025 è stato raggiunto. C’è da incrociare le dita.