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La Cgil avalla il boicottaggio dei farmaci israeliani, ma poi teme che Teva venda e scappi
Rivolgendosi ai consumatori, il sindacato di Maurizio Landini ha invitato a non comprare o rifiutare farmaci Teva come forma di lotta politica contro Israele. Ma come rappresentante dei lavoratori, si batte invece per evitare il ridimensionamento dell’occupazione del perimetro produttivo. Cortocircuito
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15 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 02:02 PM

Foto Ansa
Oggi sarà ufficializzata la crisi della Teva e partirà la vertenza sindacale. Messa così può sembrare che sia una delle tante ma Teva è una multinazionale del farmaco specializzata nella produzione dei cosiddetti generici che ha una particolarità: batte bandiera israeliana. E per questo motivo nei mesi scorsi è stata sottoposta a una campagna di boicottaggio commerciale da parte di sindaci, consigli comunali e anche strutture territoriali del sindacato. Non c’è ovviamente un legame diretto (e quantitativo) tra la crisi che investe il gruppo e le azioni di contrasto che hanno messo nel mirino Teva ma è certo che i comunicati sindacali che già da marzo chiedevano solidarietà alle “istituzioni nazionali e locali” hanno destato polemiche in rete.
Dove in diversi si sono chiesti se non fosse contraddittorio il comportamento di determinati settori della Cgil. Che come Giano bifronte rivolgendosi ai consumatori hanno invitato direttamente o indirettamente a non comprare o rifiutare farmaci generici targati Teva come forma di lotta politica contro Israele e come rappresentanti dei lavoratori si battono invece per evitare il ridimensionamento dell’occupazione del perimetro produttivo. Delle due l’una, se si boicotta si deve in qualche modo sapere come può andare a finire oppure bisogna tenere in conto per tempo le ragioni dei lavoratori dipendenti. Ragionamento che vale anche per il gruppo Leonardo, preso di mira per “le politiche di riarmo” con altro tipo di contestazioni e assalti ai cancelli, come nel caso di Askatasuna a Torino.
Come detto, la proprietà israeliana nella giornata di oggi dovrebbe comunicare l’apertura formale della crisi della Tapi, la divisione di Teva che produce princìpi attivi, e dovrebbe indicare anche le misure di ristrutturazione dei costi che a giudizio dei vertici del gruppo si rendono indispensabili. Secondo fonti sindacali, Teva Pharmaceuticals Industries – è il nome completo – avrebbe già messo in vendita la divisione in discussione (la Tapi) ma non avrebbe trovato compratori sul mercato. Da qui la decisione di accelerare il processo di ridimensionamento che dovrebbe prevedere per l’appunto un taglio dei costi del 20 per cento e la chiusura dello stabilimento di Villanterio in provincia di Pavia. A essere coinvolti dal downsizing di Tapi saranno anche gli impianti di Santhià, Caronno Pertusella e Rho, tutti ubicati nel nord-ovest. Il calo degli ordinativi per Villanterio sarebbe stato del 40 per cento e le attuali commesse garantiscono una limitata autonomia lavorativa, addirittura fino solo a luglio. Anche nelle fabbriche di Santhià e Rho la discesa della produzione viaggia tra il 10 e il 20 per cento. L’idea che si sono fatti i sindacati è che una volta alleggeriti gli organici e ridotto i costi Teva rimetta sul mercato Tapi sperando in una migliore sorte. Ma quali sono le cause della crisi produttiva? La versione dei sindacalisti riporta alla tempesta che investe il mercato mondiale dei farmaci con dazi, politiche di reshoring e accentuata dipendenza dalle produzioni cinesi. Anche per questi motivi però la vertenza si presenta in salita per Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec, le tre organizzazioni di categoria che negozieranno con Teva. E nella fase che si apre oggi ci sarà dunque bisogno di trovare solidi appoggi a livello governativo e di enti locali per ridurre a più miti consigli gli israeliani.
Ed è proprio qui che impatta il boicottaggio. Per onor di cronaca bisogna ricordare che né la Cgil né la Filctem hanno lanciato una campagna ad hoc ma l’accusa circostanziata che circola in rete è che alcune strutture abbiano sostenuto il boicottaggio dei farmaci Teva promosso dal movimento Bds (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) e dalla Rete sanitari per Gaza. Le cronache locali hanno raccontato come la Funzione pubblica della Cgil abbia difeso e affiancato il personale medico-sanitario che ha aderito alla protesta di Bds. In Toscana la Cgil ha firmato appelli congiunti con le organizzazioni promotrici per chiedere alle Asl di fare scelte di fornitura coerenti, ovvero escludere i prodotti Teva dagli acquisti. E sempre lo stesso sindacato avrebbe espresso parere favorevole nei casi in cui le farmacie comunali – come a Firenze e Roma – hanno interrotto i rapporti commerciali con il gruppo israeliano. Ora con l’apertura della vertenza vedremo come si muoverà il sindacato e se prenderà o meno le distanze da Bds. Hic Rhodus, hic salta.