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La mia vita è una prigione di educazione, come quella della principessa Masako

Il programma tv che mi fa venir voglia di strapparmi il kimono

29 Marzo 2018 alle 06:15

La mia vita è una prigione di educazione, come quella della principessa Masako

Foto LaPresse

Rispettare il codice comportamentale del mio ambiente è un’impresa devastante. Per me, povera geisha dell’intrattenimento, la vita di ogni giorno è serena e spontanea quanto un vertice delle Nazioni Unite. Ormai il contesto non fa più la differenza: che stia parlando col barbiere o con la mia dietologa, sento sempre il dovere di impiegare massicce dosi di political correctness e buone maniere. L’educazione è la mia condanna. Anche quando vado in video e credo di aver osato, arrivano dolcissime lettere di telespettatrici che si complimentano perché sono “molto beneducato” e ho un “aplomb inglese”. Non capiscono che sono solo “represso”.

 

A sera, quando da brava geisha mi riposo, la mia mente cerca conforto passando in rassegna vite più tristi della mia. Tutti mi sembrano più ricchi e felici di me: come hanno dimostrato le indagini di Antonino Monteleone a Siena, perfino impiegati di banca eterosessuali e sacerdoti partecipano a sfrenati droga parties con ammucchiate gay. L’unico modo per consolarmi è ricorrere alle armi pesanti, rispolverando quello che dovrebbe essere considerato il paradigma dell’angoscia esistenziale: la straziante vicenda di Masako Owada, la riluttante principessa del Giappone.

 

La sua è una favola contemporanea con tutti gli elementi del classico, una storia in cui la depressione da noblesse oblige sfiora picchi di virtuosismo.

Nel 1986, quando era una brillante studentessa di ventitré anni, il nome di Masako figurava tra quelli di cento ragazze che un apposito comitato aveva selezionato come possibili spose per il giovane principe Naruhito. Quando i due si incontrarono, per lui fu amore a prima vista, per lei, l’inizio di un incubo.

 

Le altre novantanove candidate all’altare, infatti, si erano risparmiate una vita sotto una campana di vetro, in cui lo sfarzo si vede ma non si tocca e dove non puoi muovere un passo senza che qualcuno l’abbia già messo all’ordine del giorno. Si racconta che, pur di non destare l’attenzione di Naruhito, le ragazze più sveglie si facevano rompere una gamba, smettevano di lavarsi o si fingevano malate. Ma l’ingenua Masako non era né una stronza di Roppongi né una bulla di Asakusa. Era agli esordi di una brillante carriera diplomatica e non aveva il tempo di farsi venire una banale irritazione cutanea che la tenesse lontana dal matrimonio. Questa negligenza le fu fatale e il principe la volle tutta per sé.

 

Masako temporeggiava, rifiutava, trovava una scusa per rimandare e rifiutava di nuovo, ma il principe e la sua proposta erano sempre lì. Nel 1993, presa per sfinimento, accettò di sposare Naruhito.

 

La cerimonia fu un evento epocale e la stampa dette fondo alle sue riserve di immaginazione dipingendoli come la coppia più affiatata del secolo. Ma la povera Masako non voleva quelle attenzioni e a corte si sentiva in trappola. Il divorzio, per quanto possibile, non era un’opzione praticabile: avrebbe gettato discredito sulla sua famiglia.

 

Nel 2004, dopo un decennio trascorso a rispettare il più stretto protocollo, Masako ottenne di potersi ritirare a vita privata per affrontare la sua depressione. E’ emersa da questo esilio volontario solo nel 2013, ma da allora le sue apparizioni pubbliche si sono ridotte drasticamente.

 

Io, piccola geisha indifesa, mi rivedo nella parabola di questa martire borghese e dal silenzio ovattato della mia stanzetta, mi affaccio timidamente alla finestra per sognare una vita migliore. E nel firmamento scorgo due sagome familiari. Sono Pio e Amedeo, il duo comico foggiano che ha sfondato in radio, al cinema e – soprattutto – in televisione con il loro Emigratis, un programma unscripted in cui due turboterroni viaggiano in località turistiche (spesso becere come Ibiza e Miami) tormentando i vip che incontrano, scroccando cene, ospitalità e denaro in contante.

Mentre io combatto l’insonnia dedicandomi all’ikebana, Pio e Amedeo fanno tutto quello vorrei fare io ma che la mia educazione mi impedisce. Come quando Amedeo spiega a un dj che li ospita sul suo motoscafo che se sulla barca non hai le puttane non sei nessuno, sintetizzando splendidamente quello che anni fa un pappone di Cartagena si era inutilmente sforzato di farmi capire. Mi sventolava sotto il naso un raccoglitore in cui aveva catalogato tutte le barche e le ragazze che mi poteva mettere a disposizione, spiegandomi il rapporto ideale tra numero di puttane e lunghezza dello scafo, ma io ero troppo ingenuo e moralista per cogliere la lucidità di quelle osservazioni, mentre l’amico con cui allora ero in vacanza, il mio Pio, nonostante la sua eterosessualità si alzò indignato e si mise a leggere il Guardian.

 

Quando Pio e Amedeo fanno televisione, riescono in un’impresa talmente eroica che a me, pricipessina sottomessa, fa venir voglia di strapparmi il kimono di dosso: prendono in giro il pensiero e la parrocchialità del loro spettatore ideale, giocando con gli stereotipi dell’italiano razzista, misogino e omofobo. La loro comicità apparentemente greve rispecchia la provincialità istituzionalizzata, e al tempo stesso è portatrice di una cultura liberale e sessualmente aperta.

 

Quanto è più libera la televisione di Pio e Amedeo rispetto alla mia vita repressa dalle buone maniere? Da una parte c’è il loro epico assalto al decoro, dall’altra ci sono io che in tv evito di usare la parola “caviglia”, perché pare abbia troppe connotazioni sessuali.

 

Mi comporto da bravo scolaro per non finire sul lastrico: se la povera Masako è in balia della famiglia reale giapponese, io sono incatenato ai miei debiti italiani. E’ questa la ragione definitiva per cui Pio e Amedeo sono i Tennessee Williams della tv privata, mentre io al massimo posso ambire al titolo di Jane Austen del servizio pubblico: un essere inacidito che osserva il mondo e le sue convenzioni sociali dalla quiete immutabile della sua gabbia di cristallo.

 

Mentre le mie lacrime cadono copiose sul tatami, getto per un’ultima volta lo sguardo alla mia finestra. E oltre i rami di ciliegio in fiore vedo ancora brillare il profilo dei miei eroi liberati, Pio e Amedeo, che si presentano a casa di Chiara Ferragni e le regalano una borsa Vuitton contraffatta.

 

“State vivendo la vita che io non posso vivere” sospiro fissando il loro luminoso riflesso. “Voi che potete, combattete anche per me.”

 

Poi mi accovaccio nel mio futon e mi arrendo al mio ingrato destino: morire di buona educazione.

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