Cultura
il colloquio •
Fabio Novembre, il candidato punk hippie: "Trasformerò la Triennale di Milano in una comune"
L'architetto è in lizza per la presidenza, ma il favorito è il critico d'arte Vincenzo Trione. Arrivato a Milano da Lecce "con la fame del provinciale", è oggi uno dei designer più noti e richiesti al mondo. "Non serve il grattacielo per produrre senso, basta un contesto minimo attraversato da un’idea forte"

Stefano Porta /LaPresse
Una candidatura come una dichiarazione di poetica: Fabio Novembre non immagina la Triennale di Milano come un luogo da amministrare, ma come un organismo da agitare. "Sono in lizza per la presidenza e se così sarà, sarei un punk hippie", dice al Foglio, precisando la sua idea di voler trasformare quell’istituzione - alla cui presidenza è favorito Vincenzo Trione, critico d’arte, saggista, docente universitario e curatore della recente mostra Metafisica - “in una comune”, “in un campo magnetico attraversato da persone e idee divergenti”. Non governance, dunque, ma combustione; nessun equilibrio, ma solo una traiettoria da seguire per sconvolgere a suo modo. Come? “Ribaltando”, assicura lui. “Amo ribaltare, che per me è un abbracciare idee, progetti e persone diverse”. Un’idea che attraversa tutta la sua pratica e che lo ha portato a essere uno degli architetti e designer più noti e richiesti al mondo.
La sua forma di progettazione nasce da una fame antica, "la fame del provinciale", come la chiama lui. Arrivato dalla Puglia a Milano nel 1984 (si è laureato al Politecnico), racconta di una voracità quasi fisica, “tra inaugurazioni, discoteche e incontri, poi però c’è sempre stato altro". Un’ambizione e un desiderio di espansione come se la città fosse un corpo da attraversare fino a impararne il ritmo interno. Quella fame, oggi, gli appare come una condizione generativa che la metropoli contemporanea ha in parte smarrito. “Oggi guardo invece le mie figlie e noto che la grande città non aiuta un adolescente a crescere e a maturare. C’è troppa esposizione e poco desiderio, dovremmo quasi forzarci di far crescere i ragazzi in provincia”. Nella sua Lecce ci torna?, chiediamo. “Spesso, ma non abbastanza. Sto pensando di far vivere Alessia e i nostri figli Rosso e il bambino che nascerà tra qualche mese, in masseria. Io farei su e giù da Milano“. Stancante, ma chic.
Abbiamo incontrato Novembre nella delirante settimana del Salone del Mobile, oramai sempre più simile a una fashion week (esempio sono i gemelli Carmen del marchio Dsquared2 presentano una nuova sneaker: che c’entra con i mobili?). Nel suo progetto per Bisazza, ha realizzato un bambino monumentale, rannicchiato, fuori scala vicino all’opera Felicidades di Jaime Hayon e alla grande torta di Ernst Knam. Lo ha chiamato Io, "ma è un io che si dissolve, che si apre e che diventa coro. Il mosaico, da superficie decorativa, si fa corpo e presenza e dall’io arriva al noi, dalla forma chiusa alla relazione”. L’amore, in questo lessico, non è un tema ma un dispositivo e torna in una delle storie più limpide di Novembre, in una maniglia, il progetto a cui è legato di più. ”Odio le porte, come posso disegnare una maniglia?”, disse al suo committente nel ‘98 e fu così che creò un varco emotivo, sottraendo materia a un cilindro anonimo fino a far emergere un cuore. Love opens doors, lo chiamó. “Solo impugnando un cuore si attraversa una barriera”, ci racconta, aggiungendo poi la storia del baretto di Lodi – fine anni ‘90, un incarico marginale trasformato in caso editoriale – il suo apologo contro ogni monumentalismo ingenuo. “Non serve il grattacielo per produrre senso, basta un contesto minimo attraversato da un’idea forte, dico sempre ai miei studenti”. Un invito a non attendere le occasioni legittimanti ma a generarle, a partire da ciò che è disponibile. “Guardare e partire dal baretto”, è, dunque, il suo mantra. Se sei in zona Brera o Pagano è sicuramente più facile, ma in Puglia, a detta sua, è ancora meglio.
Ribaltare, dunque, a Milano come a San Paolo, per il suo prossimo progetto dedicato ai Fratelli Campana, “degli eroi, ancora oggi che ne è rimasto purtroppo solo uno, delle figure ancora non pienamente riconosciute nel loro contesto originario”. Un suo eventuale approdo in Triennale non sarebbe per lui una consacrazione, ma un test per capire se un’istituzione così può ancora reggere l’urto di uno sguardo che crea - lo citiamo - “scintille”. Ma davvero abbiamo bisogno di qualcuno che accenda altri fuochi in una città che vive già di incendi continui? O forse serve proprio un altro piromane elegante, uno che non costruisca ripari, ma apra varchi anche a costo di far entrare un po’ d’aria fredda?



