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Manovra a furor di Pubblico

Una Finanziaria minimal-elettorale premia gli statali e frustra i privati

31 Ottobre 2017 alle 06:12

Manovra a furor di Pubblico

In che modo la legge di Bilancio 2018, che arriva oggi in Senato, irrobustirà la ripresa italiana, più vivace delle previsioni ma ancora agli ultimi posti in Europa?

 

Esempio: nel terzo trimestre di quest’anno il pil potrebbe registrare un più 0,5 per cento, trainato ora dalle importazioni e quindi dai consumi; ma la Spagna, pur con la bizzarra situazione della Catalogna, prevede un più 0,8. E a fine anno se l’Italia arriverà all’1,4-1,5, l’economia spagnola segnerà un incremento di oltre il doppio. Dunque il governo che fa, pur con gli esigui fondi rimasti (meno di 4 miliardi), dopo il consueto rinvio di un anno dell’aumento Iva per le clausole di salvaguardia europea che assorbono i tre quarti delle risorse?

 

La sensazione è della dispersione in mini-misure, con poche norme per accelerare i consumi – per i quali l’indagine annuale Acri-Ipsos segnala una certa ripresa, limitata però al nord –, ancora meno l’innovazione nel settore privato, e zero riforme. Al contrario, molta attenzione (siamo in campagna elettorale) è rivolta al settore pubblico, agli insegnanti in particolare. C’è una pioggia di bonus, da quelli per ristrutturazioni e mobili fino alla novità del giardinaggio; c’è la reiterazione dei 500 euro per i 18enni “da spendere in cultura”, la detrazione per gli abbonamenti ai mezzi pubblici, quella per i calciatori under 21, 100 milioni per assunzioni “nella sicurezza statale”, 80 milioni per “lavoratori socialmente utili”, ben 1.400 assunzioni negli uffici giudiziari.

 

Di positivo c’è l’estensione degli sgravi per le assunzioni di giovani e al sud, e anche per 1.600 ricercatori universitari. Sulla riduzione di 5 mesi, chiesta dall’arco Cgil-Mdp-Lega, dell’età di pensionamento che dal 2019 dovrebbe salire a 67 anni per l’innalzamento delle aspettative di vita, sembrava che il governo avrebbe resistito (141 miliardi il costo cumulato in dieci anni stimato dall’Inps): ma ecco la disponibilità a trattare, accompagnata intanto da un elenco di lavori usuranti per i quali la pensione anticipata sarebbe pronta, comprese le maestre d’asilo.

 

Non ci sono misure di crescita annunciate e attese: non l’avvio graduale della riduzione delle tasse per famiglie e imprese, non la spinta alla digitalizzazione (nonostante l’impegno del ministro Carlo Calenda solo il 12 per cento delle imprese investe in formazione per Industria 4.0). E neppure l’estensione agli affitti professionali, uffici e negozi, della cedolare del 10 per cento, che poteva rimettere in moto il mercato immobiliare. 

 

In compenso si annuncia lo sblocco dei contratti pubblici, con 2,9 miliardi destinati agli insegnanti. E situazioni paradossali: si ipotizzano aumenti netti di 400 euro mensili per i presidi e lordi di 89 euro per tutti gli altri, nessuno legato a valutazioni di merito. E per salvare il bonus da 80 euro del governo Renzi le soglie di reddito verranno innalzate a 24.600-26.600 euro. Anche ai privati, ma solo “per evitare la bocciatura della Corte costituzionale”.

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    31 Ottobre 2017 - 08:08

    Il bacino elettorale di Renzi e del Pd sono i dipendenti pubblici, un tempo definiti da un acuto saggista di sinistra finito in ombra i “nullafacenti”. Poco importa se ogni giorno i più autorevoli analisti economici indicano nel nostro abnorme ed inefficiente apparato pubblico uno dei principali ostacoli alla ripresa e allo sviluppo. Dalle mance elargite al settore fuori da ogni valutazione meritocratica si sperano vengano i voti per governare, ancorché non per crescere e svilupparsi. E per intanto spostiamo ancora una volta di un anno il macigno dell’aumento dell’Iva. Come? Ma indebitandoci, naturalmente, grazie al dono europeo dell’accresciuta flessibilita’, ovvero della possibilità di far quadrare ( per modo di dire) i conti contraendo nuovi debiti. E lo chiamano riformismo di sinistra. Ovvero il padre delle riforme di struttura e della fine degli sciagurati interventi a pioggia. Poi qualcuno dice: ma dove e’ finito il renzismo d’antan?

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