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Auto elettriche a rilento in Italia, ma il governo è già al lavoro per tassarle

Lorenzo Borga

La vendita di carburanti è una macchina da soldi poderosa per il bilancio pubblico. Il gettito incassato dallo stato dalle accise e dall’Iva su benzina, gasolio e Gpl è ogni anno attorno ai 40 miliardi di euro

Auto elettriche, con una mano dai e con l’altra prendi. E’ la schizofrenica fotografia delle ultime dichiarazioni dei ministri del governo Meloni. Da una parte il ministro Adolfo Urso annuncia il piano di ecoincentivi dedicato anche alle auto elettriche che sarà presto pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Dall’altra il ministro Giancarlo Giorgetti dichiara di essere al lavoro per affrontare “lo spostamento delle accise del carburante alle nuove forme di alimentazione”. Un progetto su cui “il ministero dell’Economia ha già iniziato a lavorare” ammette Giorgetti.

La vendita di carburanti d’altronde è una macchina da soldi poderosa per il bilancio pubblico. Il gettito incassato dallo stato dalle accise e dall’Iva su benzina, gasolio e Gpl è ogni anno attorno ai 40 miliardi di euro, secondo le stime di Unem. Perdere questo incasso, quasi garantito ogni anno visto che si tratta di imposte che difficilmente possono essere evase e legate a una domanda molto rigida, sarebbe un colpo mortale per l’erario. D’altronde da ogni litro di benzina lo stato, ai valori odierni, incassa quasi 1 euro e 10 centesimi tra accise e Iva. Ben più della metà della spesa per l’automobilista.

Quanto costa allo stato italiano la diffusione delle auto elettriche? Quasi nulla, per ora. Le vendite di veicoli a batteria in Italia infatti vanno a rilento, e al momento l’impatto sulle casse pubbliche è sostanzialmente impercettibile. Secondo i dati di Aci, i veicoli elettrici circolanti nel 2023 erano appena 239.379 su quasi 54 milioni (camion, furgoni e moto inclusi). Una goccia nel mare: meno di uno ogni 200. Anche nel caso più estremo in cui l’elettricità di ricarica fosse esentasse (e così non è, lo vedremo), alle casse dello stato mancherebbero all’appello circa 200 milioni di euro. Lo stesso accade per il bollo, che in molte regioni è gratuito per cinque anni per chi acquista un’auto elettrica: in questo caso il mancato gettito si aggira attorno ai 40 milioni di euro, su un totale di 7 miliardi raccolti ogni anno. Complessivamente stiamo dibattendo di un incasso simile a quello garantito dalla sugar tax, che il governo non ha faticato a rinviare per il quinto anno di fila trovando i fondi in un paio di giorni. Viene dunque da chiedersi perché lanciare ora il dibattito, con il rischio di allontanare ulteriormente gli automobilisti italiani dalla scelta di acquistare un’auto elettrica. Evidentemente essere il sesto peggiore paese Ue per vendite di automobili a batteria – superati in proporzione da paesi come Bulgaria, Ungheria, Lituania, Romania – non ci spaventa.

Eppure è pur vero che – per quanto con un cattivo tempismo – il tema posto da Giorgetti richiederà una soluzione. Il cambiamento in arrivo nella mobilità porterà i bilanci pubblici a restringersi. Secondo l’Agenzia internazionale dell’Energia tra Unione Europea e Regno Unito entro cinque anni mancheranno all’appello 32 miliardi di dollari per via dei minori consumi di petrolio del settore dei trasporti. Entro un decennio la somma raddoppierà a 64 miliardi. I bilanci europei saranno quelli più colpiti dall’elettrificazione, perché sono quelli storicamente più dipendenti dalle tasse sui carburanti (Italia in testa) e affronteranno una transizione verso l’elettrico più rapida che altrove. Secondo una stima di Sky TG24, ogni 100 chilometri percorsi lo stato riesce a incassare più di 5 euro da un’utilitaria a benzina mentre da un’auto elettrica ricaricata in casa che viaggia sullo stesso percorso il gettito – tra Iva, accise e oneri di sistema – arriva al più a 1 euro. A tendere dunque le imposte sull’energia elettrica dovranno sestuplicare per garantire l’equivalente incasso per il bilancio pubblico.

Ma c’è una stagione per ogni scelta. E oggi – come dimostrano i numeri – non c’è alcuna ragione in Italia per aumentare le imposte sulle colonnine di ricarica. Altrove invece quel momento è già arrivato. In Nuova Zelanda per esempio il governo ha introdotto una tassa sull’utilizzo delle auto elettriche, parametrata sui chilometri percorsi all’anno, che permette di coprire gli incassi perduti dalle minori vendite di carburante. Ma in Nuova Zelanda le auto elettriche hanno raggiunto il 20 per cento del mercato nel 2023, e con le ibride plug-in quasi arrivano a un terzo. Un altro mondo rispetto al misero 4,2 per cento.

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