Nuovi numeri e dati che spiegano il boom della musica in streaming

Luciano Capone
Un report del Financial Times spiega perché Spotify sta cambiando ancora il mercato musicale: il numero di iscritti a servizi di streaming a pagamento è salito dagli 8 milioni del 2011 ai 28 milioni del 2013 con un incremento degli introiti del 51,3 per cento.

Una quindicina di anni fa arrivò Napster a sconvolgere l’industria discografica, ora è lo streaming. Il celebre programma di file-sharing creato a fine anni ’90 dai ventenni Sean Parker e Shawn Fanning, attraverso cui milioni di persone caricavano e scaricavano canzoni in formato mp3, per un certo punto sembrò in grado di far collassare il mercato della musica. A salvare le major discografiche arrivò una sentenza che condannò la società a un risarcimento da 26 milioni di dollari per violazione delle leggi sul copyright. Napster chiuse i battenti, ma l’industria musicale cambiò per sempre: le major si sono dovute adeguare all’innovazione tecnologica, hanno abbandonato il vecchio modello di business basato sui cd e hanno risposto al nuovo modo flessibile, economico e digitale di consumare musica. Per oltre un decennio è stato il download, prima tanto odiato, a gonfiare le vendite. Ma le cose da un paio d’anni sono cambiate di nuovo, le case discografiche sono preoccupate dal crollo dei ricavi del download, a causa della virata dei consumatori verso lo streaming. La musica ora si ascolta online e la fruizione è diventata ancora più flessibile, per ascoltare una canzone basta avere una connessione internet, il possesso è stato sostituito dall’accesso.

 

Non c’è più bisogno di comprare il singolo brano perché servizi come Spotify offrono ai consumatori tutta la musica che vogliono per un prezzo fisso mensile, 9,99 euro al mese, è il modello “all you can listen”. Spotify ha avuto una crescita esponenziale, ora ha 45milioni di iscritti alla versione gratuita e 15milioni a quella a pagamento. Secondo un report del Financial Times nel 2014 lo streaming è aumentato del 60 per cento rispetto all’anno precedente ed è destinato a crescere ancora nei prossimi anni. Specularmente è diminuito il download di album e brani rispettivamente del 9 e del 12 per cento, una discesa che è già cominciata nel 2013 con un calo dei ricavi del 2,1 per cento. Secondo i dati dell’Ifpi, la federazione che rappresenta l’industria discografica a livello globale, il numero di iscritti a servizi di streaming a pagamento è salito dagli 8milioni del 2011 ai 28milioni del 2013 e gli introiti da questo settore sono cresciuti nel 2013 del 51,3 per cento. Solo Spotify nel 2013 ha versato in royalties e costi di distribuzione agli artisti oltre 600 milioni di euro, l’80 per cento dei propri ricavi.

 

Si tratta quindi di un mercato in fortissima espansione su cui si sono buttati anche Google e Apple. Tim Cook lo scorso anno ha investito 3 miliardi di dollari (l’acquisizione più grande di sempre per Apple) per comprare Beats Electronics, la famosa aziende produttrice di cuffie di alta gamma fondata da Dr Dre e Jimmy Iovine che offre anche un servizio di musica in streaming, Beats Music. Le case discografiche si sono lanciate nel business dello streaming che è visto come il futuro dell’industria, ad esempio investendo in Spotify (e pensare che nel board della società svedese c’è proprio l’ex nemico di Napster Sean Parker, che in Spotify ha messo una bella paccata di milioni), ma per ora e per i prossimi anni le entrate in forte crescita dallo streaming non riusciranno a rimpiazzare tutti i soldi perduti dal calo dello download (un po’ come era già accaduto con il crollo della vendita di cd superati dagli mp3). La strada è quindi molto accidentata e incerta, come accade quando innovazioni improvvise stravolgono il mercato.

 

Questa rivoluzione nel consumo della musica pone però anche dei quesiti a livello normativo, almeno a livello italiano. Lo scorso anno il ministro della Cultura Dario Franceschini dietro la forte azione di lobbying della Siae, ha aumentato di circa il 75 per cento la “copia privata”, una tassa che i consumatori pagano sull’acquisto di pc, tablet, smartphone e altri supporti di memoria per poter fare una copia di opere protette dal diritto d’autore e che va a rimpinguare le casse della Siae e le tasche degli autori. Ma se tutti, dagli autori alle case discografiche, sono consapevoli che la tendenza inesorabile del mercato della musica porta verso lo streaming, è evidente che una tassa che colpisce i supporti di memoria per poter fare delle copie ha sempre meno senso ed è sempre più slegata dalla realtà. Il legislatore italiano e la Siae sembrano però non voler tener conto della realtà e con un mercato del download in costante calo, non solo non diminuiscono l’impatto della copia privata, ma addirittura l’aumentano del 75 per cento: nel 2015 la Siae incasserà 117,5 milioni di euro dalla copia privata, esattamente la metà di tutto il gettito mondiale. Il futuro è lo streaming, ma c’è chi grazie alla protezione dello stato sta più comodo nel passato.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali