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Editoriali
Povero concordato, ha bisogno d'un rinvio
Risultati tanto deludenti da spingere il governo a spostare i termini fino al 12 dicembre. Con il rischio di suscitare fra i contribuenti l'aspettativa di nuove sanatorie e misure ad hoc molto più convenienti e risparmiare sulle imposte dovute
Lo chiamano fisco amico, ma a guardare i risultati non la pensano proprio così i contribuenti. Forse si aspettano di più e meglio, forse giocano al rialzo un po’ come si fa in Borsa. Certo è che il concordato preventivo biennale ha deluso, e adesso il governo ha spostato i termini fino al 12 dicembre. La chiusura ufficiale il 31 ottobre ha dato un gettito di un miliardo e 300 milioni di euro. Il governo ha bisogno di molto di più anche per finanziare la riduzione delle aliquote dal 35 al 33 per cento per i redditi tra 28 mila e 50 mila euro. Ma il disappunto si estende anche al numero degli aderenti: mezzo milione di partite Iva, su circa cinque milioni, hanno pagato senza accertamenti fiscali, trovando conveniente l’imposta sostitutiva (con aliquote ridottissime dal 3 all’1 per cento sui maggiori redditi nel 2004 e 2005) rispetto alla normale Irpef. Il vice ministro Maurizio Leo guarda al bicchiere mezzo pieno: 160 mila partite Iva considerate inaffidabili adesso non lo sono più. “Le abbiamo portate fuori dal perimetro dell’evasione totale”, ha dichiarato. Tuttavia le adesioni non sono sufficienti. A questo punto, chi ha già presentato la dichiarazione dei redditi ed entro il 12 vorrà aderire, potrà pagare solo una minima parte dell’imponibile evaso. Vedremo se basterà a rendere il fisco più amichevole e ad attrarre più contribuenti. Ma la riapertura del concordato suscita almeno due obiezioni. La prima: è troppo presto per giudicare insufficiente il risultato di un provvedimento concepito nell’arco di due anni. Va bene che servono soldi tanti e subito, ma per questo altri strumenti sono più efficaci. Se lo scopo è quello di stanare chi paga offrendo un incentivo, sembra più coerente e più conveniente attendere. C’è poi un dubbio di fondo. Allungare in fretta e furia i termini suscita nei contribuenti l’aspettativa che ci saranno presto altri provvedimenti ad hoc, sanatorie o concordati più convenienti. S’innesca così di nuovo quel circolo vizioso che ha consentito di non pagare le imposte dovute scommettendo sul colpo di spugna.

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