editoriali

Meno povertà e disuguaglianza. Effetto di trasferimenti statali e mercato del lavoro forte

Redazione

L'Istat segnala crescita economica e riduzione delle disuguaglianze. Salari ancora bassi, ma redditi reali che tengono. Grazie a interventi come la riforma dell'Assegno unico di Draghi. Persistono però alcune disparità regionali e i redditi familiari sono ancora inferiori ai livelli pre-crisi del 2007

Meno poveri, più lavoratori, salari ancora bassi, ma redditi reali che tengono se consideriamo anche l’incidenza dell’affitto figurativo delle case di proprietà, in usufrutto o uso gratuito, che in un paese ad ampia proprietà immobiliare è importante per capire il tenore di vita. Dunque, l’Italia va, dice l’Istat nella sua indagine sulle famiglie. Va nonostante l’impatto dell’inflazione, che ha eroso nel 2022 salari e redditi medi cresciuti meno dei prezzi (-2,1 per cento). Si è ridotta anche se di poco la stessa forbice tra ricchi e poveri, passata da 5,6 a 5,3 volte. La disuguaglianza scende al di sotto dei livelli pre pandemia. Tutto ciò è il risultato di tre processi diversi, ma convergenti. Il primo è la crescita del pil che, sia pur in rallentamento, è continuata nel 2023 e, a quanto sembra, non si sta fermando nel 2024.

 

Il secondo fenomeno è il sostegno pubblico: l’Assegno unico universale per i figli, i bonus una tantum per contrastare l’aumento nei costi dell’energia e le modifiche intervenute nella tassazione. Il terzo è l’aumento dell’occupazione, con la conseguentea riduzione del tasso di disoccupazione sceso al 7,2 per cento a marzo. Da una parte la redistribuzione, dall’altra la spinta del mercato del lavoro. Il governo Meloni esulta e vanta il successo delle sue politiche economiche e sociali. Tuttavia le misure che più hanno contribuito risalgono al Conte I, l’esecutivo giallo-verde formato da M5s e Lega, con il Reddito di cittadinanza, e a Draghi con la riforma dell’Assegno unico, il provvedimento con il maggior impatto sui redditi che, secondo l’Istat, ha ridotto di un punto il rischio povertà e migliorato l’equità distributiva. Più contenuto l’effetto dei bonus energetici. Quanto all’occupazione, è un trend innescato già prima della pandemia grazie al buon andamento del pil nei governi Renzi e Gentiloni (2 per cento  in media), alla ricaduta di  industria 4.0 e del Jobs Act: la prima ha fatto crescere gli investimenti, la seconda i posti di lavoro, quelli a tempo indeterminato più dei precari, al contrario di quel che raccontano la Cgil di Landini, da tempo, e ormai anche il Pd di  Schlein. Ma ecco un po’ di cifre. 
    

Nel 2023, il 22,8 per cento della popolazione è a rischio povertà o esclusione sociale: valore in calo rispetto al 2022 (24,4per cento) a fronte di una riduzione della quota di popolazione a rischio povertà, che si attesta al 18,9 per cento (da 20,1 per cento dell’anno precedente), e di un lieve aumento della popolazione in condizione di grave deprivazione materiale e sociale (4,7 per cento rispetto al 4,5). 
    

La crescita dell’occupazione nel 2022 ha ridotto rispetto all’anno precedente la quota di individui (8,9 per cento da 9,8 per cento) in famiglie a bassa intensità di lavoro, ossia con componenti tra i 18 e i 64 anni che hanno lavorato meno di un quinto del tempo. Il miglioramento riguarda in particolare il Nord-ovest (4 per cento degli individui rispetto al 5,2 dell’anno precedente) e il Centro (7,7 per cento rispetto a 8,8). Il Sud resta lontano, ma non è fermo al contrario di quel che dice molta propaganda “piagnona”. Nel 2023, la riduzione della popolazione a rischio povertà o esclusione, sostiene l’Istat, è particolarmente marcata al Nord, mentre il Nord-est si conferma la ripartizione con la minore incidenza (11 per cento); la quota è stabile al Centro (19,6 per cento) e si riduce nel Mezzogiorno, l’area del paese con la maggior percentuale di individui a rischio (39 per cento rispetto al 40,6 del 2022). La fine del Reddito di cittadinanza ha impatto solo da quest’anno. Nel 2022 lo ha ricevuto il 3,9 per cento delle famiglie, salite al 6,3 per cento in tutta Italia, circa il doppio nel mezzogiorno. Se consideriamo i redditi medi familiari senza affitti figurativi, nel 2022 sono stati pari a 33.798 euro annui (27.114 nel sud e isole) e l’anno scorso sono saliti a 35.995 (29.134 nel sud e isole).

  

L’Italia in sostanza non si sta impoverendo. Tuttavia l’Istat getta uno sguardo indietro nel tempo, al 2007 prima che scoppiasse la grande crisi finanziaria. Ebbene i redditi familiari si sono ridotti del 7,2 per cento, sono peggiorati quelli da lavoro autonomo (-13,7) e dipendente (-10,6), sono migliorati quelli dei pensionati e di coloro i quali vivono di trasferimenti pubblici. Se perde reddito chi lavora mentre guadagna chi non lavora, è lunga la strada per una vera ripresa.