Meglio un funerale a Bangkok che un weekend tra Sanremo e San Valentino

Tra tutte le trappole sentimentali che ammorbano il calendario, da queste due bisogna religiosamente tenersi alla larga

15 Febbraio 2018 alle 06:13

Meglio un funerale a Bangkok che un weekend tra Sanremo e San Valentino

Foto LaPresse

Tra tutte le trappole sentimentali che ammorbano il calendario, ce ne sono due in particolare dalle quali mi tengo religiosamente alla larga: Sanremo e San Valentino. La prima perché dal punto di vista televisivo ho una vocazione minoritaria alla Diliberto. La seconda perché, nonostante abbia già superato i quarant’anni, faccio ancora parte di una minoranza che oggi è più discriminata dei polygender aborigeni: i single. Quest’anno i due eventi erano pericolosamente contigui, per cui ho deciso di volare verso oriente per accelerare lo scorrere del tempo. Destinazione Bangkok, Thailandia: qualche giorno di vacanza per rilassarmi, fare trattamenti per il mal di schiena e mettere migliaia di chilometri e sei ore di fuso tra me e quell’osceno cocktail di cioccolatini, fiori e musica di merda che solo l’abominevole unione tra Sanremo e San Valentino è in grado di partorire.

 

Non nascondo che al momento della partenza ero leggermente abbattuto. Anche quest’anno, come sempre, mi ritrovavo solo mentre tutti intorno mi ricordavano le gioie dell’essere innamorati: dividere il letto con un altro corpo, l’asciugamano in bagno perennemente umido, il farsi cointestare un mutuo… Mentre gli altri si godevano tutti i comfort della vita di coppia, io ero nell’affascinante cornice di Bangkok da solo, senza l’uomo dei miei sogni: un plutocrate bianco, grasso, con la fronte costantemente imperlata da un sudorino alla Dick Cheney, tipico di chi ha leggeri problemi cardiaci. Ovviamente ricco, ma non semplicemente benestante. Sogno un uomo con una quantità di soldi e potere tali da renderlo profondamente infelice. Lo preferirei parzialmente impotente, a patto che resti prepotentissimo. La sua mollezza sessuale non deve renderlo dolce e remissivo, altrimenti manderebbe in frantumi il mio sogno di sentirmi contorta come un’Isabelle Huppert: capace di illudere il mio carnefice di avere il coltello dalla parte del manico, mentre in realtà non vedo l’ora di godermi con sincera felicità e liberatorio cinismo il clima di violenza e terrore che io stesso ho contribuito a creare.

 

Ma niente Dick Cheney. A Bangkok ci sono andato tristemente solo. E cosa c’è di meglio per tirar su il morale se non un po’ di turismo funebre in una città in cui la gente sa ancora morire con stile? Detesto matrimoni e battesimi, ma il fasto fine a se stesso di un funerale… Be’, a un funerale non so resistere. Soprattutto se il morto in questione è Bhumibol Adulyadej, il monarca che ha regnato in Thailandia per ben settant’anni, entrando nel cuore dei suoi sudditi che lo considerano una semidivinità e padre della patria, definizione che i thailandesi hanno preso alla lettera, visto che hanno deciso di far coincidere il giorno del suo compleanno con la Festa del Papà.

 

Per le sue esequie sono stati spesi ben tre miliardi di baht (quasi ottanta milioni di euro) e il paese intero è stato in lutto per oltre un anno. Re Bhumibol, infatti, è morto nell’ottobre del 2016, ma il funerale vero e proprio si è tenuto solo un anno dopo, per permettere alla famiglia, al suo successore e a una valanga di capi di stato di compiere un centinaio di riti di passaggio che hanno accompagnato la salma lungo il suo cammino di purificazione, culminato a fine ottobre del 2017 nella cremazione, effettuata in un imponente crematorio dorato, eretto per l’occasione in piazza Sanam Luang e costato ben un miliardo di baht.

 

Purtroppo non mi era stato possibile dare l’ultimo saluto all’adorato monarca durante i cinque giorni del suo fastoso funerale di stato ma, visto che finalmente ero a Bangkok, mi sono detto: “Almeno andiamo a vedere questo crematorio!”. Ahimè, non ci sono riuscito.

 

Arrivato sul posto, mi hanno detto che non è più aperto alle visite. Quando ho chiesto informazioni, mi hanno fatto capire che il crematorio era stato tenuto in mostra per un paio di mesi e ora era in via di smantellamento. Nel giro di pochi secondi, il mio cuore è passato dalla depressione all’estasi: se un attimo prima ero triste per non aver visto il crematorio, l’idea che i thailandesi fossero così dediti allo spreco da buttar via un tempio d’oro che aveva brillato per soli sessanta giorni mi ha subito ridato speranza nell’umanità. E a quanto pare in Thailandia la virtuosa ruota del dispendio (primum movens dell’economia mondiale, come sosteneva Georges Bataille) non ha ancora smesso di girare: si stanno preparando a prelevare altri miliardi di baht dalle casse dello stato in vista della cerimonia di incoronazione del principe Vajiralongkorn, erede al trono del divino Bhumibol. Quante cose potrebbe insegnarci questo paese.

 

Ma questo momento di piena beatitudine è stato bruscamente interrotto dall’ennesima conferma del fatto che io e l’Italia intera siamo condannati a una vita di seconda classe. Quando sono tornato in albergo, infatti, sono andato a vedere chi aveva presenziato al funerale. Chiaramente c’erano teste coronate e autorità provenienti da mezzo mondo: la regina del Belgio, i figli della coppia imperiale del Giappone, delegazioni di notabili russi, australiani, cinesi e poi, a rappresentare l’Impero, uno dei pochi uomini per cui sarei disposto a tradire gli insegnamenti di Michel Foucault e a unirmi civilmente in una dozzinale relazione monogama cripto-cristiana: James “Mad Dog” Mattis, ex generale dell’esercito americano e segretario della Difesa statunitense. Un uomo che fa sembrare i nostri miserabili casapoundini delle mondine dei khmer rossi. Poveracci, pensano di essere di destra e non hanno neanche una portaerei. Perché non glielo fa notare nessuno?

 

Mentre scorrevo lo sfavillante elenco di potenti accorsi al capezzale di Re Bhumibol, ho notato con profondo sconforto che tra questi non c’era neanche un rappresentante dall’Italia. NEANCHE UNO. Mi chiedo cosa avessero di meglio da fare i nostri politici. Forse erano troppo impegnati ad andare in degli studi televisivi di cartapesta a sostenere che Maria Elena Boschi è l’eminenza grigia del sistema bancario internazionale?

 

Ho cercato di scacciare l’amarezza tornando a fantasticare sessualmente sul segretario della Difesa statunitense. Mentre noi ci perdiamo dietro a inciuci condominiali e a cospirazionismi da baretto, lui sta aspirando dollari dalle tasche degli americani per costruire una base per droni in Niger. Che artista, che poeta! Sfinito dalla solitudine, ho chiuso gli occhi sognando un futuro al fianco del mio caro James. Chissà, forse la sua base sarà pronta per il prossimo San Valentino…

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