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Perché è ora che l'Unione europea liberalizzi il settore trasporti

La sentenza della Corte di giustizia europea che ha stabilito come Uber sia una società che si occupa di trasporto pubblico dovrebbe spingere l'Ue a un cambio di rotta sui taxi

26 Dicembre 2017 alle 18:05

Perché è ora che l'Unione europea liberalizzi il settore trasporti

Foto LaPresse

La sentenza della Corte di giustizia europea che qualche giorno fa ha stabilito come Uber debba essere annoverata fra le società commerciali che si occupano di trasporto pubblico potrebbe rappresentare l’occasione per liberalizzare a livello comunitario l’intero settore oggi dominato dai taxi e dalla disciplina giuridica che prevede il contingentamento delle licenze.

 

I Giudici del Lussemburgo, infatti, hanno ritenuto che Uber non possa essere classificata all’interno delle imprese che forniscono esclusivamente servizi di intermediazione fra domanda e offerta tramite applicazioni internet. La piattaforma on line della società americana, in sostanza, sarebbe stata pensata per fornire un servizio di trasporto, sebbene innovativo, e come tale l’attività d’impresa non può essere soggetta alla disciplina che prevede la liberalizzazione e la libera circolazione dei servizi a livello comunitario, ma deve sottostare alla regolamentazione prevista dai Trattati europei per il settore specifico dei trasporti. Ha però precisato inoltre la Corte di giustizia, che le istituzioni europee non hanno ancora provveduto a individuare una cornice giuridica uniforme all’interno della quale consentire il libero esercizio del trasporto tramite taxi, con la conseguenza che le aziende che volessero operare in tale settore sono costrette a osservare le singole legislazioni nazionali, la stragrande maggioranza delle quali prevede un limite massimo di autorizzazioni amministrative cui subordinare lo svolgimento della richiamata attività d’impresa.

 

Le conclusioni del Tribunale dovrebbero rappresentare, come detto, l’occasione per porre il Parlamento europeo e il Consiglio dell’Unione davanti alla ineludibile responsabilità di provvedere con urgenza alla liberalizzazione di un settore che la tecnologia ha dimostrato essere in grado di sviluppare un potenziale straordinario a beneficio di lavoratori e consumatori. E’ giusto rammentare, infatti, che quella dei trasporti è una materia di competenza concorrente fra stati nazionali e Unione europea, e che essa coinvolge la tutela dei consumatori, la liberalizzazione di un importante attività d’impresa e la salvaguardia di una rilevante innovazione tecnologica. 

 

D’altro canto l’inerzia delle Istituzioni europee appare sino a questo momento giustificata esclusivamente in ragione della tutela di una rendita di posizione di coloro che già operano nel settore, allo stesso modo della deroga che i Trattati prescrivono, in materia di liberalizzazione e libera circolazione dei servizi, con riguardo all’attività di trasporto urbano. Non si ravvisano, difatti, esigenze di tutela di beni di rilievo comunitario che possano rappresentare un ostacolo alla piena liberalizzazione del trasporto tramite taxi, così come non si delineano particolari necessità di tutela di beni di rilievo costituzionale a livello di legislazione nazionale dei singoli Stati. Eppure l’art.1 del decreto legge italiano n.1/2012, ad esempio, stabilisce, al comma quinto, che le liberalizzazioni non si applicano al trasporto pubblico non di linea di persone e cose e cioè non si applicano ai taxi.

 

Viene, in definitiva, da pensare come non siano tanto le caratteristiche strutturali del servizio di trasporto urbano ad esigere la restrizione al libero esercizio di questa attività d’impresa, quanto l’ingiustificabile potere di ricatto di una categoria di lavoratori che riesce, persino a livello europeo, ad imporre la salvaguardia di un’inaccettabile rendita di posizione.

 

L’Unione europea, dopo la sentenza della Corte di Giustizia, ha adesso l’occasione per smentire questa presunzione.

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Commenti all'articolo

  • vinc3ntspa

    27 Dicembre 2017 - 12:12

    Un cosiglio per l'autore del pezzo si legga questo articolo. Di Riccardo Ruggeri  10/02/2017  Questo inizio 2017 si presenta per me foriero di soddisfazioni intellettuali: quando superi gli ottanta sei mesi ti sembrano un anno, così le soddisfazioni intellettuali ti ringiovaniscono. Mando un sms a Stefano Lorenzetto: “Che ne dici se scrivo un Cameo sul disfacimento della teoria della disruptive innovation di Clayton Christensen (è vent’anni che mi rovina la vita), e sulla crisi di Uber, ovviamente evitando l’inelegante l’avevo previsto?”. Mi risponde all’istante “Al contrario: scrivi proprio che l’avevi anticipato”. Scelgo un compromesso: dirlo in modo scanzonato con le parole di altri, ben più prestigiosi, . Negli anni Novanta uscì un libro di Christensen The Innovator’s Dilemma, lo lessi con avidità, si poneva due domande topiche: “Perché è così difficile per un’azienda mantenere il successo?” e “L’innovazione di successo non può davvero essere prevista, così come suggeriscono i d

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    • lettore2016

      28 Dicembre 2017 - 21:09

      Trovato! Grazie.

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    • lettore2016

      28 Dicembre 2017 - 05:05

      Grazie molte per i suggerimenti letterari! Sono già alla ricerca dei testi. Il limitato spazio permesso per i commenti mi lascia con la curiosità di non poter leggere la fine del Suo scritto... Le chiederei se potesse cortesemente aggiungerlo. Cordialità.

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  • lettore2016

    27 Dicembre 2017 - 10:10

    Con riferimento alla "liberalizzazione di un importante attività d’impresa" da non dimenticare che "capannoni e aree industriali" come anche le "urbanizzazioni" sono sottoposti a LIMITI AMBIENTALI.Nei Trasporti la concorrenza si realizza soprattutto con un opportuna INTER-MODALITÀ e SOSTENIBILITÀ. Ne sanno qualcosa i pendolari che costantemente perdono (in quanto non centometristi professionali) coincidenze tra treni (anche in ritardo) e autobus per carenza, diciamo, di 'comunicazione' nel redarre gli orari di servizio. In ogni caso una presa di coscienza delle Autorità era attesa e auspicabile.

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  • lettore2016

    27 Dicembre 2017 - 10:10

    Spettabile redazione, mi scuso se pecco di presunzione dicendo che poiché attualmente ufficialmente riconosciuta certificata, a pagare le tasse però NON ad aver garantite la possibilità di promuovere ed utilizzare strumenti (mi riferisco al radiotaxi e soprassiedo come il diniego è stato realizzato) per rendere efficace in termini sia di servizio sia di profitti la mia ATTIVITÀ COMMERCIALE (risulterebbe più che di trasporto) né ciò che nell'articolo è stato definito "potere di ricatto di una categoria di lavoratori" e avrei ragione di dubitare fortemente visto che il maggior ostacolo anziché supporto mi è stato posto proprio dall'Amministrazione Pubblica preposta ad un coordinamento TRASPARENTE, EFFICIENTE e rispettoso delle PARI OPPORTUNITÀ (anche di genere). Risulterebbe che 'un pubblico ufficiale' che 'consente' la prevaricazione di "interessi economici specifici' (di servizio o di mercato) realizzi il reato di "corruzione".

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