Perché l'esercizio del "golden power" ha bisogno di un collaudo

Alla vigilia di turbolenze politiche, la finanza è al centro di mire estere. Ma la difesa italiana ha una strategia cangiante

Alberto Brambilla

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Perché l'esercizio del "golden power" ha bisogno di un collaudo

Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan (foto LaPresse)

Roma. Mentre si avvicinano le elezioni la prossima primavera, aumenta la percezione che un periodo di turbolenza politica accentuerà la vulnerabilità del sistema economico italiano, sia pubblico sia privato, rispetto a mire di conquista da parte di investitori esteri non desiderati.

 

Dopo la sconfitta al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, in un contesto di vuoto politico determinato dalle dimissioni del governo Renzi, è suonato l’allarme per società sensibili per l’interesse nazionale. Mediaset ha subìto una rapida scalata ostile da parte di Vivendi di Vincent Bolloré, già primo azionista unico di Telecom Italia. A inizio anno Assicurazioni Generali, il cui primo socio Mediobanca scenderà dal 13 al 10 per cento entro il 2019, è stata oggetto di rumor su aggressioni estere, della francese Axa e della svizzera Zurich. Intesa Sanpaolo aveva informalmente intenzione di acquistare pacchetti di azioni – forse insieme alla tedesca Allianz – in chiave difensiva, ma contro il volere dei vertici dell’assicurazione triestina che s’è opposta, e quindi la banca ha rinunciato.

 

Nella relazione al Parlamento per Dipartimento delle informazioni per la sicurezza relativa al 2016 è stata data particolare rilevanza al sistema finanziario. “Si è mantenuta alta l’attenzione per le strategie adottate da grandi fondi di investimento o da istituzioni finanziarie estere al fine di individuare comportamenti lesivi degli interessi nazionali ed eventuali minacce alla stabilità sistemica”. Nei portafogli di banche e assicurazioni infatti si trova la maggiore parte dei titoli pubblici con i quali lo stato assicura il suo sostentamento (circa 300 miliardi di euro nei bilanci delle assicurazioni e 455 miliardi nelle banche).

 

Il governo Gentiloni ha imparato la lezione. Attraverso l’attivismo del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha esteso i poteri di intervento della politica su società private minacciate da investitori stranieri. Nel decreto fiscale in legge di Bilancio, il governo ha esteso la “golden power” – ovvero la disciplina che regola il vaglio preventivo e il potere di veto su operazioni che interessano asset strategici e per le quali a contare non è la presenza italiana nell’azionariato bensì la rilevanza ai fini dell’interesse nazionale – anche agli asset finanziari, che prima non erano considerati strategici.

 

L’accelerazione segna un cambiamento di tendenza rispetto al passato, quando erano oggetto di attenzione del governo per di più i settori dei trasporti, dell’energia, delle telecomunicazioni e della Difesa. La relazione del Comitato di coordinamento interministeriale sull’esercizio del “golden power”, presentata nel giugno 2016, diceva che su un totale di trenta notifiche per un eventuale intervento, il 46,7 per cento ha riguardato Difesa e sicurezza nazionale e il 53,3 per cento energia, trasporti e comunicazioni. Raramente sono state prese iniziative muscolari in passato. Quest’anno invece il governo Gentiloni ha aumentato il grado d’interventismo accompagnandolo con una retorica alle volte prossima alla propaganda, in particolare in chiave anti-francese.

 

Il 16 ottobre scorso il governo ha esercitato il golden power su Tim – le controllate Sparkle e Telsy, la prima gestisce il traffico transcontinentale, la seconda fornisce servizi per la sicurezza informatica a organi dello stato, ma anche sull’infrastruttura di rete – in seguito alla mancata notifica dell’assunzione del controllo di fatto sulla società da parte di Vivendi. Il presidente di Tim e ad di Vivendi Arnaud de Puyfontaine aveva ribadito che Tim è un “investimento strategico e di lungo periodo” per Vivendi e aveva sottolineato che la creazione in fieri della joint venture fra Canal+ e Tim “è la prima manifestazione della logica alla base dell’investimento”. E domenica il ministro Calenda, alla vigilia di un incontro con l’ad di Vivendi Amos Genish, ha accusato l’azienda di trattare l’Italia come la Francia tratta la Guaiana francese, ovvero una sua colonia. “Abbiamo discusso di Tim come business nel suo complesso”, ha detto Genish in serata dopo l’incontro, intendendo che la rete non era focus del colloquio.

 

L’Italia sta mettendo pressione sulla compagnia di Bolloré i cui piani di conquista in Italia sono stati rallentati e ridimensionati. E’ infatti probabile che Vivendi scenderà al 29 per cento di Mediaset in futuro, secondo Repubblica.

 

In un altro caso il governo, su impulso del ministero della Difesa, ha esercitato il potere di porre condizioni specifiche (o anche opporsi) all’acquisto di partecipazioni di aziende strategiche per la sicurezza nazionale verso Piaggio Aero Industries, controllata dal fondo degli Emirati Arabi Uniti Mubadala Development. Mubadala vorrebbe cedere Evo, che comprende il reparto di Ricerca e sviluppo, progettazione e fabbricazione degli aerei civili P-180, alla società cinese Pac Investment, secondo indiscrezioni. Piaggio Aero svolge, tra l’altro, attività di progettazione e produzione di velivoli a pilotaggio remoto in ambito militare, ma in questo caso l’azione governativa pare rivolta alla tutela dei posti di lavoro negli stabilimenti liguri di Evo.

 

L’interpretazione delle motivazioni di intervento pare dunque cangiante, e non immune da episodi di isteria. La settimana scorsa, la possibilità che la proprietà di Vitrociset, gestore dei sistemi elettronici e informatici per la Pubblica amministrazione e le forze militari, fosse improvvisamente passata di mano aveva spinto il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, a invocare il “golden power”. Ma la notizia, circolata sui media, è stata poi smentita dalla proprietà.

 

Se verso società private o d’interesse pubblico, l’attenzione è estremamente alta, gli appalti per la Pubblica amministrazione restano un punto cieco. In aprile la centrale per gli acquisti dello stato, Consip, aveva assegnato due lotti per la videsorvegianza nelle sedi della Pubblica amministrazione a una ditta che utilizza telecamere del produttore Hikvision che è di proprietà del governo cinese ed è legata alla leadership del Partito comunista.

 

L’esercizio del “golden power” forse richiederà un “collaudo” per giungere a una strategia complessiva d’intervento alla vigilia di probabili turbolenze post elettorali.

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