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dagli stati uniti ai mercati europei

Il crac di Silicon Valley Bank non è una nuova Lehman ma i mercati tremano: a picco le borse europee

Mariarosaria Marchesano

Panico sui listini europei, Piazza Affari in forte ribasso. Gli analisti però restano prudenti: il rischio di ingenti disinvestimenti per le banche del continente sembra improbabile. Le autorità americane tentano di frenare il contagio: garantiti i depositi di Svb e chiusa anche la Signature Bank. Un bel problema per Biden

Non è una nuova Lehman, ma ha tutte le caratteristiche di un terremoto finanziario a cui le autorità americane la notte scorsa hanno cercato di mettere un argine garantendo i depositi della Silicon Valley Bank e chiudendo un’altra banca specializzata in start up e criptovalute: la Signature Bank. Un’azione tempestiva che, però, non ha impedito il tracollo delle borse europee stamattina. Gli indici sono tutti in forte ribasso con Piazza Affari che perde il 4 per cento a due ore dall’avvio delle negoziazioni (i titoli bancari stanno colando praticamente a picco). Sarà poi la reazione di Wall Street nel pomeriggio a dire quale livello di fiducia gli investitori mondiali ripongono nel piano di intervento coordinato tra governo degli Stati Uniti, Federal Reserve e Sec, l’autorità che vigila sui mercati finanziari. “Non è un salvataggio, ma vogliamo evitare il contagio”, ha detto il segretario del Tesoro Usa. Parole che non rassicurano più di tanto i mercati che si aspettano una manifestazione più chiara sulla volontà di Washington di non far fallire le banche della Silicon Valley poiché solo questo scongiurerebbe un effetto domino. Per adesso, si cerca un compratore per la Svb, ma l’unica notizia certa è la disponibilità del colosso anglo-asiatico HSBC a rilevare la filiale londinese della banca californiana per una sterlina, mentre per le attività americane varie grandi banche avrebbero declinato l’invito della Casa Bianca. 

 

Sui mercati europei c’è dunque panico, ma la maggior parte degli analisti ritiene improbabile un rischio di ingenti deflussi di depositi e successivi disinvestimenti per le banche europee, che rispetto a quelle americane sono maggiormente diversificate. Tuttavia, come spiega un’analisi di Jupiter AM, quello che sta accadendo attira l'attenzione sul cambiamento della politica monetaria e sul suo potenziale impatto sugli istituti di credito. “L'aumento dei tassi e l'inasprimento quantitativo, rimuovendo la liquidità dal sistema finanziario, possono esercitare pressioni sul valore degli asset e sui depositi, alterando le strutture di bilancio e incidendo sul margine di interesse netto, soprattutto negli Stati Uniti”.

 

Non è Lehman, ma quello di Svb il secondo grande crac finanziario nella storia americana dopo quello causato dai mutui subprime nel 2008. L’origine è sempre la stessa, l’eccesso di debito: quindici anni fa è stato quello nel settore dei prestiti per la casa a far saltare il sistema, adesso è l’esposizione delle banche californiane nei confronti del settore tecnologico e della blockchain all’origine del tracollo. Gli aumenti dei tassi d’interesse messi in campo dalla banca centrale americana per frenare l’inflazione hanno messo, infatti, sotto pressione i titoli di questi settori normalmente sfavoriti da una politica monetaria restrittiva. Ma questo è solo un aspetto. Ciò che è emerso è che le banche californiane hanno concentrato i loro investimenti in titoli di stato le cui valutazioni di mercato sono andate peggiorando man mano che la stretta monetaria della Fed si intensificava fino a creare un “buco” teorico di 2 miliardi nei conti della Svb, che pochi giorni fa ha tentato di colmare con un aumento di capitale ma senza riuscirci. Da qui sono partite richieste di riscatto da parte dei clienti dell’istituto di credito: in un solo giorno sono stati ritirati 42 miliardi, un quarto del totale dei depositi.

 

Il Tesoro americano ha messo a disposizione 25 miliardi per un’operazione che non vuole chiamare “salvataggio”, anche se è difficile trovare un altro termine per definirlo. Il punto è che questa è una bella gatta da pelare per il presidente americano Joe Biden che ha già da gestire il problema del tetto del debito pubblico, già raggiunto ma che i repubblicani non vogliono innalzare perché ritengono dissennata la politica di spesa pubblica messa in campo da Washington con superincentivi all’industria.