Il governo della grande rimozione. Un elenco di misure introdotte e poi ritirate

Flat tax, Ires premiale, Iva sui pannolini, bonus mamme, il cartello dei carburanti, e ora il taglio retroattivo di Transizione 5.0. Quasi quattro anni di norme introdotte e poi cancellate, ridotte o rinviate: non si tratta di errori, ma di un metodo

1 APR 26
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Il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti (D), con il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso (S), durante il voto di fiducia in Senato sulla legge di bilancio 2026, Roma, 23 dicembre 2025.

 In genere il compito di un governo in economia è attuare le riforme proposte in campagna elettorale e risolvere i problemi, spesso imprevisti, che si presentano durante la legislatura. L’azione del governo Meloni, invece, è stata in larga parte rivolta a smontare le riforme promesse in campagna elettorale e a mettere una pezza ai problemi che esso stesso ha creato. L’ultimo Consiglio dei ministri è un preclaro esempio di entrambi i casi.
Oggi il ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) ha convocato un tavolo di confronto con le associazioni datoriali per cercare una soluzione al problema appena prodotto dal governo che, nell’ultimo Cdm, ha di fatto tagliato retroattivamente di due terzi il credito d’imposta Transizione 5.0. Un taglio di circa 800 milioni di euro, rispetto al fondo da 1,3 miliardi stanziato in legge di Bilancio, che lascia in difficoltà circa 7.500 imprese che – facendo affidamento sulla parola del governo in un incontro del 27 novembre – hanno fatto importanti investimenti e ora si trovano esposte per svariati milioni di euro. Il primo aprile, quindi, giornata tradizionalmente dedicata agli scherzi, il governo dovrà risolvere in un “tavolo con le imprese” il problema creato in un tavolo del Consiglio dei ministri che ha ribaltato quanto promesso nel precedente “tavolo con le imprese” di novembre. D’altronde, quello stesso tavolo si era reso necessario perché il ministro Adolfo Urso aveva deciso, dopo aver introdotto il credito d’imposta Transizione 5.0 al posto dell’iper-ammortamento stile 4.0, di bloccare la nuova misura del governo per tornare alla vecchia. Dopo aver perso un anno e mezzo a semplificare il nuovo incentivo, il Mimit lo ha bloccato per ritornare all’antico. E nel frattempo, su spinta del Mef, ha tagliato (anche se il governo dice “rimodulato”) i fondi 5.0 del Pnrr destinati alle imprese per coprire le spese, ad esempio sulle pensioni, della legge di Bilancio. E così, da mesi, il Mef e il Mimit – durante una drammatica crisi energetica, che si inserisce in una storica crisi industriale – continuano a tagliare o cambiare gli incentivi che, in teoria, dovrebbero appunto stimolare gli investimenti. Ma l’incertezza e la sfiducia sono il veleno dei progetti imprenditoriali a medio-lungo termine. Non è questo il problema del governo, il cui orizzonte è molto corto.
D’altronde, nel decreto fiscale approvato nell’ultimo Cdm, il governo ha annullato o rinviato tasse e misure fiscali che aveva appena approvato. E’ il caso del rinvio a luglio della tassa da 2 euro sui piccoli pacchi in arrivo dai paesi extra-Ue e del ripristino della participation exemption, un regime sui dividendi modificato nell’ultima legge di Bilancio.
Come si diceva, non si tratta di errori ma di un metodo. Per tutta la legislatura, il governo ha fatto e poi disfatto in materia fiscale e di regolamentazione dell’attività economica. Prendiamo due misure simbolo del governo Meloni. La cosiddetta “flat tax incrementale”, uno dei punti forti del programma di Fratelli d’Italia, è durata un solo anno: l’aliquota agevolata al 15 per cento sull’aumento di reddito degli autonomi rispetto al triennio precedente è stata introdotta nella prima legge di Bilancio, quella per il 2023, e poi accantonata in quella successiva. Stessa sorte per la cosiddetta “Ires premiale”, una riduzione dell’aliquota dal 24 al 20 per cento per le imprese che destinano una quota rilevante di utili agli investimenti tecnologici: introdotta per il 2025, soppressa da quest’anno.
Anche la riduzione dell’Iva sui pannolini era stata inserita nel programma del centrodestra: il governo Meloni ha mantenuto la promessa con la prima legge di Bilancio, quella per il 2023, ma se l’è rimangiata con la manovra per il 2024. Idem per l’Iva sul pellet. Sempre per il 2024, il governo aveva introdotto come “sperimentazione” la decontribuzione totale (fino a massimo 3 mila euro) per le lavoratrici madri con due figli; nel 2025 la decontribuzione si è trasformata in un “bonus mamme” da 40 euro al mese (poi alzato a 60 euro nel 2026). Come le imprese non possono programmare gli investimenti con un quadro fiscale che cambia di continuo, così le famiglie non pianificano di certo le nascite basandosi su bonus incerti.
Anche per le norme non fiscali, ma che comunque hanno un impatto notevole sulle imprese, il governo è andato a colpi di retromarce e rinvii. Il campione assoluto nella disciplina è senza ombra di dubbio il ministro Adolfo Urso, che ha continuamente introdotto nuove norme e obblighi inutili o dannosi per le imprese. Il primo caso della saga è stato il cartello con il prezzo medio dei carburanti alle pompe di benzina, poi annullato dal Consiglio di stato; poi ci sono stati il “carrello tricolore” antinflazione durato appena un trimestre e il bollino ministeriale per i ristoranti con menù per bambini. Infine il bollino “anti-shrinkflation”: l’obbligo di mettere un’etichetta informativa sulla confezione, qualora il prodotto avesse subito una riduzione della quantità a prezzo invariato. La norma, già bocciata dall’Europa perché sproporzionata, è stata continuamente rinviata (prossima scadenza 1 luglio 2026). Stessa sorte per una legge voluta dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, su input della Coldiretti, che imponeva la consegna delle olive ai frantoi entro sei ore dalla raccolta: l’entrata in vigore dell’obbligo, che manderebbe in crisi tutto il settore olivicolo, è stato rinviato sempre al 1 luglio 2026.
Da quasi quattro anni, nel rapporto con il mondo produttivo, la linea del governo è disfare ciò che ha fatto, introdurre riforme reversibili, rinviare misure pericolose, revocare provvedimenti dannosi. Sarà proprio questo il tema al centro del tavolo di oggi al Mimit con le imprese. Ma almeno stavolta, se il governo dovesse rimangiarsi di nuovo quanto promesso, potrà sempre dire che era un Pesce d’Aprile.