Ryanair e il crumiro polacco

Stefano Cingolani

No, nessun pilota in soccorso della compagnia. Nel campione dei cieli aperti irrompe il sindacato

L’idraulico polacco indossa la tuta e maneggia la chiave inglese, il pilota polacco indossa la divisa da aviatore e maneggia la chiavetta dei motori. L’idraulico polacco era diventato un’ossessione tanto che a un certo punto il governo di Varsavia decise, con buon senso dell’umorismo, di vendere l’immagine del paese pubblicando la foto di un giovane e aitante ragazzone biondo vestito da mago del tubo. Per il Front National era l’operaio straniero che rubava il posto a quello francese, per i sindacati era quello che abbatte tutti i salari perché accetta una mercede da fame, insomma un “servo del padrone”. L’aviatore polacco chiamato da Ryanair per bypassare lo sciopero, invece, è un crumiro senza se e senza ma, al cento per cento. L’uno e l’altro vengono dipinti con la matita di George Grosz, sono il feto distorto e sbilenco dell’Unione europea, del mercato unico, della concorrenza che abbatte ogni frontiera, travolgendo ogni regola. Per lui vale quel che scriveva Jack London in “The Scab”, la crosta, che in gergo sta per crumiro, testo controverso, forse apocrifo in parte cambiato nelle opere successive del grande scrittore americano: “Dopo che Dio ebbe creato il serpente a sonagli, il rospo, il vampiro, gli era rimasta ancora un po’ di orrenda sostanza e con essa fece un crumiro. Il crumiro è un animale a due zampe con un’anima da cavatappi, un cervello pieno d’acqua, e una spina dorsale combinazione di gelatina e colla. Dove gli altri hanno un cuore, in lui alberga un tumore di principi marci”. E ancora: “Giuda Iscariota era un gentiluomo al suo confronto e almeno ebbe abbastanza carattere per impiccarsi… Un crumiro è un traditore del suo dio, del suo paese e della sua classe”.

 

Per la compagnia irlandese è la fine dell’innocenza, o dell’età dell’oro, quando cresceva a più non posso e decideva come e quanto lavorare

Il mercato “selvaggio” è perlopiù una costruzione ideologica, e non corrisponde alla realtà. La direttiva sui lavoratori distaccati nella Ue

Sulla rivista The Atlantic, nel 1904, London pubblicò un breve saggio dal contenuto altrettanto radicale, ma dal sapore più pensoso. L’operaio che accetta di lavorare per un salario inferiore rispetto a quello del suo compagno che sciopera, sostiene in sostanza l’autore di “Zanna bianca”, non fa del male solo al suo compagno, ma anche a se stesso: con un salario inferiore potrà comprare meno cibo per sé e la sua famiglia, vestiti meno buoni, sarà costretto ad abitare in un tugurio. Insomma il crumiraggio riduce il benessere della classe operaia e dell’intera società. Una guerra tra poveri non rende nessuno più ricco. Ne era consapevole anche Henry Ford, che stupì tutti aumentando le buste paga così che i lavoratori potessero comprare la sua vettura popolare; sulle sue orme Giovanni Agnelli durante la Grande depressione sostenne che tagliare i salari voleva dire peggiorare la crisi. Allora, intellettuali radicali e padroni riformisti si incontravano a metà strada. E adesso?

 

Torniamo a Ryanair. Lo sciopero ha creato seri disagi lasciando a terra decine di migliaia di passeggeri e ha segnato una svolta. L’irrompere del sindacato nella compagnia irlandese ha segnato la fine dell’innocenza, o se volete della sua età dell’oro, quando cresceva a più non posso e decideva come, dove e quanto lavorare. La tensione interna arriva mentre i conti della compagnia pubblica fanno suonare veri campanelli d’allarme. Crolla infatti del 22 per cento l’utile nel secondo trimestre, scendendo a 309,2 milioni. Due i fattori che hanno contribuito al drastico calo dei profitti: da un lato il rimbalzo dei prezzi del petrolio, che ha causato alla compagnia aerea un rincaro di 118 milioni di euro (dovrebbe raggiungere i 430 milioni alla fine dell’anno). Contemporaneamente la compagnia ha sborsato più quattrini per il suo personale, soprattutto per i piloti, nella speranza di alleviare le tensioni sociali scoppiate durante l’estate del 2017.

 

L’ultima vertenza è scoppiata in Italia, Spagna, Portogallo, Belgio perché Ryanair ha rivisto in modo unilaterale, secondo i sindacati, le condizioni di lavoro, a cominciare da turni e riposi dei piloti, minaccia di tagliare posti di lavoro e stipendi. La compagnia aerea irlandese afferma che “l’equipaggio di cabina guadagna fino a 40.000 euro l’anno, più del doppio rispetto al salario minimo, lavora con turni da 5 giorni di lavoro e 3 di riposo, l’equivalente di un weekend festivo ogni settimana, non può volare (per legge) più di 900 ore per anno, gode di turni che superano tutti i requisiti minimi di riposo stabiliti dall’Easa, riceve una formazione gratuita, un’indennità di nuova iscrizione di 750 euro e un rimborso giornaliero per la formazione di 28 euro, un’indennità annuale di 400 euro dopo il primo anno di lavoro per coprire i costi accessori, dalle uniformi alle visite mediche”. Ryanair ricorda infine di essere “già impegnata in ampie negoziazioni con i sindacati nazionali per il personale degli equipaggi di cabina in tutta Europa e ha già concluso accordi di riconoscimento sindacale con i sindacati Impact (nel Regno Unito), Verdi (in Germania) e Fit Cisl, Anpac/Anpav (in Italia)”. Dunque, anche il campione dei cieli aperti e del “liberismo selvaggio” si piega, si mette in regola, si sindacalizza. E già molti si chiedono se così finiranno i vantaggi dei quali ha potuto godere la compagnia finché era a sindacato zero.

 

Tutti interrogativi legittimi, ma prima di tutto bisogna spazzare il campo da un equivoco: la notizia dei piloti polacchi era falsa, un allarme lanciato dal sindacato belga Cne membro della Csc, la confederazione dei sindacati cristiani, il quale non aveva nessun riscontro oggettivo, tanto che la stessa fonte lo ha definito “probabile”. I giornali italiani, invece, lo hanno dato per vero e ci hanno titolato su. E’ l’informazione nell’èra delle fake news, ma non solo. L’enfasi data dai quotidiani, persino quelli come Repubblica, nasconde un’agenda politica: denunciare le malefatte del liberismo (da sinistra) e dell’Unione europea (da destra). Ma destra e sinistra vanno a braccetto quando gridano: guardate a che cosa ci riduce il libero mercato. Vedremo poi in dettaglio che il mercato del lavoro non è poi così libero, ma soprattutto è regolamentato dall’alto attraverso le leggi e dal basso con i sindacati. Tuttavia, diciamo subito che sarebbe sciocco ridurre tutto a propaganda, anzi a disinformatia. Perché il fumo nasconde un bell’arrosto.

 

Quella che stiamo vedendo (e per molti versi subendo) è una lotta del lavoro nell’èra digitale, e non è certo l’unica. Margaret Thatcher ha combattuto l’ultima battaglia dell’èra industriale con i minatori, uno scontro diventato leggendario anche se spesso se ne scrive ricorrendo al mito o all’ideologia piuttosto che alla storia. Ronald Reagan ha segnato una rottura nel 1981, con la prima grande svolta dell’era postindustriale, licenziando gli 11.435 controllori di volo che avevano proclamato uno sciopero e sostituendoli con personale militare. Sergio Marchionne ha incrociato le armi con i sindacati per una organizzazione del lavoro in fabbrica che metta fine al fordismo. Michael O’Leary, patron di Ryanair, ha ingaggiato un braccio di ferro il cui esito non è affatto scontato in un settore aperto alla concorrenza come quello aeronautico, una lunga filiera attraversata da una trasformazione profonda che va dalla costruzione di nuovi aerei al sistema aeroportuale e vede al centro le compagnie di trasporto merci e passeggeri. Un tempo si diceva che era un settore in crisi, in declino persino, colpito dai costi eccessivi del carburante, dalla lotta all’inquinamento, dalla carenza di infrastrutture, dalla concorrenza dei treni ad alta velocità. Tutto vero, ma questi fattori stanno producendo una trasformazione permanente, non un tracollo. Non c’è alternativa all’aereo nelle lunghe tratte, per non parlare di quelle transcontinentali, però il modo di viaggiare e i vettori di trasporto sono destinati a cambiare. E con essi i piloti, i meccanici, l’intero capitale umano. Le sue condizioni d’impiego, i suoi contratti.

 

Il mercato del lavoro oggi è aperto e internazionale, soprattutto per le figure specializzate, i tecnici, l’aristocrazia operaia. Tuttavia, non torneranno più i tempi in cui il crumiro era un mestiere per chi stava sul gradino più basso della scala sociale, in quella terra di nessuno tra classe operaia e sottoproletariato che aveva tanto colpito l’immaginazione di Jack London. Erano gli anni della Pinkerton, l’agenzia di sicurezza privata creata dallo scozzese Allan Pinkerton che si distinse dando la caccia ai fuorilegge del Far West e poi divenne il braccio armato dei padroni. Erano loro, “the pinkertons”, a difendere i crumiri spingendoli a sfondare i picchetti. A loro si ispirarono anche gli agrari siciliani quando convinsero Salvatore Giuliano e la sua banda a sparare a Portella della Ginestra contro il comizio della Cgil il primo maggio del 1947. I pinkertons, così come le società segrete e le mafie, avevano fatto fortuna negli Stati Uniti diventando protagonisti delle lotte operaie, talvolta contro i sindacati, ma spesso a loro favore, anzi persino dentro i sindacati come avvenne con la Fratellanza dei camionisti guidata da Jimmy Hoffa. Cosa nostra, la Mano nera, Molly McGuires, l’organizzazione nata in Irlanda che divenne il pilastro dei minatori di carbone in Pennsylvania. Perché non c’erano solo gli italiani a difendersi in tutti i modi, legittimi e illegittimi. La lotta di classe non è mai stata un pranzo di gala e l’immagine del quarto stato in marcia va bene per un tableau enfatico alla Pellizza da Volpedo o per il realismo socialista, ma ha poco a che vedere con la storia, con quel che accadde davvero e, sia pure in forme diversissime, sta ancora accadendo. Perché i diritti che oggi vengono hegelianamente appesi al soffitto come caciocavalli, o fatti discendere dal nulla al pari della manna, vengono dal basso, sono conquiste, sono privilegi talvolta strappati a forza di combattere.

 

L’utile è crollato del 22 per cento nel secondo trimestre. Ryanair ricorda di essere “già impegnata in ampie negoziazioni” con i sindacati

Destra e sinistra vanno a braccetto quando gridano: guardate a che cosa ci riduce il libero mercato. Una lotta del lavoro nell’èra digitale

I tempi dei minatori, dei siderurgici o dei camionisti sono diventati i tempi del “proletariato digitale”, come vengono chiamati i lavoratori che ricoprono i ruoli più bassi della filiera tecnologica, o, sulla sponda opposta, il tempo dei piloti. Tuttavia bisogna sempre tener conto che il mercato “selvaggio” è perlopiù una costruzione ideologica, e non corrisponde alla realtà. Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva la revisione della direttiva sui lavoratori distaccati, ossia quelli che vengono inviati dal datore di lavoro a prestare temporaneamente servizio in un altro stato membro dell’Ue. E sono 2,3 milioni in tutta la Ue, in forte aumento: +69 per cento dal 2010 al 2016. Le norme retributive del paese ospitante dovranno essere applicate a tutti i lavoratori distaccati, non permettendo più, quindi, che un’impresa di idraulica polacca invii il suo operaio in Francia a lavorare con un salario polacco. Gli stati membri dovranno inoltre applicare anche i contratti collettivi regionali o settoriali, se di ampia portata e rappresentativi, finora applicati solo nel settore delle costruzioni. La durata del distacco è fissata in un anno, con una possibile proroga di 6 mesi. Trascorso tale termine, il lavoratore può restare o lavorare nel paese ospitante, ma dovrà a quel punto essere soggetto all’intera normativa sul lavoro vigente in quello stato. Tutto ciò entrerà in vigore entro due anni per gran parte dei quasi 115 mila lavoratori italiani distaccati all’estero (il 18,7 percento in Francia e il 10,2 in Germania) ma non per quel 36,6 per cento che lavora in Svizzera. Sono invece poco più di 60 mila i lavoratori distaccati in Italia, più della metà del totale proveniente da Germania (18,8 per cento), Francia (18,3) e Spagna (14).

 

Fatti non caciocavalli appesi. Anche se non sono sufficienti a costruire un mercato del lavoro pienamente unificato, si tratta di passi avanti. Purché si abbia l’onestà intellettuale e politica di tener conto che mai in nessun paese e in nessuna situazione le condizioni di lavoro sono le stesse. L’organizzazione federale più compiuta che noi conosciamo, cioè gli Stati Uniti, lascia che le norme sul lavoro, oltre che i salari, siano decentrate, basate sulla contrattazione salariale, sulle politiche fiscali, sulla tradizione istituzionale dei singoli stati, non si vede perché non possa essere lo stesso anche in Europa, la quale, oltre tutto, non è neanche uno stato federale e non lo diventerà. Ciò crea competizione tra gli stati e tra diversi mercati del lavoro. E allora? Persino chi pensa che la concorrenza sia sinonimo di ingiustizia o ritiene che il mercato sia il luogo dove il pesce grande mangia quello piccolo e prevale la selezione del più forte, come vanno dicendo i gialloverdi e i loro pifferai, non può confondere l’eguaglianza con l’uniformità, l’equità con l’appiattimento.

 

Le lotte del lavoro nel mondo globale e in piena èra digitale sono lotte bastarde, dove convivono componenti antiche, arcaiche talvolta, con forme moderne e strumenti persino futuristici. I crumiri di una volta si coprono di piume, i pinkertons impugnano pistole elettriche, o meglio taser, i giornali sono surclassati dalle telecamere e queste ultime dagli smartphone. Ma la novità principale non è nei gadget elettronici, non è nemmeno nei mezzi di comunicazione: quel che caratterizza i tempi moderni è l’impalcatura della liberal-democrazia, ben più complessa, articolata, sofisticata di una volta. Anche per il lavoro, per le sue conquiste, per i suoi diritti, se crolla quella infrastruttura, se si spezza la cornice, sia pure coltivando l’illusione di una maggiore democrazia diretta, priva di mediazioni, dove “uno vale uno”, allora prevale la guerra di tutti contro tutti, si afferma il dominio di Behemoth che potrà essere contrastato solo da un Leviatano sempre più esteso, autoritario e opprimente. Siamo arrivati davvero lontano; partendo da un pilota polacco che poteva diventare un crumiro internazionale, da una compagnia low cost che sta entrando nella maggiore età, dal conflitto sindacale nei giorni nostri, siamo approdati alla aporia che dilania da secoli l’uomo moderno, il contrasto tra giustizia e libertà. Ma questa è Rodi e qui dobbiamo dimostrare quel che sappiamo fare.

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