Noi italiani ci siamo ridotti a sputare sul lusso che ci ha reso grandi

Costantino della Gherardesca

Ci illudiamo ancora di essere la patria della “dolce vita”, ma negli ultimi decenni abbiamo sviluppato e metabolizzato un francescanesimo avvilente. Riflessioni su un accertamento fiscale

Il nostro paese è un controsenso vivente: siamo (o ci illudiamo ancora di essere) la patria della “dolce vita”, ma negli ultimi decenni abbiamo sviluppato e metabolizzato un francescanesimo avvilente, che ci spinge a sputare su qualsiasi forma di lusso o di bel vivere che si profila all’orizzonte. E io, purtroppo per me, sono la dimostrazione in carne e ossa di questa terribile deriva.

 

In questi giorni, infatti, l’Agenzia delle entrate mi sta sottoponendo a un accertamento fiscale. Intendiamoci, niente di grave o illegittimo di per sé: se devo qualcosa allo stato, pagherò quello che mi tocca pagare, come è giusto che sia. A deprimermi non è la multa (che di certo arriverà) ma le ragioni di questo accertamento: nel 2014 avevo dichiarato come voce di spesa detraibile tutto quello che avevo speso in vestiti usati in vari programmi e apparizioni televisive. In poche parole, si trattava niente più niente meno che di abiti di scena, vitali per il mio personaggio come lo sono i conigli e le colombe per un prestigiatore o le felpe sovraniste per Salvini. Per la precisione, l’Agenzia delle entrate non mi ha contestato il modo in cui avevo classificato gli acquisti, ma l’ammontare della spesa che ero certo di poter detrarre.

“Nessuno può spendere così tanto per dei vestiti!” si saranno detti, scandalizzati.

 

Ma dico io, ve lo immaginate se avessero fatto le stesse obiezioni anche a Liberace? Se il fisco americano avesse contestato al celebre pianista l’acquisto delle sue chilometriche stole di ermellino o degli sfavillanti candelabri che troneggiavano sui suoi Steinway ricoperti di strass, le sue esibizioni avrebbero avuto lo stesso successo? Se suo padre non fosse emigrato negli Stati Uniti, il povero Liberace sarebbe cresciuto nel Lazio profondo e – nella migliore delle ipotesi – avrebbe dovuto darsi al folk diventando un De André qualsiasi.

 

 

Se alla divina Sarah Bernhardt l’erario francese avesse chiesto spiegazioni sul suo iconico cappellino con pipistrello imbalsamato o sulle cascate di gioielli che la ricoprivano anche sotto la doccia o sulle pellicce di gattopardo e cincillà in cui si fasciava anche a ferragosto, oggi ci ricorderemmo ancora di questa attrice entrata nella storia anche grazie alle sue dispendiose stranezze? Il suo nome sarebbe entrato nella storia del teatro se la protezione animali le avesse requisito i suoi cammelli nani, i suoi puma, la sua scimmietta Darwin (elegantissima nel suo gilet rosso) o Ali Gaga, il suo inseparabile alligatore, morto perché nutrito esclusivamente a latte e champagne? O se alla dogana le avessero fatto storie per i diciotto bauli di abiti con cui viaggiava nelle sue tournée?

 

Come è possibile che proprio in Italia, la nazione che ha dato i natali a gente come Milena Canonero (costumista di fama mondiale, con quattro Oscar in curriculum), Gabriella Pescucci (tre nomination e un Oscar) o il suo mentore Piero Tosi (cinque nomination e un Oscar alla carriera) non si capisca il concetto di pageantry? Se allo spettacolo si toglie lo sfarzo, cosa resta?

 

Per fare un esempio molto concreto e vicino all’esperienza di tutti, pensate a un Sanremo senza lustrini e cambi d’abito: l’Ariston mostrerebbe tutta la sua tristezza e a noi telespettatori toccherebbe concentrarci davvero sulle canzoni, che sono indiscutibilmente la parte meno interessante di tutto lo show.

 

E io, che sono costretto a comprare abiti di Prada, Christophe Lemaire, Yohji Yamamoto e Comme des Garçons per arginare la mia bruttezza, come posso sopravvivere in uno star system fatto di bonazzi a cui basta infilarsi una maglietta e i pantaloni della tuta per bucare lo schermo?

Per stare a galla in questo ambiente, devo lottare contro i limiti che la natura mi ha imposto.

Cara Agenzia delle Entrate, per favore, cerca di capire la situazione in cui mi trovo e le difficoltà genetiche che mi tocca arginare a suon di haute couture. Non sono semplicemente una delle tante fashion victim dalle mani bucate, ma un povero vecchio operaio dell’entertainment a cui i capi firmati dovrebbe passarli la mutua.

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