I soldi di Giorgetti o la testa di Urso per placare l’ira degli industriali

Il responsabile del Mef non dimentica il suo ruolo da icona del protoleghismo, mentre si ragiona su una possibile defenestrazione del ministro delle Imprese per azzerare la trattativa con Confindustria e ricominciarla con un altro nome. La base è in ebollizione, e gli scenari del Centro studi Confindustria sono da paura

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31 MAR 26
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Foto ANSA

Non tutti i tavoli di mediazione politica nascono con la camicia. E quello che si terrà domani per esaminare il destino dei cosiddetti “esodati del 5.0” è seriamente a rischio. Gli esodati sono gli imprenditori che hanno caricato sulla piattaforma la richiesta di credito d’imposta per gli investimenti in macchinari tra il 7 e il 27 novembre, che ora si sentono traditi perché il governo ha drasticamente ridotto di due terzi l’incentivo. La Confindustria li ha “coperti” e siamo ai limiti della rivolta delle imprese che, in caso di fallimento del tavolo , minacciano la mobilitazione. Il guaio è che un tavolo di questo tipo andrebbe preparato con estrema cura ma il ministro competente Adolfo Urso è a Washington, dove sperava di incontrare qualificati esponenti dell’Amministrazione Trump e invece vedrà tecnici dell’energia e un funzionario Nasa. Poca roba che va ad aggravare la situazione visto che Urso dopo la trasferta si presenterà a Roma senza aver fatto i compiti ovvero aver costruito la mediazione sul 5.0.
Al tavolo sarà anche rappresentato il Mef che farà buona guardia sullo sforamento dei conti pubblici. Tutta la querelle parte dalla scelta del ministro Giancarlo Giorgetti che nell’ultimo Cdm ha imposto il taglio ex post degli incentivi Transizione 5.0. Il ministro, memore del Superbonus, teme lo strumento del credito d’imposta e per di più sa che con la nuova situazione geopolitica e la mancata fine della procedura di infrazione Ue non c’è scampo. La premier Giorgia Meloni, alle prese con il repulisti interno, non aveva capito la gravità del processo in corso ed è così arrivata impreparata in Consiglio: da qui la reprimenda con Urso e la successiva decisione di convocare il tavolo. 
Giorgetti non ha nessuna intenzione di cedere e nessuno crede veramente in una soluzione positiva. Per il ministro non si tratta di una scelta facile. Tutt’altro. Finora aveva avuto buon gioco a indossare i panni di Quintino Sella, meritare l’encomio del Financial Times senza che l’assenza del tema “crescita” facesse ribollire gli animi degli imprenditori . Stavolta è diverso e Giorgetti non può dimenticare il suo doppio ruolo, quello di responsabile del Mef e quello di icona del protoleghismo ri emerso ai funerali di Umberto Bossi. Se anche un governatore prudente come Attilio Fontana riparla di questione settentrionale, di un Nord “che fa il Pil dell’Italia”, come fa la Lega a incarnare il partito dei tagli agli incentivi? E ancora se davvero i Fontana, i Fugatti, i Fedriga e gli Zaia vogliono resuscitare la Lega nordista (mentre Matteo Salvini dopo la botta del referendum è comunque andato a Sud a riproporre il Ponte sullo Stretto) come conciliare questo progetto con le severe scelte di Quintino Giorgetti?
La quadratura del cerchio – o del tavolo – può venire da un miracolo dei tecnici del Mef o del Mimit nella ricerca delle coperture. Nel peggiore dei casi si potrebbe arrivare alla defenestrazione di Urso, la cui testa verrebbe offerta alla Confindustria per azzerare la trattativa e ricominciarla con un altro ministro. Ma nessuno pensi, come si è pure detto, che Meloni voglia regalare alla Lega la poltrona di Urso, neanche se il prescelto fosse Zaia. Sarebbe comunque un altro esponente di FdI a doversi caricare di tutti i dossier lasciati senza soluzione da Urso. Perché, ammesso che si risolva il caso “esodati 5.0”, all’orizzonte già si staglia un altro elemento di preoccupazione: l’iper ammortamento. Le imprese stanno aspettando che entri a regime ma ci vogliono ancora 60 giorni. Dal Mimit garantiscono che la sua efficacia sarà retroattiva ma dopo il caso esodati chi sarà più disposto a fidarsi ciecamente? Non sarà più facile che gli imprenditori rinviino a giugno gli investimenti tecnologici già decisi? Probabile che finisca così e intanto tra pochi giorni l’Ucimu-Confindustria darà le cifre congiunturali degli ordini di macchinari. E saranno solo spine.
Infine l’esito del tavolo è destinato a condizionare i rapporti tra Meloni e la Confindustria. Nelle assemblee annuali degli industriali la premier ha sempre mietuto applausi, il Sì al referendum ha vinto in tre regioni del Nuovo triangolo industriale (fa eccezione l’Emilia), il presidente Emanuele Orsini è stato sempre attentissimo a non entrare in rotta di collisione con Meloni, ma stavolta la diplomazia non funziona più. La base è in ebollizione, gli scenari del Centro studi Confindustria sono da paura e di conseguenza la dirigenza dell’associazione non potrà non tenerne conto. E non basterà più inviare la solita circolare ai presidenti delle territoriali invitandoli a rilasciare interviste a muso duro.