Da Transizione 5.0 al carrello tricolore. Tutti i passi falsi industriali di Adolfo Urso

Dal nodo Ilva all'automotive, fino all'obbligo del tabellone dei prezzi alla pompa (poi cassato dal Consiglio di stato): promesse non mantenute e idee flop del ministro del made in Italy, che minano il rapporto di fiducia tra imprenditoria e governo. E il suo nome comincia a traballare. Una ricognizione
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30 MAR 26
Ultimo aggiornamento: 01:01 PM
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Il ministro delle Imprese e Made in Italy Adolfo Urso durante la presentazione “L'Hyperscale di Pomezia: un altro passo verso il futuro digitale del gruppo Rai”, presso il ministero delle Imprese e Made in Italy. Roma, 17 marzo 2026. ANSA/ANGELO CARCONI

Il ministro delle Imprese Adolfo Urso è impegnato in una missione istituzionale a Washington per parlare di cooperazione industriale su spazio, AI e materie prime critiche. Nello stesso momento, a Roma, si ragiona su come riempire le caselle del governo lasciate vuote dalle recenti dimissioni di SantanchèDelmastro e Bartolozzi. C'è chi spinge per andare a elezioni anticipate, mentre incede, tra voci e suggestioni, l'idea che possano saltare altri nomi dell'esecutivo di Giorgia Meloni. Come, per l'appunto, quello di Urso. 
Con l'arrivo del dl Fisco di venerdì, i rapporti tra imprese e Palazzo Chigi sono diventati più tesi che mai. "Apprendiamo con forte preoccupazione la mancanza di risorse destinate agli esodati legati al piano Transizione 5.0. Si tratta di un tema cruciale che non può essere rinviato né ridimensionato", ha commentato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, chiedendo con urgenza un tavolo di confronto – oltre che con Urso – anche con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e quello per gli Affari europei Tommaso Foti: "Su questo punto serve una risposta chiara, rapida e coerente con gli impegni presi". Transizione 5.0 prevedeva infatti un credito di imposta per le imprese che promuovono investimenti in linea con gli obiettivi di transizione energetica. A questo scopo, l’ultima legge di bilancio aveva stanziato 1,3 miliardi per il 2026. Nel Cdm di venerdì, invece, si è deciso di dirottare alle aziende solamente 537 milioni di euro: un drastico dimezzamento che mette a rischio il rapporto di fiducia tra le aziende e gli esponenti del governo più legati al mondo dell'imprenditoria. Urso fra tutti. 
Il suo operato, in questi anni di governo, non ha certamente brillato. Molti problemi arrivano dal passato, come l’Ilva e il costo dell’energia, e altri provengono dall’esterno: i dazi di Trump, la svalutazione del dollaro e la crisi dell’auto. Il governo, però, non ne ha risolto neppure uno. E l'idea di “stato stratega” promossa a inizio legislatura si è sbiadita anno dopo anno. Come scrivevamo qui, inizialmente Urso si è lanciato in misure dall’impatto comunicativo, ma completamente superflue (se non dannose) contro l’inflazione. Nel 2023 il ministero ha obbligato i distributori a esporre un cartello ad hoc con i prezzi medi regionali del carburante. La norma, pensata per placare le polemiche sull’aumento del costo dei carburanti, ha finito per lacerare i rapporti del centrodestra con il mondo dei distributori, additato alla pubblica indignazione per uno sconsiderato aumento dei prezzi che, in realtà, dipendeva dalle quotazioni sui mercati internazionali. Un anno dopo, il Consiglio di stato ha dichiarato illegittima la misura. Alla fine del 2022, invece, quando l’Antitrust ha avviato un procedimento su segnalazione del Codacons per verificare l’esistenza di un cartello sui voli per la Sicilia, Urso è intervenuto denunciando gli abusi delle compagnie, come la “profilazione” degli utenti, e ha promesso interventi durissimi per “sgominare l’algoritmo”, cioè le strategie di revenue management dei vettori per definire in maniera dinamica il prezzo dei biglietti in funzione della domanda. Il ministro è arrivato addirittura a proporre un tetto al costo dei biglietti, salvo poi fare marcia indietro quando la Commissione europea gli ha fatto notare che il controllo dei prezzi violava il diritto dell’Unione. Tra le misure anti inflazione introdotte in questi anni bisogna poi menzionare il “carrello tricolore”, iniziativa voluta dal ministro delle Imprese per rallentare i prezzi dei prodotti essenziali. Peccato che i prezzi siano cominciati a scendere solamente quando la misura è terminata, nel dicembre 2023. Momento in cui – come spieghiamo qui  – il tasso di inflazione di questi beni ha cominciato a scendere, passando dal 5,3 al 2,3 per cento, ossia è calato di 3 punti percentuali. 
A livello fiscale non è andata meglio. Il governo ha abolito misure che funzionavano bene, come ad esempio l’Ace per rafforzare il capitale proprio delle imprese e Transizione 4.0. Al loro posto, sono state introdotte misure che sono risultate fallimentari come l’“Ires premiale”, che non è stata rinnovata né sostituita, e Transizione 5.0. Provvedimento, quest'ultimo, che avrebbe dovuto mettere in condizione l’industria italiana di gestire meglio la transizione energetica, ma che per via delle numerose difficoltà e complicazioni attuative ha finito per deludere tutti i destinatari. Numeri alla mano, a fronte di una dotazione di fondi da 6,3 miliardi, le richieste a metà febbraio erano ancora ferme a 500 milioni, quindi sotto al 10 per cento. 
Sul fronte industriale, i dossier più contorti e complessi non hanno visto particolari miglioramenti. Guardando all'automotive, nel 2023 Urso aveva definito "raggiungibile" l’obiettivo di produrre “un milione di auto” in Italia. Eppure, secondo i dati Fim-Cisl, nei primi nove mesi del 2025 sono stati prodotti 265 mila veicoli, con un crollo del 31,5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2024. Sull'Ilva non va certo meglio. Come scriviamo qui, per l'acciaieria il ministro Urso ha spesso parlato di un piano da 8 milioni di tonnellate di acciaio “green”, con quattro forni elettrici e tre impianti Dri: un progetto da circa dieci miliardi che però fa ancora enorme fatica ad essere messo a terra. Dopo l’uscita del precedente proprietario ArcelorMittal è arrivata la trattativa esclusiva con il fondo americano Flacks, che qualche giorno fa ha giudicato "irricevibile" e priva di "riscontro nella realtà del mercato" la maggior parte delle richieste avanzate dai commissari straordinari nell'ambito della procedura di vendita dell'ex Ilva. Resta sul piatto l'offerta dell'indiana Jindal, che porterebbe però a corredo numerose incertezze sul piano dell'occupazione.
Tanti dossier aperti, molte promesse e troppi flop tra le mani di Urso. Nel frattempo, le imprese attendono misure concrete e urgenti. “Oggi, più che mai, serve una forte collaborazione con il ministero dell’Industria per mettere a terra le vere esigenze dell’industria", ha detto al Foglio il presidente di Confindustria Orsini: "Oggi serve una vera spinta dal ministero, all’altezza delle necessità e dell’emergenza".