Evo Morales, presidente della Bolivia, in visita all'Expo di Milano (foto LaPresse)

Perché Evo Morales è il testimonial perfetto per certa retorica di Expo 2015

Luciano Capone
E' stata una visita proficua quella in Italia del presidente della Bolivia, il socialista Evo Morales. E' venuto per la VII Conferenza Italia-America Latina, ha incontrato il sindaco Pisapia, è intervenuto nel presunto tempio del liberismo Italiano, la Bocconi.

E' stata una visita proficua quella in Italia del presidente della Bolivia, il socialista Evo Morales. E' venuto per la VII Conferenza Italia-America Latina, ha incontrato il sindaco Pisapia, è intervenuto nel presunto tempio del liberismo Italiano, la Bocconi, in cui ha esaltato il suo modello fatto di nazionalizzazioni e interventismo statale, ha incontrato i rappresentanti del Movimento 5 Stelle, impegnati come lui nella lotta contro l’Impero a stelle e strisce. Ma l’appuntamento mediaticamente più rilevante è stato quello all’Expo per l’inaugurazione del padiglione boliviano, dove ad accoglierlo con il pugno chiuso “antimperialista” c’era il commissario di Expo Giuseppe Sala.

 

Morales è al suo terzo mandato e governa ormai da quasi dieci anni, è probabilmente il leader socialista di maggior successo sia dal punto di vista della performance economica (la Bolivia da anni cresce attorno al 5 per cento) che per quanto riguarda i consensi. Il suo socialismo è molto pragmatico, a differenza della macchina populista edificata in Venezuela da Hugo Chavez: anche in Bolivia la crescita è stata trainata dalle risorse energetiche negli anni del boom delle commodity, ma Morales ha fatto una politica di responsabilità fiscale, inflazione sotto controllo e accumulo di riserve valutarie utile ora che il prezzo del petrolio è crollato. Retorica greca e gestione dei conti tedesca.

 

Il presidente boliviano era molto atteso in Italia anche perché è un simbolo del movimento “benecomunista” e altermondialista che molto apprezza la nuova costituzione indigenista in cui viene evocata Pachamama, la divinità precolombiana Madre Terra, fatta di oltre 400articoli in cui tra i tanti diritti c’è anche il “diritto al cibo”. Questa impostazione ambientalista, socialista e terzomondista e lo stile di vita boliviano “in comunità e in armonia con la Madre Terra” è stato proposto da Morales come modello per “nutrire il pianeta”, in opposizione al liberismo e al capitalismo: “L'essere umano non può vivere senza il pianeta, mentre il pianeta senza l'essere umano starebbe meglio – ha dichiarato all’Ansa -. I nostri alimenti sono tutti biologici e organici, rifiutiamo i cibi transgenici”. Non si sa se davvero l’uomo sia un peso per Pachamama (nel caso l’unico rimedio sarebbe l’estinzione dell’umanità) e tutti si sentono tranquillizzati dal fatto che i boliviani mangino solo cibi organici (sarebbe preoccupante se si nutrissero con composti inorganici), ma l’affermazione sui prodotti transgenici è falsa, perché in Bolivia si coltiva in maniera massiccia soia transgenica. Non si tratta di colture marginali che Morales può ignorare ma della più importante coltivazione del paese, che impiega oltre 1 milione di ettari di terreno, vale il 3 per cento del Pil, il 10 per cento dell’export, 14mila aziende agricole e oltre 100mila occupati: la piccola Bolivia è l’11° paese al mondo per superfici coltivate con Organismi geneticamente modificati (Ogm).

 

La posizione di Evo Morales sugli Ogm è particolare, perché da un lato sono la principale risorsa economica boliviana dopo gas e petrolio e dall’altro il presidente boliviano è uno dei paladini globali della lotta contro le multinazionali biotech e gli Ogm, accusati addirittura di causare calvizie (ovviamente si tratta di una bufala, ma d’altronde Morales è anche convinto che i polli d’allevamento facciano diventare omosessuali e che il compagno Chavéz morto di cancro sia stato in realtà avvelenato dall’”Impero”). Morales è popolare nel mondo ambientalista perché nel 2010 ha approvato la “Ley de Derechos de la Madre Tierra” che proibisce la coltivazione di Ogm, che però si riferisce solo alle colture “native”, quindi è esclusa la soia: con un colpo da maestro Evo è diventato la star del fronte no-Ogm occidentale per la proibizione mediatica, permettendo agli agricoltori boliviani di continuare a seminare soia biotech. La verità è che, a differenza dei suoi fan occidentali, Morales non crede a tutto quello che dice ed è disposto a scendere a patti con la realtà. Álvaro García Linera, il matematico marxista braccio destro di Morales e  da ormai dieci anni vicepresidente della Bolivia, a proposito degli ogm ha dichiarato che sono “un metodo moderno per aumentare la produzione” e che per aumentare la produttività dell’agricoltura in maniera moderna bisogna fare tre cose: “migliorare i semi, l’irrigazione e introdurre le biotecnologie”.

 

[**Video_box_2**]Magari sarebbe stato interessante ascoltare ad Expo l’ideologo del socialismo boliviano García Linera, ma avrebbe rovinato l’atmosfera di decrescita felice che si respira a Rho. Morales invece si è immerso nella narrazione slow e ha proposto ai sazi consumatori occidentali di nutrire il pianeta con la quinoa, una specie di cereale usato storicamente dagli indigeni e ora molto di moda tra vegetariani, vegani, fricchettoni e amanti dell’esotico-bio che ne hanno fatto decuplicare il prezzo in pochi anni (al supermercato viaggia tra i 15-20 euro al chilo), tanto che ora è troppo costosa per i boliviani che la vendono all’estero “per comprare pollo e Coca Cola” (parole del governo boliviano).

 

Il leader socialista è venuto a proporre i suoi prodotti ai raffinati consumatori occidentali, sapendo che qui si vende meglio se si decora il tutto con tanta retorica Slow Food (anche se non a chilometro zero). Morales è un tipo sveglio e pragmatico, fa l'anticapitalista ambientalista in un paese che cresce alimentando il capitalismo con gas e petrolio, è uno dei massimi produttori mondiali di soia Ogm ma lo nasconde dicendo di voler nutrire il pianeta con la quinoa, scrive una costituzione in cui c’è il diritto al cibo e la dedica alla Pachamama. È il testimonial perfetto di quest’Expo, la versione allargata di un mercatino equo e solidale.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali