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La demografia renderà i debiti pubblici sempre più insostenibili. Parla Favero

Luciano Capone

La crisi fiscale in Francia dipende da un fattore strutturale che riguarda l'Occidente: "R > G: con l'invecchiamento della popolazione il costo del debito sarà superiore alla crescita del pil", dice l'economista della Bocconi

È la demografia, bellezza. Il primo ministro francese, François Bayrou, ha detto che non si possono ignorare gli squilibri fiscali e il peso del debito pubblico sui giovani “per la tranquillità dei boomer”. I problemi di indebitamento della Francia hanno certamente origini specifiche, ma sono anche il prodotto di una forza profonda che rischia di schiacciare le economie occidentali: l’invecchiamento della popolazione.

Carlo Favero, economista all’Università Bocconi, ha appena pubblicato un working paper che descrive proprio come il trend demografico nei paesi occidentali renda meccanicamente sempre meno sostenibili i debiti pubblici. “C’è un problema globale che deriva dal fatto che la storia vissuta finora, dove il costo del finanziamento del debito era inferiore al tasso di crescita dell’economia, sta svanendo” dice Favero al Foglio. In pratica, ora il debito sta correndo più veloce del pil. E uno dei fattori principali che stanno facendo diventare R (il costo del debito) maggiore di G (la crescita del pil) è la demografia: “L’invecchiamento della popolazione esercita una pressione al rialzo del debito pubblico attraverso tre canali – spiega Favero – frenando la crescita del pil, indebolendo i bilanci pubblici e spingendo al rialzo i tassi d’interesse”. 

La Francia è proprio uno dei casi in cui questa traiettoria è evidente: “La componente di spesa pensionistica e di spesa sociale è destinata ad aumentare e, sebbene abbia un’economia solida, senza un intervento il debito diventa insostenibile. Ma questo è un problema che riguarda anche gli Stati Uniti, la Germania, l’Italia e la Spagna”. Cosa si deve fare per far tornare R inferiore a G? “Purtroppo, sono tutte soluzioni che non piacciono: ringiovanire la popolazione attraverso l’immigrazione; aumentare l’età pensionabile; riforme per innalzare il pil potenziale. Ovviamente anche aumentare il tasso di natalità, ma è un obiettivo molto difficile e che produce effetti solo dopo molti anni”. Spesso, mentre si fanno riforme e politiche per la crescita, è necessario aggiustare i conti nell’immediato come nel caso della Francia, che ha un deficit del 5,5%. Come si fa? “Nel caso francese, per stabilizzare il debito bisogna arrivare a un avanzo primario di almeno l’1%, che vuol dire un aggiustamento fiscale di circa 4 punti di pil. Questo sempre alle condizioni attuali, cioè senza un ulteriore aumento dei tassi”.

Ma aumentando le tasse o tagliando le spese? Favero è anche, insieme ad Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, autore di una serie di studi sui consolidamenti fiscali secondo cui nei paesi sviluppati, quando l’aggiustamento dei conti pubblici viene fatto tagliando le spese, anziché aumentando le tasse, gli effetti sono meno recessivi. In alcuni casi, anche espansivi. Questo filone di studi è stato oggetto di discussione accademica e critiche, ma nel caso attuale della Francia non sembrano esserci molte alternative. Persino Olivier Blanchard, l’economista francese che nel dibattito sui moltiplicatori fiscali è stato dall’altra parte della barricata, ora sostiene che data la grandezza dello stato francese l’aggiustamento fiscale non può che arrivare da un taglio della spesa pubblica. “Non c’è tanto spazio sul lato della tassazione, perché la pressione fiscale è elevatissima – dice Favero –. In Francia la tassazione sul lavoro rappresenta il 60% di tutte le entrate fiscali. Tagliare la spesa ha sicuramente effetti meno recessivi, ma anche il timing conta. Meno aggiustamento fai ora più dovrai farne nel futuro, perché nel frattempo aumenta la spesa per interessi”. 

Costo del debito elevato e bassa crescita costringono ad avere un corposo avanzo primario: la Francia sta entrando nel mondo in cui l’Italia vive da qualche decennio. Eppure, il nostro paese, che ha il più alto indice di dipendenza degli anziani, appena è in una fase tranquilla pensa ad aumentare la spesa pensionistica. Il governo Meloni, che pure con il ministro Giorgetti ha avuto una politica di bilancio prudente che tiene lo spread basso, vuole bloccare l’adeguamento dell’età pensionabile all’aumento dell’aspettativa di vita. Costo: 2-3 miliardi. “Oltre al costo monetario, ci sono altri aspetti da considerare. L’aumento dell’età pensionabile ha effetti importanti: da un lato aumenta la popolazione attiva, e così la crescita è più elevata; dall’altro le persone continuano a risparmiare, mantenendo i tassi d’interesse più bassi. Sono due spinte che ricalibrano positivamente il differenziale tra R e G”. 

In questo senso la riforma Fornero, che è sempre stata considerata solo per il suo impatto di riduzione del deficit, in realtà ha mostrato effetti strutturali sul mercato del lavoro: l’attuale boom dell’occupazione tra gli over 50 è anche il frutto di quella riforma. “L’Italia ha una popolazione che si contrae da sei anni e che, contemporaneamente, invecchia. Due fenomeni economici che riducono il pil e il pil potenziale. La legge Fornero ha agito in senso contrario, aumentando l’offerta di lavoro. È una di quelle riforme strutturali che, nel lungo termine, riducono il differenziale tra R e G, rendendo il debito più sostenibile”. 

Eppure pochi anni fa Blanchard, in uno studio che ebbe una notevole eco anche in Italia, scriveva che era il momento opportuno per indebitarsi perché R era inferiore a G. “Quello studio parlava degli Stati Uniti e quando, appena prima del Covid, i tassi erano al minimo storico. Il punto è che la demografia veniva poco considerata dagli economisti. Ma se guardiamo alle proiezioni demografiche nei prossimi 40 anni, non c’è modo di pensare che il costo del debito sarà più basso del tasso di crescita dell’economia”. 

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali