Pensare all'elefante: la globalizzazione ci ha fatti più ricchi e più uguali

Luciano Capone

La più grande guerra alla povertà della storia dell’umanità

I lettori del Foglio sanno che la più grande fake news, diffusa in modo massiccio dai media mainstream, è quella secondo cui negli ultimi anni sono aumentate la povertà e la disuguaglianza. “I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri”, naturalmente per colpa del neoliberismo selvaggio e della globalizzazione sfrenata. La realtà degli ultimi 25-30 anni è esattamente l’opposto: il mondo è più ricco e più uguale. I dati della Banca mondiale dicono che la percentuale della popolazione mondiale che vive in condizioni di povertà estrema – ovvero con meno di 1,25 dollari al giorno – è scesa per la prima volta sotto il 10 per cento.

 

Nel 1990 la quota di poveri era pari al 36,4 per cento della popolazione globale e molto probabilmente verrà azzerata entro il 2030. E’ la più grande riduzione della povertà – o il più “Grande arricchimento”, come lo chiama la storica dell’economia Deirdre McCloskey – nella storia dell’umanità. E il dato percentuale forse in questo caso non rappresenta bene la dimensione di questa rivoluzione silenziosa, perché la caduta vertiginosa della povertà è avvenuta mentre la popolazione mondiale cresceva esponenzialmente. Il valore assoluto di oltre 1 miliardo di poveri in meno rende meglio l’idea di un fenomeno senza precedenti nella storia. Ma oltre a essere meno povero, il mondo è anche più uguale: nello stesso periodo è diminuita considerevolmente anche la disuguaglianza globale.

 


 

Variazione del reddito reale tra il 1988 e il 2008 nei vari percentili della distribuzione globale del reddito (Milanovic, 2012)


 

L’economista catalano della Columbia University Xavier Sala-i-Martin ha mostrato come dal 1970 in poi l’indice di Gini che misura la disuguaglianza globale è crollato di 6 punti e mezzo. In uno studio più recente gli economisti Tomas Hellebrandt (Bank of England) e Paolo Mauro (Fmi) indicano che lo stesso indice che misura la disuguaglianza è sceso dal 69 per cento del 2003 al 65 per cento del 2013 e presumono che diminuirà ancora fino al 61 per cento nel 2035, a causa della rapida crescita economica dei paesi emergenti. Ma il grafico che più di tutti è stato identificato come la fotografia della globalizzazione è la “elephant curve”, il grafico a forma di elefante, dell’ex economista della Banca mondiale Branko Milanovic, che ha messo in fila la popolazione globale dai più poveri ai più ricchi e indicato di quanto è cresciuto per ognuno il reddito.

 

Il risultato è appunto una curva a forma di elefante: nella coda ci sono le fasce più povere – perlopiù dei paesi africani – per cui il reddito è aumentato di poco; dalla gobba fino alla testa dell’elefante ci sono coloro – prevalentemente nelle economie emergenti come la Cina – hanno visto crescere notevolmente i propri redditi; la proboscide indica i ricchi occidentali che sono diventati più ricchi che nel passato; la discesa invece, rappresenta le classi medie e benestanti che hanno avuto redditi stagnanti. Se i no global (soprattutto di sinistra) di una volta dicevano che i paesi ricchi sfruttavano e depauperavano il terzo mondo, quelli di oggi (prevalentemente di destra) usano l’elefante di Milanovic per sostenere l’opposto: la globalizzazione ha avvantaggiato i paesi poveri a spese delle classi medio-basse dei paesi sviluppati (quelle tra la testa e la proboscide).

 

Se la narrazione no global di sinistra è palesemente falsa, può darsi che sia vera quella di destra: la mobilità dei capitali, l’apertura dei mercati e la concorrenza hanno trasferito ricchezza (e lavoro) da una parte all’altra del mondo in un gioco a somma zero o quasi. In realtà neppure questa spiegazione è vera. Una spiegazione alternativa, e fondata sui numeri, l’ha data uno studio della Resolution foundation che ha analizzato e decostruito l’elefante di Milanovic. Ciò che ha portato quasi a zero la crescita del reddito dall’80esimo al 90esimo percentile non è la stagnazione dei redditi della classe media occidentale, ma la pessima performance dell’ex Unione sovietica e dei suoi paesi satellite dell’est Europa – che hanno pagato il collasso politico ed economico del socialismo reale – e del Giappone, da un paio di decenni in stagnazione economica e alle prese con un serio problema demografico.

 

Eliminando i dati dei paesi ex sovietici e il Giappone, che tirano la curva verso il basso, e la Cina, che alza la gobba in alto, il grafico della Resolution fundation mostra che in realtà gran parte della popolazione mondiale ha avuto un aumento del reddito simile, attorno al 40 per cento. Naturalmente si tratta di una media, con un’ampia varianza, e la performance dell’Italia è più vicina al più 10 per cento del Giappone che al più 90 per cento dell’Irlanda, ma non è colpa della globalizzazione. Questo non vuol dire che nelle società occidentali non ci sia un problema di impoverimento o di perdita di posti di lavoro, ma neppure questa è colpa della globalizzazione. Sono gli stati nazionali che non sono riusciti ad adeguarsi al mondo che cambia e a riformare il proprio welfare in maniera più efficiente e universalistica. La globalizzazione ha mantenuto le sue promesse, sono gli stati che hanno fallito. 

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali